Anna Lombroso


L’innocenza delle gambe

Si presentano tempi duri per le zampe delle sedie. È possibile che folti drappelli di neo vittoriane si dispongano a coprirle con pudiche mutandone, come forse vorrebbero fare con quella spudorata della Maya desnuda e soprattutto con le belle gambe femminile che campeggiano sul manifesto che pubblicizza la Festa dell’Unità.
Il Comitato di Se non ora quando -si c’è un comitato che sembrava tornato “in sonno” e che invece si direbbe svolga le funzioni un “Indice” con intenti censori – si è già espresso con la proverbiale indignazione che è la sua cifra: l’abbinamento tra lo slogan e l’immagine strumentale del corpo femminile ci lascia attonite. Il Comitato protesta contro l’uso del corpo femminile come veicolo di messaggi che non hanno nulla a che fare con esso e invita il Pd a ritirare la campagna anche come segno di rispetto nei confronti dei milioni di donne il cui voto è stato determinante nelle amministrative e nei referendum.
Siamo magnanimi: Se non ora quando non si era costituito quando l’Unità, proprio quella della Festa in oggetto, ha segnato il suo rilancio con un chiacchierato lato B e non si pretende censura a “posteriori”, di nome e di fatto.
Ma sono meno indulgente nei confronti dell’integralismo, che è da sempre nemico di circolazione di idee, bellezza, dialogo, dignità e indipendenza di pensiero senza pregiudizio. Certo la Festa dell’Unità le sbaglia tutte (e io personalmente lo penso di tutta la recente comunicazione del PD). Troppo commerciale o troppo arcaica, insomma si sa che alla sinistra non piace come si dipinge la sinistra e se l’anno scorso lo shaker è stato oggetto di critiche derisorie quest’anno è la volta della foto di una ragazza cui il vento, quel vento delle amministrative e dei referendum, solleva un po’ la gonna scoprendo le gambe. Gambe normali di una ragazza come tante, appoggiata a un muretto di una piazza di paese mentre chiacchiera con gli amici, o mentre aspetta un tram, gambe innocenti che non invitano non ammiccano non alludono, se non a quella piccola ingenua libertà che sentono le donne quando indossano una gonna un po’ corta e leggera che si muove con l’aria fresca. Una libertà che è minacciata da ben altro, più che dagli antichi schiaffoni di Scalfaro, dalle copertine dell’Espresso, dalle foto dell’Unità, e anche dalle attitudini sessuali del premier.
Minacciata dalle leggi, riforme e politiche dei ministri e delle ministre più che dai loro calendari, dall’oltraggio ai corpi e alla salute di lavoratrici e lavoratori i cui diritti e le cui conquiste sono stati travolti come optional che si possono erogare o levare arbitrariamente, dall’introduzione di una nuova disinvolta schiavitù imposta a disperati e disperate che approdano fortunosamente e sfortunatamente per loro ai nostri lidi unti dall’iniquo benessere, dal tentativo di far subire scelte che danneggiano il nostro ambiente e la nostra qualità di vota, dal progressivo impoverimento del futuro di uomini e donne, delle donne in particolare costrette alla subalternità professionale, alla precarietà, alla sostituzione obbligata e coattive di una sempre più esile rete di servizi.
L’ho già più volte scritto su questo blog, più che le perentoria ostentazione mediatica dei quarti di veline in Tv, dovrebbe preoccuparci un uso politico dei corpi che crea le condizioni per emarginare chi non è adeguato a una nuova “rispettabilità somatica”, che li esige tonici e palestrati, rivisitati dalla chirurgia e dalla chimica, eternamente giovani e dediti prioritariamente alla loro stessa manutenzione. In modo da persuaderci che è preferibile e desiderabile essere così e da farci rimuovere gli imperfetti, “riposti” nella lungodegenza dell’anonimato, di ospedali dove non è concesso morire con dignità, nella solitudine urbana, nella vecchiaia, nella condanna inesorabile della bruttezza che pare essere un’onta insopportabile.
La inadeguatezza a andare al di là di un manifesto con una immagine innocente e graziosa mi pare la manifestazione di una specie di “crampo democratico” che ci fa essere avari di riflessione su quello che veramente mette in pericolo le libertà personali e pubbliche e a rischio la possibilità allegra e leggera di guardare alla bellezza senza pregiudizi, quella di donne uomini bambini posti animali, che è poi anche il modo più pieno di realizzare un po’ di felicità.

Nadia Somma

Quel corpo senza testa

Il Pd romano per pubblicizzare il festival dell’Unità che si svolgerà dal 23 luglio  alle Terme di Caracalla, ha adoperato l’immagine della parte inferiore del corpo di una donna con le gambe scoperte per un colpo d’aria che alza la gonna, sopra, campeggia lo slogan: Cambia il vento. Il comitato Se non Ora quando che ha portato in piazza il 13 febbraio scorso un milione di manifestanti, in maggioranza donne, per protestare contro l’umiliazione delle donne fatta dalla politica e dai comportamenti di Silvio Berlusconi, ne ha chiesto il ritiro.

La manifestazione del 13 febbraio, organizzata dalle donne è stata, forse, il primo segnale che il vento era cambiato, che nella società italiana ricominciava a circolare il pensiero e la voglia di partecipare alla vita politica.

Un manifesto è solo un manifesto, ma con le immagini e il linguaggio comunichiamo pensieri e sentimenti. Da anni le televisioni di Berlusconi prima, seguite poi dalla Rai, hanno mostrato replicate in veline, letterine, meteorine, lo stereotipo della donna bella e senza cervello. Lo stesso messaggio è stato tradotto in molte immagini pubblicitarie che ritraggono parti inferiori di corpi femminili. Corpi senza testa proprio come il manifesto proposto dal partito democratico romano.

Una donna con un corpo senza testa, è così che ha scelto di rivolgersi alle sue elettrici e ai suoi elettori il partito democratico romano, festeggiando il cambiamento del vento. Eppure è stato anche grazie ai cervelli delle donne che hanno votato alle elezioni amministrative, la scorsa primavera, se il vento è cambiato, ed è anche grazie ai cervelli delle donne che hanno votato i referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento che il vento è cambiato.

Alle elettrici del partito democratico, alle donne dei comitati Se non Ora quando, e di tutti i comitati i gruppi, le associazioni, le lavoratrici precarie che si stanno battendo contro la regressione culturale che sta colpendo in Italia le donne, non resta forse che una desolante considerazione: in alcuni cervelli, purtroppo, tira solamente quell’aria, e quei cervelli sono trasversali ai partiti dell’arco costituzionale.