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Le concidenze del fango

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri il web elaborava il lutto per il licenziamento del direttore dell’Unità. È lei stessa oggi a smentire l’indiscrezione avvelenata. Ne sono lieta e quindi mi abbandono a qualche riflessione che comunque non avrei tenuto per me anche in caso di defenestrazione a costo di essere tacciata di sciacallaggio.
È che ben prima di dolermi per il suo ingiusto licenziamento ieri mi ero rammaricata per quel suo editoriale nel quale denunciava le minacce subite e indirizzatele tramite batteria da dentro le enclave del palazzo. Perché non so a voi ma a me non piace il tempismo prudente che spinge a rivelazioni scottanti e a scoppio ritardato quando si è dischiuso il verminaio e i vermi grossi sono dietro le sbarre. E mi insospettisce quando la trasparenza procede per segmenti: si svela una parte, il contenuto e non l’autore, dell’avvertimento mafioso e trasversale, in un mostrare e non mostrare che ricorda le allumeuse di una volta e la Marcegaglia di oggi che preferisce la denuncia mediatica a quella alle autorità giudiziarie.

È che davvero le istituzioni e le procedure chiare hanno evidentemente perso smalto e credibilità, così la disaffezione e la sfiducia hanno contagiato anche quelli che le condannano. Deve essere lo spirito dei tempi che ispira direttori di giornale che si sono autonominati testimoni e interpreti della società civile a preferire le profezie alla cronaca e a mostrarsi nei salotti televisivi, qualcuno anche gestito in proprio, a quello che dovrebbe essere un impegno cruciale per il loro ruolo, incrementare il numero dei lettori.

L’informazione in tempi di regime dovrebbe avere più che mai a cuore la qualità ben combinata e integrata con la quantità, per garantire che requisiti e contenuti di verità e conoscenza della realtà vadano a innervare l’opinione dei cittadini e quello che una volta si chiamava senso comune. Si, s’è poco da fare gli schizzinosi vuoi per bigotto rifiuto di elementari regole di mercato o per quel vizio della sinistra più arcaica di voler stare tra i “pochi ma buoni”, in una certa aristocratica ed elegante marginalità illuminata.

Si sarebbe preoccupante se la De Gregorio venisse licenziata per motivi di “genere”. O ancora di più se la sua rimozione avvenisse per poca organicità al partito di riferimento – che non è Repubblica, anche se a volte l’Unità sembra proprio essere il giornale fiancheggiatore di un altro giornale.
Ma è anche preoccupante che un quotidiano con quella storia, quella “rappresentatività” di memorie e interessi di parte, una parte che ha avuto sempre troppa poca voce e troppo poco ascolto, subisca una inesorabile e pare inarrestabile emorragia di lettori.
Molto spesso nelle sue presenze televisive il direttore dell’Unità dal volto umano, ci parla dei suoi figli come Biagi ci parlava della nonna e Veltroni del papà. Per dirci, stupita, che i suoi ragazzi non la leggono, non leggono i quotidiani e si informano solo sul web. Questo la dice lunga: sulla constatazione che un carattere distintivo di opinionisti, cronisti, testimoni privilegiati è ormai la sorpresa: dei moti nordafricani, della qualità della turboeconomia, dell’efficienza di Tremonti, della xenofobia del governo o della sua ferocia con i trasgressori, della forza di molti che “mo’ si erano svegliati” e così via.

E un altro aspetto è la cecità di fronte alla vera modernità che sta beneficamente stravolgendo l’informazione e che esalta le edizioni online rispetto al cartaceo, che esige tempestività, che vuole molti fatti oltre alle loro sussiegose opinioni, perché un’opinione abbiamo imparato a farcela da soli, che reclama competenza oltre che costruzione di una leadership, deontologia più che moralismo. Anche nell’imparare che bisogna saper abbandonare le rendite di posizione di un mestiere che non è mai acquisito, che richiede attenzione, ascolto visione del futuro e che rappresenta uno dei più straordinari modi di fare “politica” proprio perché possiede la tremenda qualità di poter influenzare decisioni e scelte “politiche” e per questo non è una missione, ma semplicemente un gran bel lavoro delicato, potente e difficile.

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