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Fico secco

FICO-BOLOGNA-ingressoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Secondo il patron Farinetti,  Fico, il “parco dei saperi e dei sapori più buoni d’Italia”, è la meta ideale per i “weekendari”. Così vi potrebbe capitare in un caldo pomeriggio estivo  di ritrovarvi sotto il monumentale ingresso della Fabbrica Italiana Contadina, quella sorta di stele che pare suggerita da una Leni  Von Riefenstahl padana,  saldamente piantata nella contemporaneità grazie al podio innalzato per permettere a visitatori di immortalarsi in un selfie, in modo da farsi testimonial per  favorire fidelizzazione e proselitismo.

Si,    perché  la religione del mondo Eataly (anzi, dell’Eataly World) vuole diffondersi con la sua propaganda fide che combina la simbologia  megalomane e gigantista dell’expo 2015,  tra messaggi umanitari e sporco affarismo, con  stereotipo ruspante della pingue e godereccia Emilia   intesa come una pantagruelica greppia nazionale e con lo spiritaccio di Bologna la rossa, la “città coop”, quella delle leggendarie feste della morta Unità, della militanza professata  davanti alla griglia degli arrosticini, della dedita generosità dei volontari, in questo caso convertiti in mesti interinali  cospicuamente decimati già a due mesi dall’inaugurazione grazie ai servigi dell’olandese  Randstad  una delle principali agenzie al mondo di lavoro  specializzata in precariato, scelta per una selezione del personale secondo i comandi dell’alternanza scuola-lavoro  esemplarmente rappresentata dal progetto ad hoc   “Un giorno da Fico”, e imputata  di reclutare manodopera gratuita a fronte di un investimenti in formazione della Regione del valore di 400 mila euro.

Magari siete stati persuasi grazie alla martellante pubblicità. Dépliant straboccanti dai dispenser di ogni albergo e B&b,  in attesa che la città del gusto venga arricchita dall’imponente struttura programmata da Starhotel:  una superficie di circa 11.000 metri quadrati,  circa 200 camere, meeting e conference room, area colazioni e caffetteria, reception, uffici, tre piscine, fitness center e spa e che sorgerà  anche quello all’ombra dell’inceneritore per rifiuti ospedalieri,  “ingiustamente criminalizzato” secondo i dati Hera,  accanto ai due ettari di orti e frutteti, alle stalle, alle “fabbriche contadine” (sic), e ai 45 punti di ristoro meno uno, quello della famosa gastro-star Enrico Bartolini, che ha preferito abbandonare l’impresa visionaria del norcino della real casa di Rignano, segnando una  falla allarmante nella narrazione di  quel viaggio a portata di tutti e in “tutti i sensi”, e nella “magia autentica del sapore made in Italy”. Recitano proprio così gli slogan che riecheggiano in tutta Bologna, sulle fiancate dei mezzi cittadini, cui si è aggiunto il Ficobus, , 6 nuovi autobus ibridi   da 18 metri con capienza da 148 posti, una corsa ogni 30 minuti nei giorni feriali e una ogni 20 sabato e nei giorni festivi, dalle 10 alle 24, occupati in genere da non più di 6 passeggeri e cortesemente offerti da Regione (che ha contribuito con un finanziamento da 3 milioni di euro) e azienda dei trasporti locale, ed anche sulle vetrine dei bar e dei ristoranti che non devono temere la concorrenza se un panino nel mondo di Fico costa almeno il doppio che nei locali del centro, o che vi raggiungono sul cellulare con le offerte di Trenitalia.

E  che vi perseguitano lungo tangenziale e raccordi  con una segnaletica assillante, fosse mai che perdiate la strada. Una strada sulla quale devono essere intervenuti aggiustamenti e azioni di efficientamento e abbellimento, a onta della rivendicazione del Comune (il sindaco Merola era così entusiasta che è andato a Manhattan per presentare in progetto in fieri alla stampa americana sulla terrazza del Flatiron building)  che si vanta di non averci messo un euro nell’operazione. E vorremmo anche vedere, se invece si sa che l’area e le strutture preesistenti, quelle del CAAB – Centro Agroalimentare di Bologna, diventato partner con l’attribuzione al suo creatore di un ruolo prestigioso in  Eataly World, la società costituita da Eataly e Coop, con Regione e comune azionisti, è stata offerta in regime di chiamata diretta  e in assenza di un bando europeo. Se il comune ci ha messo la struttura, che varrebbe 55 milioni di euro, per la ristrutturazione sono stati raccolti 75 milioni di euro di fondi privati: 15 milioni sono arrivati dal sistema cooperativo, dieci da imprenditori locali e altri 50 da casse previdenziali professionali, un centinaio di  imprenditori grandi e piccoli (da piccoli artigiani a grandi consorzi come quello del Parmigiano reggiano), i ministeri dell’ambiente e dell’agricoltura, l’associazione dei borghi più belli d’Italia e l’Ente nazionale italiano per il turismo (Enit), Slow food, le università di Bologna e quella di Napoli, la Suor Orsola Benincasa, celebrando la liturgia del monopolismo faccendiero del patron saldata con l’affarismo delle coop, la weltanschauung renziana  e il capitalismo emiliano di derivazione postcomunista.

Arrivati dopo il lungo tragitto, preso nota del fatto che i parcheggi tutti rigorosamente al sole  sono gratuiti le prime due ore, aggirata la stele dei selfie, vi trovate davanti quella che i promotori hanno definito orgogliosamente al Disneyland del cibo dove “esplorare, scoprire,imparare, gustare e portare a casa”, uno spazio nel quale l’architetto Bartoli, lo Speer del farinettismo, ha voluto mantenere  la vecchia architettura industriale, ma con l’obiettivo di creare una “sensazione contadina”, creando un continuum tra l’interno e i campi,  perché  “l’idea di Fico è talmente forte che la realizzazione architettonica è passata in secondo piano”.

In un clima di precoce e prossimo smantellamento (i recensori su Tridadvisor scommettono che il MagniFico non vedrà il panettone e non si hanno dati certi sui visitatori italiani e stranieri, il cui numero, si vocifera, sarebbe in picchiata), con punti ristoro deserti, come il Teatro della Carne, poche stelle e poche stalle dove langue il bestiame da esibizione, con gli stand dove si aggirano i naufraghi metropolitani dell’estate bolognese nostalgici delle kermesse di partito, con le “fattorie” che sembrano lo scenario e le costruzioni di qualche vetusto spaghetti western, potreste entrare finalmente in contatto con le grandi eccellenze della gastronomia italiana.

Perché secondo i promotori l’iniziativa ha più di una finalità didattica e pedagogica: instaurare un rapporto sia pure perlopiù virtuale tra i bambini e la natura “nelle aree mediali interattive”, partecipare a corsi e laboratori “mettendo le mani in pasta” e partecipando da osservatori privilegiati alla produzione di vini, oli e formaggi, affinare il palato nel “meglio della cucina italiana” dal cibo di strada agli chef stellati, promuovere consumi consapevoli e di qualità grazie all’offerta  del meglio dei prodotti alimentari italiani. E infatti vi troverete in un immenso autogrill, un supermercato diffuso sui cui “scaffali” è esposto il repertorio dei potenti della catena alimentare, se la sceneggiatura della produzione delle mozzarelle è a cura della Granarolo, se il top della Pizza è di Rossopomodoro, se la birra “artigianale” che zampilla davanti ai vostri occhi è di una nota catena, se il panettone che forse Eataly non vedrà a Natale è di Balocco, se la più buona passata è Mutti e la cioccolata da re è di Venchi, e dove va in scena la narrazione della civiltà contadina grazie all’allestimento di un pollaio o una porcilaia. In modo che  il visitatore venga indottrinato dal  potente storytelling  dall’Expo a Eatalay e si convinca   che il miglior olio del paese sia quello di Roi, che la più gustosa pasticceria sia quella Balocco e che il pollo più succulento sia quello di Amadori, aziende rispettabili magari, ma che sono là, nel MagniFico, non perché rappresentano la scrematura delle produzioni italiane, l’eccellenza secondo il coglionario dei nostri giacimenti tradizionali,  ma unicamente perché sono storiche partner commerciali di Farinetti e di Coop o perché hanno accettato di essere presenti in Fico con le condizioni che Fico ha offerto (zero affitto, ma 20% sugli incassi da vendita di prodotto e 30% sugli incassi da ristorazione: un modello imprenditoriale che sta già mostrando la corda).

Il tutto esposto in una vetrina permanente: cornucopie di salami e cascate di mele, piramidi di grana e nature morte di quarti di bestiame come in una sala di anatomia  dove il cibo diventa scultura, oggetto d’arte da ammirare in un parco tematico sul Paese di Bengodi, custodito  da comparse e figuranti (secondo i commentatori di Tripadvisor stanchi e demotivati)  travestiti con costume tipico o bardati da mortadelle a officiare la liturgia della panza in una città che si vuol convertire in vetrina fica e autoreferenziale del monopolio dell’abbuffata, dove in questi anni sono stati chiusi con la forza luoghi di incontro e critica, centri sociali e culturali, impoverendola della sua memoria ribelle per offrirla in pasto, anche lei, al pizzicagnolo globale.

 

 

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Leccapiedi e lustrascarpe

 

lustrascarpeOggi è il giorno delle geremiadi piddine, repubblichine. huffintoniane, murdocchiane e compagnia cantante, è il giorno in cui gli ipocriti compulsivi scoprono l’umanità di Renzi in quel suo discorso finale, così falso che bisogna essersi strappati l’occhio sociale per non cogliere il livore e la menzogna evidenti nel linguaggio non verbale dell’ometto, è il giorno in cui nullità infingarde e repellenti come la Puppato offendono gli elettori del No dall’alto della loro vacuità etica e intellettuale, è il giorno in cui il sistema di potere renziano, gli uomini d’oro alla guida di banche, imprese, centri finanziari e multinazionali ancora sotto il controllo governativo cominciano a tremare e si raccolgono in orda per la sopravvivenza.  Stranamente è anche il giorno in cui il Corriere della Sera scopre i dati Istat sulla povertà in Italia, resi noti il 14 luglio scorso e tenuti nei cassetti perché sapete c’era da appoggiare il guappo e il suo referendum: il giornalone  scopre che più di un italiano su quattro vive ormai in stato di rischio povertà ed esclusione sociale, mentre aumenta il reddito del venti per cento di popolazione più benestante.

Mi ci  vorrebbe un enorme talento letterario per esprimere vividamente lo schifo che mi provoca tutto questo e il desiderio di mandare a casa ora, adesso tutto questo ceto dirigente corrotto, privo di idee e mediocre oltre ogni immaginazione. Ma alla fine non credo che sarebbe una vera  punizione perché il meraviglioso mondo contemporaneo di cui sono fautori ed esecutori per conto terzi, offre imperdibili occasioni per esprimere il proprio talento e per farsi di nuovo strada. Ci sono vere montagne di occasioni d’oro che soltanto i buoni a nulla e gli scioperati possono lasciarsi sfuggire, attività , job pieni di soddisfazione morali ed economiche e qui mi limito a citarne solo una, straordinaria, trovata sul web: “Unitevi a noi in un’avventura dove ogni talento viene valorizzato, dove non ci sono limiti all’esperienza, dove la realizzazione personale passa in primo piano, un lavoro a misura delle vostre ambizioni e della vostra immaginazione”.  Parole che sentiamo spesso, che fanno parte del messale aziendalista, liberista, mercatista, il felice salmo del presente che accompagna ogni inganno. Ebbene sappiatelo se vi unite a loro potrete gustare fino in fondo le gioie di fare il lustrascarpe, perché è di ciò che si tratta ( vedi qui), è questo il settore nel quale potrete esprimere a pieno la vostra creatività e il vostro sputo. Con il vantaggio di  essere un imprenditore in proprio, ma con alle spalle una catena che ha come segno distintivo un panchetto in puro legno e un grembiule di cuoio che dovrete comprare a carissimo prezzo per poi passare una corposa royalty ad  ogni lucidatura.

Questo è ciò che offre il convento del capitalismo contemporaneo: in pratica solo parole e retorica attraverso le quali si intende raggiungere lo scopo di cancellare la realtà e di rendere appetibili lavoretti miseri, privi di ogni specializzazione e al limite della sopravvivenza quando è grasso che cola: non a caso negli ultimi 15 anni in occidente si sono persi milioni di posti di lavoro buoni e ad alto tasso di conoscenza per compensarli in parte con questi “job” tutti assolutamente precari che vanno dal lustrascarpe, agli accompagnatori di cani, dalle badanti ai camerieri, dai fattorini per pizze alle domestiche, dai tassisti temporanei per Uber ai distributori di volantini. Su un livello un tantino più alto si sono  affermate attività marginali e superflue come organizzazione di eventi o matrimoni, arredatori, consulenti di non si sa che, partecipanti ai Focus Group ( da cui poi sono tratti i campioni per i sondaggi), personal trainer,  docenti di Yoga e insomma tutta la panoplia di attività dell’auto imprenditoria spicciola che serve solo a cullare la pigrizia e le fisime del dieci per cento più ricco.

Il lavoro vero si fa altrove ormai e quello che rimane è spesso malpagato aggirando tutte le regole, in seminero,  visto che lo Stato non ha poi così voglia di controllare. Ma del resto se si dà via libera a qualunque profitto minimizzando i salari è questo ciò che si ottiene:; una logica del lavoro misero e servile quale correlato inevitabile dell’economia di carta e del capitalismo finanziario.  Proprio per questo è quanto mai essenziale montare la panna della retorica su talento, creatività, sogni e quant’altro in modo da nascondere il processo di servilizzazione e precarizzazione, di renderlo accettabile,  ma è anche necessario in un modo o nell’altro demolire l’insieme di tutte istituzionali e sociali che ancora fanno da barriera al nuovo medioevo: ecco perché le grandi banche e tutti  i poteri  che passano per questa cruna dell’ago suggeriscono ai loro burattini di stravolgere le costituzioni. Ed è per questo che da oggi bisogna dire sempre No al massacro. E fare esprimere il talento e la creatività di questa gentina e  gentaglia nei nuovi imperdibili lavori: su, un bel grembiule di cuoio e potrete avere delle belle soddisfazioni. La vostra saliva vale.


Poste: lavoro precario, software precario

La fila alle poste è qualcosa che entra nell’immaginario italiano, fa parte di quell’abitudine ad essere sudditi che non è stata cancellata né dall’introduzione dell’informatica, né da quello spirito da piazzista o da mercatino delle pulci  che aleggia negli uffici in magnifico accordo con il governo.

E l’incredibile blocco informatico che va avanti da quasi una settimana, qualcosa di inedito per lunghezza nel mondo occidentale, fa ritornare non soltanto le file chilometriche, ma anche l’arroganza, le scuse insincere, l’evasività riguardo alle cause e insieme  quella sudditanza, quella marginalità del cliente che dopo essere stato blandito a parole torna ad essere nella sostanza un vassallo. Un suddito punto 2, ma sempre suddito.

Il guaio, troppo lungo,  per essere un inconveniente  è stato causato da un nuovo software costato la bellezza di 40 milioni di euro e che ha la pessima caratteristica di essere estremamente centralizzato rispetto a quello precedente. Una scelta demenziale per chi deve gestire migliaia di sedi diverse, una decisione che non consente elasticità o margini di manovra in casi di malfunzionamento.

Per carità forse è stato solo un errore di filosofia, ma a sentire lor signori, senza angoli opachi, perché le Poste fanno sapere che il software impallato, con qualche catastrofico bug o infiltrato da virus, è stato scelto con una gara europea vinta da un raggruppamento temporaneo di imprese con Ibm capogruppo e per soci “soci”  Hp e Gepin.  Già, ne sappiamo qualcosa dei raggruppamenti temporanei.

Però chissà perché non sono affatto stupito che non si riesca a venire a capo di un problema che forse si è creato in corso d’opera. Non mi ha affatto stupito dopo che ho letto Gepin, una società che una volta si sarebbe definita del parastato e che in questi anni è salita alla ribalta delle cronache per aver costantemente sostituito i propri dipendenti esperti   con  persone assunte a progetto e con le altre formule dell’universo precario, per non parlare della costante diminuzione degli stipendi. Lavoro precario, software precario perché se c’è un settore dove le competenze specifiche sono essenziali è proprio questo.

Così ci si è dovuti rivolgere direttamente all’Ibm e ai suoi esperti tutt’altro che precari per tentare di venirne fuori. Questo succede, quando la sudditanza si estende oltre la fila allo sportello e finisce anche dietro: è la società stessa e le sue strutture che diventano precarie.

Qui un video che da esattamente l’idea di ciò che volevo dire.


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