Anna Lombroso per il Simplicissimus

A me piace pensare che il voto di domenica rappresenti un plebiscito contro il governo. E che chi va a votare ne sia consapevole. Penso ormai che sia una fortuna, magari un bel po’ costosa, che non siano stati fatti cadere nei medesimi giorni del voto amministrativo. Se è più difficile raggiungerne il quorum, il loro significato, la loro specificità, aumentano, perchè rappresentano delle buone cause per tutti e a nome di tutti. Nel nucleare e nell’acqua sono esemplarmente radicate due delle fondamentali pretese della specie di una buona sopravvivenza umana. Nel legittimo impedimento l’altra legittima richiesta di essere uguali anche e soprattutto di fronte alle leggi. Dunque, democrazia, scelte di sopravvivenza e di destino, istanza di equità tornano, come nei momenti migliori, si integrano compiutamente in un pronunciamento popolare che ha un sapore “garantista”.

Ai “laici” la parola garantismo non piace molto, perché negli anni ha perso la sua innocenza smarrendo un vocabolario ricco di evocazione dei diritti e delle libertà, a favore di un livido giustizialismo che prometteva più vendetta che giustizia per i comportamenti illegali, illeciti e corrotti, realizzando in realtà le condizioni per una stretta autoritaria generalizzata. Promessa illusoria peraltro se nel frattempo si è cancellata ogni ambizione di egemonia di legalità e diritti, ma ci si è acconciati a accettare priorità di una agenda politica decisa dagli imprenditori della paura e del profitto, che vanno bene d’accordo, dimostrando che nel nostro Paese democrazia e stato di diritto poggiavano su basi fragili.

Ristabilire principi di giustizia è l’istanza non solo del referendum che verte su una questione squisitamente giuridica, quella del legittimo impedimento. Ma lo è anche dei tre che riguardano il diritto a una equa e trasparente gestione di beni comuni: risorse, ambiente e salute dei cittadini, e insieme anche i loro interessi economici minacciati da scelte ispirate al profitto e all’interesse privato di una plutocrazia. E riguardano anche questi il riconsolidamento della democrazia, ora fortemente minata, attraverso il rafforzamento dei suoi capisaldi: la cultura civile dei diritti e la cultura morale dell’eguale dignita’ delle persone.
Per questo bisogna ricordare che non si parla di beni pubblici, sui quali non sarebbe un affronto intervenissero investimenti privati per incrementare efficienza. E anche in questo caso il contesto attuale e le esperienze già condotte non incoraggiano, condizionate come sono e sono state dal primato della speculazione, da quello della corruzione e dell’affarismo.

No, è bene chiarirlo qui si parla di beni comuni, che non vanno confusi né con i beni pubblici né con quelli privati. E per questo non possono essere beni concertativi, di quelli che sono sottoposti a negoziazione corporativa. E nel bene comune il vantaggio che ciascuno trae per il fatto di far parte di una comunità non può essere scisso dal vantaggio che altri ne traggono. E così l’interesse di ognuno si realizza insieme a quello degli altri e non “contro”, come accade nel bene provato, né a prescindere dall’interesse degli altri, come accade per il bene pubblico.

I beni comuni appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Comunicano l’impossibilità di piegare risorse e ambiente alla logica del mercato, indicano un limite e un aspetto nuovo della sostenibilità: non solo quella imposta dai rischi del consumo dissipato dei beni naturali (aria, acqua, ambiente), ma anche quella legata alla necessità di contrastare la sottrazione alle persone delle opportunità e quindi di assicurare equità.
Devono quindi essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà, perché integrano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno.
E’ per questo i contenuti di questi referendum e gli stessi strumenti referendari sono una grande occasione di democrazia: sono l’occasione per ripartire da un ruolo attivo della cittadinanza, per riabilitare, noi, la politica e riprendercela.