Gli ultimi avvenimenti non mi aiutano. Non mi aiutano a respingere la fascinazione che ha su di me una vecchia tesi della storiografia alla  Toynbee  e alla Weber che vede una radicale differenza, ancora oggi, tra l’Europa che sta dietro il limes romano Reno-Danubio e quella che ne sta fuori.

Gli ultimi avvenimenti sono le amministrative in Spagna e le amministrative in un piccolo, ma importante Laender tedesco, quello di Brema: il primo è stato accompagnato e segnato da quella specie di rivolta pacifica degli indignados, giovani senza lavoro e dal futuro incerto, il secondo dall’esordio dei sedicenni al voto. Due cose assai diverse tra loro e che tuttavia  mettono in campo la preoccupazione diffusa nel continente per un futuro incerto e nebuloso.

Gli esiti di questi due eventi sono stati assolutamente diversi, anzi opposti. Gli indignados chiedevano, invocavano il lavoro e la dignità, ma hanno finito per favorire la vittoria dei popolari nel cui programma c’è appunto la precarizzazione e lo sfruttamento intensivo. Insomma qualcosa di clamoroso e di emotivo, nato fra l’altro nel maelstrom del web, che però si è tradotto  a conti fatti in una sconfitta. In una specie di autocastrazione inconsapevole.

I 16enni di Brema, assieme a tutto il resto dell’elettorato, hanno invece deposto in silenzio la scheda nel’urne e hanno dato il 38,1%  ai socialdemocratici, un clamoroso 22,7% ai Gruenen, ai verdi che diventano il secondo partito, il 5,7% alla Linke. Quel po’ che rimane, meno del 25% alla Cdu e ai liberali cioè alla coalizione che guida il Paese. E questo nonostante la disperata rincorsa governativa sulle energie rinnovabili. Qui si, c’è stata una rivoluzione che parte da una democrazia delle risorse. Alla fine qualche indignato c’è, ma è la Merkel.

Con questo non voglio dire che ancora esiste il limes, ma che bisognerebbe guardarsi  dagli entusiasmi troppo facili e da certe vis imitative che ci pervadono. Nell’Europa meridionale sembra prevalere una specie di destrutturazione in cui il corpo sociale appare ormai diviso anche tra generazioni, mentre altrove resiste il filo che lega le età a un pensiero di destino comune. I pariti fattisi casta non riescono a parlare ai giovani e sono talmente implicati dentro logiche di potere che a volte si ha la sensazione che non possano nemmeno farlo. D’altra parte le nuove generazioni sembrano prive di ogni cultura politica, come fossero cresciute in un deserto dei tartari.

Così ci sono posti in cui ci si indigna e altri dove i cambiamenti s’impongono nel cuore stesso della politica. Così non mi resta che pregare perché la prossima settimana  Toynbee venga confutato.