Anna Lombroso per il Simplicissimus

Recita la saggezza dei popoli, in questo caso quella veneziana: co la carne se frusta l’anima se giusta. Che potremmo tradurre quando si invecchia si diventa bigotti. No vale per tutti ci sono premier ad esempio che indulgono a una sfrenatezza devastante per il loro paese. Ma invece ci sono categorie che proprio potrebbero diventare testimonial del proverbio pronte per una pubblicità progresso sulla questione morale. Esemplare il caso del salotto buono delle penne illustri: guardate Scalfari che incontra e interpreta per noi Dio, cioè se stesso, dopo una carriera di direttore/editore come dire? piuttosto spregiudicata culminata con lo sbarazzarsi disinvolto ma molto redditizio della sua creatura. E non è il solo, un altro che in questi giorni ancora una volta si erge ad autorità morale nella dorata marginalità del Foglio e nelle in altezze stratosferiche della schifiltosità è Furio Colombo.
Dopo soli centocinquant’anni l’Italia sta per finire, scrive con la penna intinta nella cicuta socratica uno dei più brillanti e coccolati ex enfants gâtées dell’avvocato, ex solo perché l’avvocato è morto e a Marchionne piacciono usignoli più rozzi. In molti partecipano alla distruzione: un capo di governo e capo popolo ricco di misteriosa ricchezza, membro di una misteriosa organizzazione detta P2, da cui ha ereditato fino ai dettagli il programma e il modo di governare; la criminalità organizzata che ha ormai invaso e infettato ogni parte d’Italia; la corruzione che, per esempio, consente di comprare pubblicamente maggioranze parlamentari, se quelle di prima si esauriscono; e una corte sterminata, diffusa fra politici, giornalisti e manager che si presta ad approvare e a celebrare qualunque cosa che offra un ragionevole margine di guadagno.
E ancora: La distruzione è in corso. Ecco, questa è la festa. È una festa macabra, in cui la morte, la persecuzione, le leggi razziali (si pensi agli sgomberi dei campi nomadi) sono parte della nostra vita quotidiana. L’unica celebrazione che ci resta è l’imitazione: rifare il Risorgimento.
E figuriamoci se non sono d’accordo. In linea di principio. Ma con un certo fastidio per il divino schizzinoso. Perché se a dire queste cose è un operaio di Mirafiori, se a esigere una rivolta morale è una precaria della scuola, se a gridare la sua rabbia è una madre che ha ridotto tutti i consumi della famiglia, anche quelli primari, o un giovane davanti al quale c’è un futuro impoverito rispetto alle aspettative della mia generazione, insomma un cittadino qualunque che non solo ha i pingui privilegi di Colombo, ma soprattutto non ha che la piazza per esprimersi, allora si – sono un populista – ma mi sento rappresentata. E mi viene di gridare con loro.
Ma un po’ di sobrietà, un po’ di autocritica la esigo da qualcuno che ha riassunto brillantemente in sé alcune delle categorie che addita come responsabili del declino, che oggi elegantemente chiamano caste o meno nobilmente cricche, e che c’erano accidenti se c’erano e potenti. quando lui era un giornalista prestato all’industria che più ha goduto di assistenzialismo e rendita parassitaria.
Lo so già: mi è successo di sentirmi dare della femmina frustrata adesso qualcuno mi darà della giornalista frustrata.. E’ il destino di chi non si innamora facilmente delle icone del moralismo.Magari preferendo loro certi piccoli eroi domestici nel loro normale quotidiano esercizio di moralità felice e sconosciuta.