Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una conoscente sul social network più amato dagli italiani mi ha apostrofata in bacheca minacciando di “bannarmi”, e con me tutti quelli colpevoli di aderire alla celebrazione per i 150 anni dell’unità, testimoniando con un’immagine tricolore.
All’origine di tanto supponente sdegno la sua appartenenza planetaria : avviso ai naviganti: sto per bannare chiunque, dico chiunque, mette tricolori, la mia patria è il mondo intero, sorry. Frase esemplare, espressione di un malinteso cosmopolitismo, che tra l’altro favorisce l’inglese ma penalizza come al solito il congiuntivo. E che riecheggia le ineffabili dichiarazioni delle candidate a miss Italia, che alla domanda: il tuo più grande desiderio? rispondono senza esitazioni, la pace nel mondo!!
Purtroppo c’è un equivoco di fondo in questi atteggiamenti, molto gratificanti, immagino, da un punto di vista estetico, come il disincanto dello scettico blu con il guanto a penzolone.
E’ che certe esternazioni, poco meditate e solo superficialmente controcorrente, alla fine assimilano al conformismo e possono anche apparentare pericolosamente terzomondisti e leghisti.
È il paradosso di un “impegno” talmente a tutto tondo da disimpegnare dagli obblighi di guardarsi in casa e guardarsi dentro.
A quelli che guastano la festa mi viene da rammentare una bella frase di Tolstoi: l’anima è una casa con molte stanze e dentro possono abitarvi molti amori.
E infatti io penso che, come dice Arendt, più che un popolo sia preferibile e più umano amare alcune persone che ne fanno parte. E non ho alimentato con particolare cura un culto della patria pensando francamente che la mia heimat siano la carezza del mio uomo, il sorriso di Sara ed Emma, insomma il sentimento di amore, di affetto e di amicizia che è poi il senso più vero dell’appartenenza. E così diffido di chi ama l’umanità intera, e limito il mio amore a alcune persone non prediligendo un “genere” in particolare ma qualche donna e qualche uomo, molte amiche e molti amici.
Ma proprio per questo, perché siamo dotati della possibilità di sceglierci anche appartenenza, riconoscimento, amicizia e amore tutti sensi fatti di tanti elementi che si combinano in una ricerca di armonia come si cerca di mettere insieme le note di una canzone che ci canti dentro e ci faccia compagnia, io mi sento di fare festa per un bel posto nel quale c’è ancora della bella gente piuttosto arrabbiata che si sente “insieme”, che vorrebbe ragionare insieme, che trova belli tre colori che ricordano gli spaghetti che si mangiano in una trattoria in riva al mare o in un rifugio in montagna.
Non so se questa sia la ragionevole dose di amor patrio concessa a un popolo che teme la retorica più di Franti e che preferisce nascondere i buoni sentimenti, che a volte ci vorrebbero proprio, dietro a un ghigno.
Ma io concordo, con molta umiltà, con Calamandrei: questo Paese unito è nato anche sulle montagne, tra certa bella gioventù, là dove c’era ad esempio mio padre che insieme a altri come lui, lo voleva liberare dai fascisti e dai nazisti certo, ma anche farne una patria aperta equa dove essere uguali nelle differenze, liberi e felici.
E proprio questo mi aiuta a amare le donne e i ragazzi e gli uomini e i vecchi in piazza in tanti altri bei posti del mondo. E a voler bene allo stesso modo alla Libia, alla Tunisia, all’Iran, all’Egitto e al Giappone e anche e molto all’Italia. Che è così bella perché ha saputo affrancarsi mettendo insieme pensieri e dialetti e usi e canzoni e strade e desideri e utopie diversi.