Quote rosa del terrorismo, Adriana Faranda e Francesca Mambro

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se fosse viva Arendt sceglierebbe un altro titolo per il suo libro più citato, ma probabilmente molto poco letto. Lo chiamerebbe “la banalità dell’idiozia”. Che non riguarda solo i criminali cretini ma ancor più chi li segue ed esegue i loro ordini, ma ancora di più quelli che senza un utile vero e concreto li ammirano e li promuovono, forse solo per appagare quella vile vocazione ad omologarsi in quello che genialmente Arbasino ha definito lo snobismo di massa.
Non c’è nemmeno bisogno di commentare questo felice caso di eccellenza di banalità del cretinismo che non sappiamo se affligga di più l’intervistata o l’intervistatore.
A pronunciarsi sulla condizione femminile è Adriana Faranda per tale “Cosebellemagazine” che dischiude un contesto che francamente avevamo poco esplorato: la discriminazione nell’ambito della lotta armata e le pari opportunità nel terrorismo, compromesse dall’innegabile machismo che vi allignava. Infatti “La voce degli uomini nei momenti di decisione, come nei momenti di scelta e di preparazione alle “azioni” aveva un peso diverso rispetto a quella di noi donne. Noi avevamo una diversa sensibilità che avrebbe potuto incrinare la determinazione e pregiudicare la costanza” ci confida la campionessa di buoni sentimenti.
Facendoci supporre che laddove si fossero adottate opportune quote rosa il caso Moro avrebbe avuto un epilogo meno cruento in virtù, cito ancora, del fatto che “noi donne eravamo più legate agli affetti, alla vita passata, meno disposte ad annullare la nostra individualità per la collettività. Noi eravamo anche mamme. Sicuramente per un uomo sono stati più facili sia l’ingresso sia la permanenza nell’organizzazione”.
Ma povera Faranda allora aveva proprio sbagliato tutto, se pensava che l’appartenenza alla lotta armata avrebbe significato affrancamento dei diseredati, uomini e donne, e riscatto dal primato del profitto che colpisce uomini e donne, e le donne magari un po’ di più.
Si ci hanno fatto sapere che si è ricreduta. Nel suo personale revisionismo infatti precisa i contorni della militanza dell’impegno: “La militanza è un termine ostile perché presuppone omologazione, disciplina, poco spazio per il cambiamento, per l’individualità, per la diversità. E’ un obbligo. L’impegno, invece, è sempre ragionato ed è una scelta quotidiana che coinvolge la persona integralmente e dà massimo spazio alla creatività, alle idee e all’innovazione”.
Eh si dobbiamo intendere che quello che lei ha speso nelle Br fosse impegno. Ma tutto lascia intendere che quella che continua ad esercitare con tenace e sussiegosa determinazione nel campo della scemenza sia militanza, dura, pura e semplice. La stessa di chi la intervista, la stessa di chi ce la vomita in rete invece di far calare un rispettoso e doveroso silenzio, non certo sulla storia, ma sulle misere cronache dei protagonisti “nostro malgrado” di pagine tra le più oscure di questo paese