E’ da quando ho comprato la prima auto che non metto tante firme. Per salvare, per protestare, per testimoniare. E sono anche poche perché praticamente ogni giorno qualcosa suscita disagio, indignazione, sgomento o pena per la pochezza di questo Paese. e meriterebbe una risposta.

Ma più le firme si moltiplicano, meno sembrano incidere, come se il rito fosse ormai consumato, un po’ frusto. Sapete sembra la messa della domenica dove il fedele per tradizione o per perbenismo si rassegna alla noia, sperando con questo sacrificio di aver adempiuto ai propri obblighi morali.

E in effetti la firma sembra quasi avere un effetto catarchico, ci appaga come se avessimo fatto qualcosa di concreto, e non dato  un obolo alla nostra pigrizia o ai nostri dubbi. Perché la vita vera è altrove, nelle piazze dove ci si dovrebbe finalmente ritrovare, nelle battaglie quotidiane, nell’ esprimere le nostre opinioni senza badare al quieto vivere, nel pretendere che alle nostre opinioni non si contrappongano solo ottuse asserzioni.

Del resto quando la posta in gioco è davvero sentita come accaduto per la protesta delle donne e come spero che accadrà per la scuola, la firma è diventata una semplice appendice di qualcosa che davvero si muove nella società. La cosa meno importante di una partecipazione che non si può più delegare riempiendo un modulo web.

Certo ai giornali fa gioco, offre un motivo per tenere la notizia in rilievo, però mi chiedo perché da noi ci sia sempre bisogno di una mediazione, mentre altrove quando accadono cose che scuotono l’opinione pubblica, i protagonisti vengono letteralmente sommersi di mail, messaggi, lettere, senza che tutto questo debba essere organizzato.

Forse è  che dobbiamo scuoterci da una certa passività, da un senso di disorientamento, da una crisi di identità. Per cui bisogna trovare i papi stranieri, attendere l’aiuto dell’avversario, aspettare che si passi ogni limite prima di reagire.

E tutti davvero ci faremmo la firma se questo cambiasse.