Anna Lombroso per il Simplicissimus

Negli anni ho ridotto la mia laicità a una visione molto semplice quella di una società nella quale non ci si accorge della presenza della Chiesa, restituita alla funzione di una comunità di credenti che esercita una armoniosa e rispettose convivenza con quelli che non vi appartengono, alla pari, senza imporre primati e verità.
E’ che per anni anche nell’ambito della sinistra si è andata affermando l’esigenza di superare la contrapposizione tra clericali e anticlericali, considerata ormai anacronistica. Ma ci siamo sbagliati nell’assecondare questa illuminata tendenza, così ora ci troviamo largamente indifesi di fronte al muscolare sodalizio di una destra spudorata nel suo disprezzo della dignità delle persone siano esse donne omosessuali, anziani, immigrati, ma anche bambini privati di un futuro di sapere e conoscenza, e di un clero strafottente nel chiedere ai cittadini di uniformarsi a un ordine morale, dal quale peraltro ritiene di potere essere esente. Creando un fronte repressivo autoritario e ottusamente ostile all’esercizio della libera e dignitosa cittadinanza.
Si abbiamo sbagliato perché abbiamo permesso che le offensive pretese dei vari fondamentalismi, le controversie fittizie sui “valori” creassero una pericolosa confusione diventata contrapposizione nei rapporti tra fede e politica e tra regole giuridiche e regole etiche. E abbiamo consentito che si esercitassero forzature ed ingerenze autoritarie nel processo di costruzione di una moderna, dignitosa e coerente sfera pubblica conciliata con quella privata, nella realizzazione di un pensiero e comportamenti relativi al libero sviluppo delle personalità e al ruolo dello Stato.
Si non la voglio sentire la pressione della chiesa se mortifica l’autonomia individuale in nome di ideologie o fedi, se piega la giuridicità a vincolo obbligato di un’etica, se fissa criteri o parametri che impediscono ai cittadini di compiere scelte che ritengono conformi ai loro interessi. Se mostra intransigenza con gli umili peccatori e tolleranza coi forti criminali per i quali invoca una contestualizzazione di vizi, peccati, colpe.
Non voglio interferenze nel campo dei diritti, dell’autoderminazione, delle scelte individuali di vita e di morte, di dignità individuale perché le invasioni di campo attentano alla coesistenza armoniosa di valori, punti di vista e interessi per imporre concetti elastici e opinabili come la buona fede, il buon costume, le buone convenzioni. Per questo voglio togliere alla chiesa la delega che si è arrogata, e che in parte le abbiamo concesso, di esercitare potere e autorità in materia di valori fondativi della società.
Ma invece proprio in nome del rispetto che da laica porto alle esigenze di testimonianza e alle aspettative di veder rappresentate le loro convinzioni dei credenti, mi aspetto che la chiesa interferisca, invada, si esprima e militi alla guida di quell’esercito di chi si riconosce in una fede comune, oltre che di una morale condivisa che dovrebbe interpretare un comune credo fatto di compassione, solidarietà, rispetto di diritti umani, carità, accoglienza.
Ad oggi la Chiesa invece nelle sue gerarchie ha taciuto lasciando la parola a un Osservatore Romano che ha manifestato rimostranze tanto caute da risultare offensive per qualsiasi uomo di buona volontà e tanto calibrate da sembrare concordate con i nostri ministri in carica.
Anche per la Chiesa come per i nostri cinici negoziatori la preoccupazione per l’esodo biblico, ma soprattutto per l’arrivo di una moltitudine di “infedeli” sembra avere il primato rispetto alla mostruosa repressione nel sangue di una insurrezione contro un despota che ha annegato diritti e crescita in un mare di sopraffazione, corruzione, oscurantismo.
Tanto algido distacco non trova giustificazioni se non in una politica di alleanze discutibili con un potere temporale che vuol farci credere che i burattinai della rivolta prendano ordini dal fondamentalismo; che ci vorrebbe convincere che le forniture di materie prime e di energia valgano più delle vite umane e del ristabilimento di diritti; che vorrebbe persuaderci che il peggio venga riservato dal “dopo la tirannia”, con un inevitabile “diluvio” di affamati senza terra né leggi e per giunta con un altro credo, che attentano ai nostri privilegi. E non da un “adesso” del quale dobbiamo vergognarci in quanto appartenenti alla razza umana.