Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma si diamogli un assetto istituzionale, nominiamo  un ministro della paura se è questa la passione triste dominante il nostro tempo moderno.

Dopo il crollo delle utopie del ‘900 travolte dal soffio raggelante del turbocapitalismo e di una malintesa modernità, ci aspettavamo radiose visioni del futuro. Incapaci di disegnarcele da soli, pare che siamo condannati invece a meritarci ineluttabili minacce, le piaghe d’Egitto e quelle di Libia promosse e sviluppate da patti scellerati tra tiranni interessati soltanto a riempire le loro private grotte di alì babà e quelle dei loro famigli e fedeli.

E quindi sembriamo destinati a accogliere migliaia di fuggiaschi avidi, irriconoscenti e irrispettosi, per fame e fanatismo, dei nostri antichi consolidati privilegi, a fronteggiare esodi biblici, a ricevere allarmanti seppur non sorprendenti nemici in casa.

Pare sia proprio la paura lo spettro contemporaneo che si aggira per l’Europa, il timore di una pestilenza transfrontaliera indefinibile e inquietante. Cui gli Stati, in prima fila quelli che hanno contribuito ad alimentarla con le maggiori responsabilità, rispondono con una pretesa “sicurezza”, chiusa, proterva, difensiva ed offensiva.

Freud diceva che la nostra civiltà in cerca di un miserabile “un po’ meglio” non potendo andare in cerca della felicità, si accontenta di evitare l’infelicità. Così alla promessa ecumenica e pastorale di un mondo perfetto in cui l’umano trionfa sul resto della creazione, si è sostituita una fede angusta e gretta, quella della sicurezza e una triste caricatura di controllo e ha preso il posto dell’utopia di una società senza conflitti, di un mondo di armonia e di pace. Un messianismo da televendita propone a caro prezzo non l’edificazione del meglio, bensì la costruzione – spesso cruenta per diritti e libertà – di un argine al dilagare del peggio.

Quelli che hanno prodotto la minaccia, adesso ci vendono i dispositivi per “difenderci”. Immaginandoci così spaventati da credere alle promesse di una banda di ladri che mette a punto un antifurto. E così tolleranti dell’illecito da fidarci della lotta all’illegalità di importazione, messa in atto da governi che su capisaldi criminosi e irrispettosi delle regole hanno costruito la loro fortuna.

Non occorre andare lontano nella decodificazione del nostro presente per cercare i responsabili dei nostri fantasmi. La crescente instabilità dei mercati, i cambiamenti demografici, le migrazioni prodotte da politiche inique che hanno incrementato l’esclusione, l’evoluzione dei sistemi produttivi dei paesi più ricchi che hanno determinato una contrazione delle retribuzioni del lavoro e una crescente incertezza e instabilità dei rapporti contrattuali, l’erosione delle aspettative di futuro e il depauperamento dei valori di un lavoro sempre più precario, segmentato, insufficientemente retribuito, la frammentazione del tessuto sociale hanno prodotto una frammentazione del tessuto sociale, indebolito il senso di appartenenza e di identità, indotto apatia politica e fomentato fondamentalismi e secessionismi.

Una marea crescente di impoverimento, frustrazione e solitudine ha dato forma a una sconfinata richiesta di protezione a una febbrile esigenza di sicurezza e incolumità che investe le persone, i beni e i privilegi. E chi ha sapientemente nutrito le paure e fatto lievitare la conseguente aspettative di sicurezza risponde con i soliti sistemi collaudati, mediante l’instaurarsi di un clima emergenziale, la promozione di misure di emergenza buone a nascondere inazione e inadeguatezza a prevenire e governare, attraverso repliche duramente repressive utili a soffocare “irregolarità” e dissenso, con il ricorso a strumenti, dispositivi e messaggi autoritari quelli buoni a confondere “malvagi”, disperati, critici, disubbidienti e marginali. E a trasformare l’atteggiamento delle cittadinanze preoccupate dall’irruzione di nuovi soggetti e dalla pressione di soggetti sconosciuti, in forme di rigetto violento, di negazione di diritti, di discriminazione, in una parola di xenofobia e razzismo.

Gli avvertimenti trasversali sibilati dai ministri più esposti del nostro governo dimostrano che sono pronti ancora una volta ad un uso strumentale della paura, accingendosi così a aggiungere altra infamia a quella pagina di inciviltà giuridica e squallida discriminazione costituita dalle leggi razziali licenziate in questi anni. E rivelano di essere disposti ad alimentarla usandola come deterrente per soffocare malessere e antagonismo, anche contro gli “stranieri in patria”, contro chi mostra volontà e determinazione a farla finita con questo regime. È il momento di mostrare che non abbiamo paura, che stavolta qualcosa l’abbiamo importato, il coraggio.