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Dal treno del Risorgimento

Maria Verdi per il Simplicissimus

Sono libero come un uccellino…era la frase di Ceccarelli, il matto con gli occhi di cielo dell’ospedale di Imola. Matto… diciamo che non trovava più le coordinate per condurre la propria vita e così vagolava in qua e in là per la Romagna a piedi ma anche in treno, a volte arrivava persino a Bologna. Spesso lo incontravo in treno d’estate, periodo in cui la miseria degli abiti si nota meno perché basta poco per vestirsi. La pelle arsa dal sole per il suo errabondare all’aperto, i capelli rosso biondo ispidi e secchi come sardine sotto sale. Curvissimo sotto il peso della vita, con il sorriso più aperto che c’è grazie alla libertà che aveva nel cuore. A volte in treno incontrava un suo medico e gli si sedeva vicino per raccontargli la giornata. Scendeva all’improvviso a Forlì, Imola, Cesena…chissà se aveva una meta…poi lo rincontravo qualche giorno dopo. Sono libero come un uccellino….diceva con la dolce parlata romagnola e pareva proprio che spiccasse il volo… improvvisamente scompariva e improvvisamente riappariva.

Romagna, terra anarchica, socialista, repubblicana, fascista… e anche dello Stato pontificio, insieme alla sorella Emilia. Praticamente è la storia d’Italia. E’ tutta qui. Tutto questo si vede scorrere dal finestrino del treno o quando si entra e si cammina per le città e le campagne e per i borghi di mare ora città turistiche, nipotine moderne di nonne forti e combattenti. E Garibaldi passò da un porto di questa terra generosa e irosa, da Cesenatico nell’estate del 1849 reduce dalla Repubblica Romana per andare verso Venezia e proseguire la lotta contro gli Austriaci. E s’imbarcò sul bragozzo e via in mare, non da solo…Ma in Sicilia si racconta un’altra storia, sempre storia del Risorgimento è. Del Risorgimento mancato e di un’unità sfuggita, sfuggita di mano. Rivolte sì ma contro gli invasori, i piemuntisi che non tolsero le catene ai contadini, anzi le rinsaldarono. Unità d’Italia che è in realtà celebrazione dell’affermazione sabauda. A Gaeta è la stessa cosa…

Le storie di liberazione, almeno quelle italiane, sono la celebrazione dei nuovi conquistatori che vengono studiati e tramandati come liberatori. Basta fare un giro in Sicilia e parlare con qualche persona molto anziana (che oramai stanno scomparendo) e la storia viene fuori viva e feroce.. gli assassini li chiamano i liberatori d’oltremare del ‘43. Forse è quest’abitudine atavica alla schiavitù che ci impedisce di essere liberi. Non sappiamo esserlo, non vogliamo esserlo.

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