Gentile Signora,

da cittadino di questo sgangherato Paese che, nonostante tutto, continuo ad amare, accolgo con una certa sorpresa la notizia che Confindustria non vuole una giornata di festa per l’Unità d’Italia. Non per contestare l’alto significato eccetera eccetera, ma per la perdita di una giornata di lavoro che saprebbe un po’ troppo per le esangui statistiche del nostro sistema produttivo.

E’ una soddisfazione sapere che la catena di montaggio dell’ipocrisia non è mai ferma,  almeno quella, anche se francamente il prodotto è come al solito mediocre e non sarebbe vendibile altrove.

In ogni caso mi chiedo quando la commendevole ansia di far lavorare gli altri, troverà un’identica voglia di lavorare da parte degli imprenditori. Perché vede gentile signora da cittadino sono un po’ stanco di essere menato per il naso da lei come dai suoi illustri colleghi i quali insinuano che la scarsa produttività italiana sarebbe dovuta ai lavoratori, mentre lei sa bene che è dovuta agli scarsissimi investimenti nei macchinari e nelle tecnologie. Sempre naturalmente che in famiglia e in azienda non le abbiano taciuto questo importante particolare.

Avete per molti anni sostenuto Berlusconi sapendo che vi avrebbe tenuto bordone, non soltanto nei molti e lucrosi affari privati, ma anche nella strategia di comprimere salari, diritti, di dividere i sindacati, di rendere precaria la vita di milioni di persone nella speranza di recuperare concorrenzialità, spendendo il meno possibile.

E’ stato un grave errore e ancor più un perseverare diabolico. Perché vede, gentile signora, una delle caratteristiche del nostro sistema produttivo, quella che naturalmente viene tenuta nascosta con cura, è che l’Italia, tra i Paesi industriali ha i profitti più alti e gli investimenti più bassi. Il rapporto tra profitti lordi delle imprese manifatturiere e il valore aggiunto è il più elevato tra i maggiori paesi, oltre il 40% ma gli investimenti fissi sono appena il 22% del valore aggiunto, come forse lei potrà leggere nelle pagine dell’Istat . Gli investimenti in macchinari – quelli che alimentano le capacità produttive  sono diminuiti negli ultimi dieci anni del 9,8 per cento mentre si sono gonfiati gli investimenti immobiliari. Invece di reinvestire i profitti in nuove tecnologie o in nuove attività, i capitali hanno preso la strada della finanza, della speculazione, delle rendite nel solo ed esclusivo interesse di azionisti e manager che si sono arricchiti.

Certo c’è poi anche il problema dell’ arroccamento su produzioni tradizionali dovuto a pochissima voglia di misurarsi col mondo in evoluzione e molto invece con governi amici ed erari disponibili ad essere saccheggiati. E c’è  il frazionamento assurdo delle imprese che germina sopra la lettiera di istinti  padronali e personalistici, di piccolo risparmio e assenza di controllo che hanno causato le altre sindromi elencate sopra e che hanno fatto fallire i distretti industriali.

Non la sorprenderà dunque che l’economia tedesca con salari doppi viaggi come un treno. E non ci venga a raccontare che è colpa del costo del lavoro e della pressione fiscale, perché come lei sa il costo del lavoro è parecchio più alto in Francia e Germania.

Perciò quando lei propone di non festeggiare l’unità del Paese perché l’economia è in crisi mi vien da ridere, se non ci fosse da piangere. Sa, gentile signora, in Germania si festeggia anche il giorno del ricordo per le vittime della prima guerra mondiale. E avere qualche consapevolezza della propria storia e della propria identità, fa bene anche all’economia. Quando naturalmente esistono veri imprenditori e non solo padroncini che dai padri hanno ereditato l’avidità, il pelo sullo stomaco, ma non l’audacia.