Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fino a qualche tempo fa vivevamo una democrazia imperfetta e incompiuta che mimetizzava il coagularsi di oligarchie intorno a privilegi di nascita, censo, appartenenza a categorie professionali o accademiche. Era una storia vecchia come il mondo, che individui consapevoli delle loro dotazioni di origine, vivessero appartati in palazzi sobri e severi a Milano, Parigi come a Lubecca o Amsterdam, ricchi di patrimoni e redditi di lungo periodo e solidamente consapevoli di rappresentare ed interpretare modelli culturali e sociali dominanti.
Era una aristocrazia di censo riservata, oculata, poco propensa all’ostentazione e riluttante a mostrarsi e ad esibire la sua opulenza, denunciata magari solo dall’incidenza tra le sue file dalla gotta.
Sono cambiati i ricchi ed è cambiata la classe dirigente che, in un perenne avvitarsi intorno all’eterno conflitto, ne rappresenta irriducibilmente gli interessi.
Nel 1797 J. Stuart Mill aveva puntato le sue fini antenne libertarie sulle ricadute di un governo che si impossessa di tutte le proprietà del paese con la pretesa di amministrarle per il bene comune.
Il governo del nostro Paese possiede la sua cifra originale: le leggi ad personam, l’abitudine all’affarismo, gli inquietanti sodalizi interni ed esteri dichiarano senza equivoci che questo sistema di potere agisce unicamente in suo nome e per i propri interessi.
Tutto è perentoriamente e brutalmente chiaro ed esplicito: le contiguità con l’illegalità, la tolleranza delle pratiche illecite, che contribuiscono a incrementare deficit di democrazia e erosione dei vincoli di coesione sociale, hanno attecchito, contagiando perniciosamente tutti i livelli decisionali e l’umore del paese.
Si è alimentato un humus, quello della scorciatoia affaristica, dei soldi facili, dell’affermazione mediatica effimera ma gratificante, dell’appartenenza a organizzazioni partitiche para-aziendali nelle quali sovrintendono la competizione brutale, la sopraffazione, l’arroganza. Così l’inclinazione a rappresentare spettacolarmente l’esistenza più ancora che viverla, le oligarchie, le caste, i “giri”, non si mimetizzano, sono usciti allo scoperto e si aggregano e sciolgono, si ricompongono e si disgregano per poi trovare una armoniosa unità in nome dell’interesse privato, della conservazione del privilegio, del mantenimento di poteri, esclusività e monopoli.

Alla dissoluzione del senso comune del bene e dell’interesse collettivo ha contribuito anche una diversa concezione del denaro, dei soldi, della moneta che una volta tintinnava come il trillo del diavolo nei sacchetti, nei forzieri e nell’immaginario dei poveri.

Complice la “dematerializzazione” del capitale, più o meno apparente, i giochi di prestigio della finanza hanno trasmesso la percezione che il valore reale si sia trasformato in un valore virtuale.
E i soldi dei nuovi ricchi e potenti, come le banconote del Monopoli che, dopo aver accumulato tanti beni per lo più inutili e effimeri, ora comprano servizi e servitù sessuali e intellettuali, per un bel po’ sono sembrati inestinguibili, facili, a portata di mano, delle mani di molti, diventate tremendamente avide e imprevidenti.
Le banconote del Monopoli pagano le ragazze e anche le loro mamme, i benefit dei camerieri della Rai, il cambio di casacca dei parlamentari e si spostano di qua e di là da Corso Italia a Piazza Garibaldi nel gioco delle tre carte federalista della Lega.

Ma invece non ce ne sono più per i cittadini. Ha mostrato la corda anche la promessa illusoria di una mercatizzazione del futuro: abbiamo un domani sempre più indigente e come sempre succede quando una economia cerca di trarre un reddito – anche morale – inesistente da un capitale virtuale, il valore e i valori crollano e come diceva Galbraith “gli stolti sono separati dal loro denaro”.

Ma pare che sia finito il tempo dei giochi nei pomeriggi piovosi della repubblica, sono sempre meno gli stolti che si fanno convincere dalle acrobazie dell’illusionista, forse torniamo ad essere azionisti di controllo del nostro futuro.