C’è una lettera di licenziamento che nello stile del neo liberismo corre attraverso gli sms e i siti web. E non solo. Parte in maniera più tradizionale anche dalle tante piazze che cominciano a riempirsi, in cui serpeggia e si afferma la volontà di dire basta.

La lettera di licenziamento è per l’amministratore delegato e l’intero consiglio di questa azienda decotta e derubata che si chiama Italia. Proprio lei a cui ci scopriamo affezionati nel disastro, proprio lei avvilita dalle bugie, dai tradimenti, dalla razza cialtrona che se ne è appropriata. E offesa dallo stesso nome azienda con la quale si è tentato di cancellare il senso della comunità e il legame tra infiniti destini individuali. Comincia oggi a Milano l’apertura della lettera con cui si dà il benservito a Berlusconi. Anzi un malservito.

Lo spirito che anima tutto questo movimento complicato e unanime assieme, è diverso da altre occasioni e da precedenti inquietudini perché è attraversato dalla consapevolezza che la battaglia non riguarda soltanto un cambio della guardia ai vertici, ma l’insieme delle modalità deviate e corrotte che si sono via via imposte diventando una deviante normalità. Che la lotta riguarda lo spirito della democrazia stessa, della coesione sociale e della dignità del lavoro.

Non so se tutto questo abbia a che vedere solo con l’enormità del degrado sociale che si è via via spalancato con i bordelli governativi e i diktat di Marchionne, facce diverse di una stessa medaglia o non anche con uno spirito del tempo che dalle rive del mediterraneo avverte che il pendolo della storia sta cambiando direzione. Il sentire sottopelle che i problemi spalancati dal liberismo selvaggio non possono essere risolti dentro il suo stesso paradigma.

Quel qualcosa di nuovo è la coscienza sempre più chiara che il consiglio di amministrazione ha tentato negli anni di far dimettere il popolo dividendolo e nascondendo lo stesso concetto di destino comune. E si sa che chi ruba il futuro, rapina anche il presente, lo banalizza, lo svende dentro singoli inferni.

Il popolo, per quanto retorica possa apparire questa parola, sta cominciando ad accorgersi che bisogna far dimettere chi lo voleva escludere in cambio di lenticchie, fossero esse un salario da fame, un lavoro temporaneo, una speranza sotto ricatto o qualche oasi di oblio artificiale. Proprio chi non ha più nulla, chi si è spogliato dalla cittadinanza o della propria lucidità può ancora non vedere e si abbarbica al totem tarlato e sputtanato, ai miracoli inaciditi, ai trucchi da studio televisivo, a quel bromuro di tette, culi e chiacchiere che sono il sigillo dell’Italia di oggi. Sono molti, ma brancolanti.

Così il popolo per quanto arcaica possa apparire la parola, risvegliato dal reale e anche dai mezzi della modernità, non solo comincia a chiedere il licenziamento di chi lo ha impoverito, ma sta via via dimettendosi da suddito. Forse qualcuno comincia anche a temere di dover dire non c’ero. Perché qui non ci si batte per un cambiamento, ma per la salvezza.