Sembra una vita piena quella dell’Italia attraversata dal delirio di un potere che non vuole lasciare la presa e intersecata da mille proteste. Dalle assurdità dei servi che reggono bordone al vecchio baro, ai suoi sordidi vizi, alle raccolte di firme per dire no, mandiamolo a casa, offende le donne, si ritiri.

Però tutto questo, questa palude in cui ci dibattiamo, le polemiche decennali, il rosario delle indignazioni, la viltà mercantile della politica, sembrano avere la stessa consistenza del protagonista a cui si appoggiano o contro cui combattono: un nulla riempito di voci e di immagini.

La storia è altrove, dove si combatte davvero. Dove si va ricreando un nucleo di coscienza se non di classe, quanto meno popolare. Anzi dove lo stesso popolo, disperso con i miraggi e umiliato con la realtà, sta trovando una riaggregazione, una consapevolezza. Ha riscoperto il nemico, si direbbe.

La resistenza della Fiom contro Marchionne e tutto l’establishment italiano, non è una lotta: è la lotta. Quella che dovrebbe raccogliere le indignazioni vere e sbugiardare quelle snobistiche, la lotta che può davvero tessere i fili di un futuro per questo Paese. Per la sua vita civile, perché il degrado morale ed etico, non è che un aspetto della perdita di dignità che si vorrebbe attuare con le nuove servitù. Davvero bisogna essere ingenui a stupirsi delle puttane a palazzo, quando nell’intera società si cerca di trasformare i diritti in decime per gli azionisti.

Il 28 gennaio bisogna esserci.