“Il Venticinque aprile è una festa che va cancellata dal calendario, perché rappresenta solo una parte politica e nei 150 anni dell’Unità d’Italia bisogna invece riappacificarsi”. E’ questa la proposta lanciata venerdì scorso dal consigliere comunale di Roma, Ugo Cassone. L’occasione è stata la presentazione (al Palazzo senatoriale del Campidoglio) di un libro sul pluriomicidio di Acca Larentia, il 7 gennaio 1978, quando a Roma morirono tre giovani militanti del Fronte della gioventù.
È uno di quei casi in cui c’è sempre pronto un voltairiano de noantri pronto ad impartirci lezioni sul diritto di espressione. O qualche insigne rappresentante di quella marmellata di ecumenica pacificazione e generale condanna per la quale nella politica e nella storia (e nell’interpretazione della storia che fa la politica) tutti sono uguali: tutti ladri, e allo stesso modo tutti onestamente convinti quindi giustificabili, i ragazzini di Salò e i fratelli Cervi.
La pacificazione è l’espediente più accorto per offrire una copertura democratica a chi rappresenta sul versante “culturale” una destra viva e vegeta, che incarna principi e idee riconducibili alla stessa infamia di una volta, a quella maledetta triade populista: paura e quindi soggezione, xenofobia, razzismo. E contribuisce ad accreditare e rafforzare presso l’opinione pubblica convinzioni distorte: modernità che si declina anche nella necessità di riconciliazione con i fascismi, e quindi perdita di senso dell’antifascismo anche come revisione del senso della Resistenza, svuotamento dei contenuti costituzionali, virtù delle monocrazie, antipolitica, perdita del senso della repubblica, erosione della memoria come veicolo per ridurre il senso dell’identità e dell’unità nazionale.
Si sa il revisionismo riempie i vuoti lasciati – mi verrebbe da dire da una sinistra, ma forse è più giusto dire da una democrazia, che non tutela la memoria rimuovendo quell’affrancamento di popolo che oggi sembra non siamo capaci di ripetere, indulgendo a colpevoli “perdonismi”, per i quali i combattenti sono tutti uguali anche se alcuni francamente lo sono di meno, se stanno dalla parte della tirannia, della sopraffazione, dell’odio.
Mi verrebbe da dire “di una sinistra” perché è a chi si è sentito rappresentato e rappresentante dei valori delle speranze e delle utopie della Resistenza che attribuisco gran parte della colpa per la scarsa vigilanza, l’indifferenza, la perdita di identità. Perché chi la Resistenza l’ha fatta non la considerava solo una guerra di liberazione dai nazifasciti ma l’impegno – anche a costo della vita – per una società fondata su eguaglianza solidarietà equità, sul cambiamento di un modello sociale, sulla dignità delle persone uguali senza differenza di credo colore sesso.
Sembravano valori acquisiti, per alcuni modernisti una polverosa paccottiglia da sussidiario. Ma non deve essere così se ogni giorno vengono rimessi in discussione, ostacolati, erosi.
In questi anni si è parlato molto di uso pubblico della storia, una lettura del passato che avviene fuori dai luoghi deputati della ricerca. Ma ormai si assiste ad una degenerazione del fenomeno, un uso politico della storia che vuole imporre una diversa visione dell’ordine delle cose, un cambiamento di valutazione ma soprattutto un rovesciamento del sistema di valori.
Il risultato non è solo quello di ridurre fascismo, razzismo ad esagerazioni o incidenti che non smentiscono il mito degli italiani buona gente. Il rischio non è solo quello di manomettere la realtà testimoniata per correggere degenerazioni, storture, deviazioni. Il pericolo non è solo quello di indurre una ingiusta riabilitazione di chi ha perseverato nello sbaglio. Il disegno esplicito non è solo quello di nasconderci le imbarazzanti affinità tra questa destra e il fascismo di allora, tra l’attuale aspirante despota e il tiranno di allora, tra il disdegno di leggi e regole di oggi e lo sprezzo della giustizia e dei suoi operatori di ieri.
Il delitto che compie chi manomette la memoria, nel caso della Resistenza, è commesso contro una fase della nostra storia e un connotato della nostra identità nazionale segnati dalla dignità, dall’affrancamento, dal risveglio delle coscienze, dalla passione civile e di popolo ritrovato.
Chi vuole dimenticare, rimuovere, negare, vuole condannarci a non ricordare che potremmo rifarlo, a non decidere di farlo, a non lottare, a non ritrovare coesione sociale, appartenenza a valori democratici, a istanze di libertà, alle passioni che hanno animato le passioni della società italiana.
È uno di quei casi in cui c’è sempre pronto un voltairiano de noantri pronto ad impartirci lezioni sul diritto di espressione. O qualche insigne rappresentante di quella marmellata di ecumenica pacificazione e generale condanna per la quale nella politica e nella storia (e nell’interpretazione della storia che fa la politica) tutti sono uguali: tutti ladri, e allo stesso modo tutti onestamente convinti quindi giustificabili, i ragazzini di Salò e i fratelli Cervi.
La pacificazione è l’espediente più accorto per offrire una copertura democratica a chi rappresenta sul versante “culturale” una destra viva e vegeta, che incarna principi e idee riconducibili alla stessa infamia di una volta, a quella maledetta triade populista: paura e quindi soggezione, xenofobia, razzismo. E contribuisce ad accreditare e rafforzare presso l’opinione pubblica convinzioni distorte: modernità che si declina anche nella necessità di riconciliazione con i fascismi, e quindi perdita di senso dell’antifascismo anche come revisione del senso della Resistenza, svuotamento dei contenuti costituzionali, virtù delle monocrazie, antipolitica, perdita del senso della repubblica, erosione della memoria come veicolo per ridurre il senso dell’identità e dell’unità nazionale.
Si sa il revisionismo riempie i vuoti lasciati – mi verrebbe da dire da una sinistra, ma forse è più giusto dire da una democrazia, che non tutela la memoria rimuovendo quell’affrancamento di popolo che oggi sembra non siamo capaci di ripetere, indulgendo a colpevoli “perdonismi”, per i quali i combattenti sono tutti uguali anche se alcuni francamente lo sono di meno, se stanno dalla parte della tirannia, della sopraffazione, dell’odio.
Mi verrebbe da dire “di una sinistra” perché è a chi si è sentito rappresentato e rappresentante dei valori delle speranze e delle utopie della Resistenza che attribuisco gran parte della colpa per la scarsa vigilanza, l’indifferenza, la perdita di identità. Perché chi la Resistenza l’ha fatta non la considerava solo una guerra di liberazione dai nazifasciti ma l’impegno – anche a costo della vita – per una società fondata su eguaglianza solidarietà equità, sul cambiamento di un modello sociale, sulla dignità delle persone uguali senza differenza di credo colore sesso.
Sembravano valori acquisiti, per alcuni modernisti una polverosa paccottiglia da sussidiario. Ma non deve essere così se ogni giorno vengono rimessi in discussione, ostacolati, erosi.
In questi anni si è parlato molto di uso pubblico della storia, una lettura del passato che avviene fuori dai luoghi deputati della ricerca. Ma ormai si assiste ad una degenerazione del fenomeno, un uso politico della storia che vuole imporre una diversa visione dell’ordine delle cose, un cambiamento di valutazione ma soprattutto un rovesciamento del sistema di valori.
Il risultato non è solo quello di ridurre fascismo, razzismo ad esagerazioni o incidenti che non smentiscono il mito degli italiani buona gente. Il rischio non è solo quello di manomettere la realtà testimoniata per correggere degenerazioni, storture, deviazioni. Il pericolo non è solo quello di indurre una ingiusta riabilitazione di chi ha perseverato nello sbaglio. Il disegno esplicito non è solo quello di nasconderci le imbarazzanti affinità tra questa destra e il fascismo di allora, tra l’attuale aspirante despota e il tiranno di allora, tra il disdegno di leggi e regole di oggi e lo sprezzo della giustizia e dei suoi operatori di ieri.
Il delitto che compie chi manomette la memoria, nel caso della Resistenza, è commesso contro una fase della nostra storia e un connotato della nostra identità nazionale segnati dalla dignità, dall’affrancamento, dal risveglio delle coscienze, dalla passione civile e di popolo ritrovato.
Chi vuole dimenticare, rimuovere, negare, vuole condannarci a non ricordare che potremmo rifarlo, a non decidere di farlo, a non lottare, a non ritrovare coesione sociale, appartenenza a valori democratici, a istanze di libertà, alle passioni che hanno animato le passioni della società italiana.


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E’ un processo e un tentative dalle origini lontane, di cui possiamo dire grazie a Bettino ma non solo: a lui possiamo unire tutti quelli che hanno raccontato di una Resistenza fatta da tutti insieme appasionatamente e allo stesso modo. Sono gli stessi che per per farsi perdonare di essere stati un tempo in un partito contenente la parola “comunista” nel nome, hanno parlato delle foibe dimenticandone le ragioni e dimenticando l’italianizzazione forzata nelle zone minerarie dell’Istria, ad esempio. Oggi che I partigiani, quelli veri, non quelli della mezzanotte del 24 aprile, sono morti quasi tutti, si sentono in dovere di chiudere il passato, come se I torturatori della Casa dello Studente di Genova fossero equiparabili a Teresa, ragazzina sopravvissuta a Boves, diventata staffetta partigiana, torturata e stuprata in quella stessa Casa Dello Studente. Io credo che questo tentativo (e tanti altri che non serve elencare) sia, come dice Anna, un tentativo anche culturale, il voler creare una cultura del consenso acritico e uniformato perchè disinformato. E’ un po’ che rompo le scatole ad alcune persone, ed oggi lo faccio di nuovo. Credo sia indispensabile riportare la cultura in piazza, credo che chi è capace a recitare, a cantare, a suonare debba unirsi agli storici e a chi è in lotta, per creare spettacoli di testimonianza del passato e del presente e portarli nelle piazze, davanti alle fabbriche, nelle scuole, smettendo di trincerarsi dietro I passaggi su YouTube (che ben vengano, ma sono troppo mirati come utenza). Dobbiamo porre un argine alla non cultura, allo svuotamento di valori e questo è possibile solo se rifacciamo uscire dalla cantina e dalla rete la nostra, perchè la vita è anche ma non solo qui.
In Francia è un fenomeno editoriale (più di 500.000 copie in poche settimane) un pamphlet sul dovere di indignarsi per le ingiustizie sociali, scritto da un attivissimo ex-partigiano di 93 anni, compilatore della carta dei diritti dell’uomo e tuttora non revisionista, nè revisionato (mica Pansa).
Da noi si propone la stele per i repubblichini di fianco a quella dei partigiani e dei morti nell’olocausto (“ricordo”, a proposito, che non c’erano solo ebrei, ma 1,5 milioni di zingari, oppositori politici, omosessuali, minoranze etniche varie, etc.)
Chi non ha memoria, non ha futuro.