Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con ammirevole e sconsolata intelligenza ilSimplicissimus a proposito della vicenda dei profughi eritrei ostaggi nel Sinai, come l’indifferenza inevitabilmente sconfini nel razzismo. Ha proprio ragione. L’Italia ne è caso esemplare: solo un popolo indifferente e una classe dirigente neghittosa e ottusa poteva considearare la lega un fenomeno effimero e pittoresco o peggio ancora ( è iul caso dello statista di Gallipoli) riconoscerne una improbabile matrice antifascista, sottovalutandone la vocazione a interpretare e riproporre in modo efficace la triade tradizionale della destra: paura, xenofobia, razzismo. E innervandola con altri contenuti fortemente ideologici: virtù delle monocrazie (se pur “federaliste”), antipolitica, perdita di senso della repubblica e dei valori costituzionali, riconciliazione con gli autoritarismi.

Ma in occasione delle decine di cattive notizie che arrivano dai nuovi territori della barbarie, pubblica a privata centrale o periferica, vien fatto di chiedersi se non ci sia qualcosa di orribilmente più profondo e diffuso, una malattia della polis, un terribile e mortale morbo della democrazia, se una forza così innegabilmente xenofoba razzista misoneista, ed anche arcaica per via dei suoi messaggi oltraggiosamente populisti e arretrati, è legittimata, è nell’arco costituzionale, ha un largo consenso. Insomma siamo l’unica democrazia occidentale che ha legittimato forze che interpretano i “valori” e le ideologie dell’estrema destra. In Gran Bretagna non c’è traccia di residui fascisti, gli ex franchisti non compaiono nella destra di Aznar, la Germania ha sempre escluso la Ndp come ha fatto la Francia con Le Pen. In Italia si tollerano i fascisti dichiarati del Movimento Sociale in nome di una malintesa pacificazione, ma soprattutto si riconosce la legittimità di chi non dichiarandosi fascista ne interpreta i capisaldi ideali più lesivi della libertà, della dignità, della stabilità delle istituzioni e della costituzione, quindi della democrazia.
In modo molto semplicistico democrazia significa considerare tutte le persone in modo uguale: in termini di potere, di distribuzione, di opportunità, di espressione dell’opinione e del voto, di accesso alla politica, al sapere, alla bellezza, alle risorse, di realizzazione personale.
Potremmo quindi dire che l’antirazzismo può essere un indicatore o meglio un criterio primario di valutazione della democrazia.
Ma se la democrazia è antirazzista ma il popolo è razzista, tanto per citare Brecht, che facciamo? Sciogliamo il popolo? E se la sinistra deve stare col popolo ma il popolo odia i rom? Come affondiamo la grande sfida, il destino dello stato moderno, che consiste appunto nel pensare come ethos comune la soluzione del conflitto dei distinti in qualcosa che superi le accezioni limitative dell’integrazione, dell’inclusione, della tolleranza per dare forma morale e politica e civile alla vera e completa cittadinanza globale, in grado di realizzare compiutamente convivenza e autodeterminazione.
Prima di “buttare” questa democrazia, sia pure in quella che è stata chiamata la solitudine normativa, penso che dovremmo cercare di completarne il disegno.
Si tratta di un percorso accidentato e impervio, politico e sociale, che deve avere la forza di rovesciare modelli culturali forti e radicati. Cresciuti e alimentati dalla paura della perdita di privilegi e di illusorie supremazie, dalla diffidenza, dall’insicurezza del proprio domani ma anche del proprio passato oltraggiato e rimosso e dalla paura della libertà e delle responsabilità generale e individuale che essa comporta. Una libertà che deve essere in grado di animare ed ospitare non solo differenti concetti di autonomia, ma anche allo stesso titolo, interpretazioni diverse di eguaglianza, felicità, bontà, solidarietà. Fermi restando i capisaldi dell’equità, della dignità, dell’assenza di vincoli che blocchino la piena espressione di se’ e la ricchezza delle nostre relazioni.
Sempre più spesso assistiamo al “consumarsi” dell’illusione. Alla rimozione se non all’irrisione di un’azione politica compiutamente democratica. Alla perdita collettiva della radiosa visione di una utopia realizzata.
Ma in questo caso non si tratta di perseguire il sogno di una società perfetta. Si tratta di delineare i contorni della sopravvivenza di uno stato di diritto, per chi viene nel nostro paese, ma anche per chi ci vive e ci è nato e crede illusoriamente che i suoi diritti siano inalienabili e intoccabili. E non vuole capire che si è instaurato un sistema fortemente autoritario e oligarchico nel quale solo alcune appartenenze e adesioni e “immunità” sono “protette”. E solo alcuni “futuri” sono rappresentati da sicurezza opportunità, altri invece da minaccia, limite alla propria vocazione ed espressione, povertà.
Forse dobbiamo smettere di cedere all’illusione ideologica della definizione di una società perfetta, servita dalla funzione onnipotente della politica. E rimettere la politica, l’azione pubblica, e l’impegno individuale e collettivo nel lavoro, nella città, nell’istruzione, al servizio di una varietà di fini ad alto contenuto etico e della speranza di riconciliare il nostro io con il mondo intero.