Anna Lombroso per il Simplicissimus

 

In tutti questi anni, è sorprendente, non ho mai incontrato qualcuno che dichiarasse apertamente e orgogliosamente di votare per il PDL. Si ho incrociato Brunetta, Sacconi, ma per mia fortuna ci siamo limitati a un distratto cenno della mano. E  non sono tanto sicura che proprio abbiano  sempre  apposto la fatidica   croce sul nome del premier: si sa nella solitudine del seggio una impennata di ribellione è possibile.

La croce comunque saranno anche loro prossimi a metterla, ma “sopra” come si addice al tardivo ravvedimento di famigli in vena di frettolosi parricidi. E come merita un leader che a poco a poco, come scrive l’ingrato Galli della Loggia, ha fatto intorno a sé un vuoto delle poche intelligenze e un pieno di servi ottusi e e ubbidienti, secondo i suoi costumi inclini a affiliazioni e campagne acquisti di corpi in vendita di ambo i sessi.

Nella giungla giapponese della disfatta resteranno pochi soldati irriducibili, qualche stracquadanio, qualche ghedini, qualche eunuco: fede, mora, qualche cameriere… gli altri, in un frettoloso e sfrontato revisionismo, come d’altro canto è costume non solo nostrano, rinnegheranno il passato e negheranno l’evidenza.

Ma quello che mi stupisce  è che non abbiamo visto rotolare giù le teste dei monumenti che il nostro ceausescu si è inalzato, reali o mediatici. Nelle piazze, nei salotti televisivi e nei tinelli domestici più o meno sofisticati e eleganti, si respira un’aria di discreta e rarefatta cautela, una educata e manierata contegnosità.

Non so se sia solo una mia impressione, ma è come se classe politica e molti cittadini, fossero congelati da una stupefatta paralisi. Come se avesse preso il sopravvento una specie di “ “horror vacui”, che fa temere il “dopo”, il silenzio dopo le invettive, la frigidità dopo l’avversione.

Forse c’è anche la sorpresa che davvero il premier stia capitolando per quella che potrebbe sembrare la meno offensiva delle sue passioni. Quella per le ragazzine..e per il sopruso privato e pubblico.

Per quanto mi riguarda in effetti forse mi mancherà il leader dell’amore, che mi ha insegnato l’odio.

Ma mi preoccupa il prudente affaccendarsi operoso e educato – come vermi pigri sul corpaccione tinto e liftato – intorno a mozioni dal lungo iter istituzionali.

Le rivendicazioni garbate degli artefici della caduta del leader piu’ screanzato degli ultimi 150 anni – non se se per un mio esprit maltourné – mi sembrano nascondere un forse inconsapevole istinto al rinvio delle responsabilità di governo. O forse il timore di scadenze elettorali che incutono paura, e non solo per via dell’aborrito sistema vigente.

O forse in tutti alberga una irrazionale sgomenta apprensione per i colpi di coda del tiranno,  grotteschi forse,  ma insidiosi  per le regole e rischiosi per la democrazia.

Certo Berlusconi ci ha abituato a comportamenti  irriguardosi di leggi, irridenti di dignità e libertà, sprezzanti per le istituzioni e gli istituti della democrazia. E bene fa chi anche in questa fase ne richiama il rispetto per non cadere anche noi nel tranello dell’illegalità, del personalismo, della derisione di principi e valori.

Ma una volta comiciato, per non provocare ricadute nefaste su tutti,  il tirannicidio dovrebbe essere rapido e determinato.

Il Paese è pieno di bombe a orologeria, alcune già molto, tremendamente, attive.

Quelle innescate dall’inoperosità criminale del governo, altre da una crisi della quale non si vede la fine, malgrado le caute note positive dei 20, che hanno simbolicamente messo a sedere il premier, alieno per una volta dalle buffonate internazionali, al “tavolo bambini”, quello degli ospiti tollerati e molesti. Quelle dettate da scadenze drammatiche, come la fine della moratoria delle banche che metterà in ginocchio imprese medie e piccole. Quelle di un territorio martoriato e abbandonato, di un patrimonio di bellezza a sapere feriti a morte, di un futuro minacciato dal disprezzo per conoscenza, cultura e potenza della competenza.

Tra i molti delitti del premier c’è quello di aver interpretato e alimentato il più immondo degli umori contemporanei, la diffidenza nei confronti degli altri, il timore di perdere privilegi conquistati, o comperati, o spesso semplicemente ereditati, o vinti alla lotteria “naturale”, insomma la paura. Non vorrei che la paura del “dopo” ci facesse restare fermi in un gran brutto “adesso”