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Il califfato di Washington rivendica l’assassinio di Soleimani

00054E7A-il-generale-soleimani-assassinato-su-ordine-di-trumpAlla fine i killer della più grande centrale terroristica mondiale, con sede a Washington,  ce l’hanno fatto ad uccidere il generale Qassem Soleimani dopo una lunghissima serie di tentativi andati a vuoto. Sul pano giuridico non c’è alcun dubbio che se si uccide un personaggio eminente di un Paese con il quale non si è in guerra e per giunta sul territorio di un alto stato sovrano, si è terroristi per definizione, soprattutto quando questo avviene non con un’operazione sotto copertura e sotto falsa bandiera, ma in maniera esplicita, con rivendicazioni che non hanno niente da invidiare a quelle dell’Isis, salvo una dose di bugie e di ipocrisia rivoltante tipico di chi si ritene al di sopra di ogni sospetto, così come accadde due anni fa con l’assassinio da parte di Cia e Mossad di Imad Mughniyah, il capo delle operazioni internazionali di Hezbollah, dopo il quale Washington parlò candidamente di un atto di autodifesa.

In questo post non cercherò di riproporre la vita e il ruolo del leggendario Soleimani di cui è pieno il web e mi limiterò a dire che è stato l’ artefice, insieme a russi, Hezbollah ed esercito siriano, della sconfitta dello stato islamico e della cacciata dei terroristi mercenari al soldo degli Usa dalla Siria. Ma cercherò di mostrare come l’assassinio mirato sia stato da sempre un modus operandi anglosassone in genere e americano nello specifico che corrisponde a una cultura nella quale la violenza in senso lato ha grande parte tanto da rientrare nel mito fondativo della nazione (vedi qui ), ma nella quale è presente anche una sorta di scetticismo intrinseco svalutativo delle idee e delle evoluzioni storiche successive alla propria rivoluzione così da portare spesso a una sorta di personalizzazione del conflitto. Come se aver fatto fuori Soleimani significasse aver cancellato l’Iran e la sua battaglia, come se il generale delle Forze Quds, non avesse dietro di sé un Paese, una storia, interessi vistali  e decine di milioni di sciiti in tutto il Medio Oriente. La stessa cosa avvenne con l’assassinio dell’ammiraglio Yamamoto ( tra l’altro contrario alla guerra e personaggio in grado di portare più velocemente all’armistizio) come se questo avesse potuto essere risolutivo o quello del boia di Praga Reinhard Heydrich, come se la sua morte avesse potuto cambiare di una virgola le cose, mentre si lasciava che le armate di Hitler cercassero di distruggere l’Unione Sovietica limitandosi al terrorismo aereo. E ci potremmo mettere i tentativi di uccidere Castro, la morte diretta o indiretta di molti leader del Sudamerica durante un secolo e mezzo di storia, l’orrendo massacro di Lumumba messo a punto dalla Cia anche se poi attuato da mercenari belgi. Sono solo alcuni esempi.

Questa tendenza che è ovviamente ancor più radicata tra le forze armate e i servizi segreti, è talmente forte che porta ad azioni inconsulte come questa, vere e proprie esplosioni di emotività che danneggiano gravemente la strategia in nome della quale dicono di venire attuate. E’ chiaro che la morte di Soleimani non potrà che rafforzare la volontà di cerare una “fascia” sciita, a meno che questo colpo non sia stato ideato autonomamente dai militari che hanno forzato la mano per riproporre una maggiore presenza militare nell’area. Ma diciamo che anche in questo caso non farebbe che piovere sul bagnato, ovvero alimentare una cultura di fondo. Anzi sono pronto a scommettere che di fronte a un palese atto terroristico da parte di chi ha finto la guerra infinita contro il terrorismo, l’informazione mainstream più avvertita insinuerà che sono stati i militari ad esagerare per permettere ancora una volta  alla vergine americana dei mille dolori di sottrarsi in qualche modo alle proprie responsabilità: operazione completamente inutile per gli idioti terminali alla Salvini impermeabili a qualsiasi pensiero complesso, già nati con la supposta a stelle strisce incorporata e capaci di commettere marachelle geopolitiche solo in nome del più miserabile spirito bottegaio.

In realtà in questo caso l’operazione Soleimani non va collegata direttamente con la situazione mediorientale, ma con quella interna degli Usa perché mette in grande difficoltà Trump che non può certo rinnegare l’assassinio ed è costretto ad attribuirselo, ma che dopo questa inaudita provocazione è ostaggio di chi vuole la guerra santa contro l’Iran, Israele in primis, il Pentagono, lo stato profondo rappresentato dai clinton – obamiani e dai signori delle industrie belliche. Naturalmente un atto simile, anche grazie alle possibilità belliche dell’Iran, rischia di affossare l’economia mondiale e/o di aprire un conflitto nucleare allargato, quindi è improbabile che si arrivi ad un conflitto vero e proprio, ma intanto la Casa Bianca è stata paralizzata proprio in vista dell’inizio della campagna elettorale.

 

 

 


Gli Usa al Cassandra Crossing

Cassandra Crossing - CD 2 (frame 77263)Nel 1976 l’antropologo e demografo francese Emmanuel Todd, il cui nome ha oggi una risonanza mondiale, predisse il collasso dell’Unione Sovietica partendo da indicatori come l’aumento dei tassi di mortalità infantile e la diminuzione delle nascite. Insomma qualcosa che allora suonò come ingenuo se non provocatorio, come se i dati demografici di base non avessero nulla a che fare con le dinamiche sociali e politiche. Probabilmente anche oggi  la si pensa così, ma a partire dalla posizione opposta, ossia dall’inesistenza sostanziale della società vista come mera collezione di individui desideranti, però i cambiamenti di certi parametri significano pure qualcosa, non sono mai indifferenti, una sorta di dato biologico ed esistenziale, variabile come il tempo in montagna. Quindi possiamo immaginare lo sconcerto dei fedeli e dei fan quando all’apice del successo del capitalismo finanziario le stesse stigmate appaiono negli Usa, al centro dell’impero.

Le statiche del National Center for Health ci dicono

  • L’aspettativa di vita della popolazione americana è scesa a 78,6 anni nel 2017,  mostrando l’accentuarsi di un declino in atto da tre anni.
  • Il tasso di mortalità specifico per età è aumentato dello 0,4% da 728,8 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2016 a 731,9 nel 2017.
  • I tassi di mortalità specifici per età sono aumentati dal 2016 al 2017 per le fasce di età da 25 a 34, da 35 a 44 e 85 e oltre,mentre sono diminuiti per la fascia di età compresa tra 45 e 54 anni.
  • La mortalità materna ed infantile ha raggiunto l’incidenza di 26,4 su centomila, una cifra da terzo mondo, non solo lontana anni luce dagli altri Paesi sviluppati (in Italia è del 4,2 tanto per fare un esempio) ma è in costante aumento mentre dappertutto è in diminuzione.

Le cifre riguardanti la mortalità sono state raggiunte solo negli anni 1916 -18 quando si sommarono le vittime dell’epidemia di spagnola a quelle della guerra mondiale e  ci dicono qualcosa di molto significativo perché se la mortalità infantile e la crescita di mortalità in età anziana riguardano un sistema sanitario ossessivamente privatistico che fa acqua da tutte le parti, dall’altra il fatto che solo nell’età mediana ci sia una diminuzione del tasso di mortalità, istituisce un diretto collegamento con le situazioni sociali: quelli che si sono affacciati nel mondo del lavoro negli anni ’90, prima del definitivo scasso neoliberista, godono di condizioni di vita migliori e più sicure, mentre chi è nato dopo si trova in una condizione angosciosa di perenne precarietà. Ciò si traduce nell’abuso di droghe, anche – se non soprattutto – di origine farmacologica, che hanno fatto aumentare i decessi per overdose di quattro volte a partire dal ’99 e a una spaventosa crescita dei suicidi: nell’America urbana, il tasso è 11,1 per 100.000 abitanti; nelle zone più rurali del paese, è 20 per 100.000. Per rendere più concretamente l’idea è come se nell’area di Roma avessimo 300 casi di suicidio l’anno o un identico numero nella bassa emiliana o come se in tutto il Paese avessimo 7000 suicidi l’anno. 

Tutte le cifre sull’aspettativa di vita appaiono ancora più gravi se le si mettono in rapporto al fatto che alcune cause di morte molto rilevanti in passato come quella derivante dagli incidenti stradali è straordinariamente diminuita ( anche se negli ultimi anni c’è una lieve tendenza al rialzo) visto che ora è  meno della metà rispetto agli ultimi anni ’90, mentre la contrazione progressiva del settore manifatturiero  ha anche diminuito i morti sul lavoro, almeno quelli ufficiali, perché degli immigrati nei cantieri si sa poco o nulla. Ma il peggio è che la situazione si sta degradando mentre il sistema è del tutto ingessato e irriformabile: basti pensare solo alle successive riforme sanitarie prima di Clinton e poi di Obama che si sono arenate sul nulla, visto che le lobby delle assicurazioni avevano in pugno una corposa maggioranza bipartisan sia in Congresso che al Senato e hanno impedito qualsiasi opzione pubblica. Tutto insomma ristagna anche se persino dalle file dei conservatori sembrano venire allarmi e un intellettuale vicino alle ragioni della finanza come Oren Cass cominci a dubitare del verbo e si domanda: “Possiamo sperare che l’aumento delle offerte di lavoro, come conseguenza della legge sulla riduzione delle tasse e l’occupazione, compensi il vuoto che le persone cercano di riempire bevendo o assumendo droghe?”

Di certo non se le offerte di lavoro hanno retribuzioni tali che non consentono la sopravvivenza, di certo non in questo contesto generale di precarietà e di caduta dei diritti. Si può ragionevolmente scommettere su un completo collasso del sistema nel giro di un decennio, senza per questo apparire come Cassandre frettolose: Trump è stato un’avvisaglia, una procellaria che vola innanzi la tempesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Stati Uniti dalla bancarotta pensioni

debt_us-479x300Ci sono notizie che non compaiono, che rimangono nei cassetti non perché siano di secondo piano, non perché siano poco glamour dal punto di vista delle vendite e dell’audience, ma perché sono pericolose. Specie se vengono dall’altra sponda dell’atlantico dove si sa che le conseguenze delle ideologie liberiste si fanno sentire prima che altrove. La notizia di cui voglio parlare è il collasso del fondo per le pensioni dei pubblici dipendenti di Dallas che ormai può pagare solo il 52% delle prestazioni e che abbisogna di 1,1 miliardi di dollari solo per poter momentaneamente continuare a vivere.

Vabbé se una rondine non fa primavera neanche un diavolo fa l’inferno, ma non è così: anche Filadelfia la quinta città del Paese è in bancarotta con quasi 9 miliardi di debiti e naturalmente con un fortissimo rischio per i fondi pensione del pubblico impiego, ma anche Houston con 1,2 miliardi da trovare e pure Los Angeles dove al pericolo per le pensioni si aggiunge anche quello dei licenziamenti di massa e più o meno lo stesso accade a Baltimora  o a New York dove il debito accumulato dai fondi pensione arriva a 14 miliardi, oppure a Oakland, San Diego, Harrisburgh, Newark, Cincinnati, Miami, Chicago, Scranton e altre centinaia di città più piccole, senza parlare di interi stati come il Connecticut, l’Illinois, la California, il New Jersey, il Michigan, per non palare del Minnesota o di Detroit o della colonia portoricana.

Il fatto è che dopo la crisi del 2008 molti fondi pensione hanno perso cifre consistenti e successivamente i versamenti dei contributi pensionistici sono saliti alle stelle mentre gli assegni si sono enormemente smagriti lasciando un panorama desolato di debiti da speculazione e di pensionati così poveri da dover fare lavoretti di ripiego generando così una buona parte dell’ “occupazione statistica”. E va ancora bene perché oltre 120 milioni di americani non sono in grado di pagare i contributi per la pensione e se hanno un lavoro stabile questo da dopo la crisi solo raramente prevede contributi da parte della aziende. Tutto questo mostra come il sistema privatistico sia assolutamente inadatto a coprire servizi e tutele universali quando le risorse diventano più rarefatte e quando scema la crescita da rapina di cui gli Usa hanno goduto per un secolo e mezzo.

La seconda cosa è che questa immensa mole di debiti locali non viene conteggiata in quello complessivo per cui il dato ufficiale Usa di un rapporto debito – Pil al 105 per cento è in realtà completamente sballato e in effetti gli States sono teoricamente messi peggio dell’Italia e persino della Grecia, il che evidentemente non è problema per loro come non lo è per il Giappone che ne ha uno ancora più grande: una dimostrazione di come tutto l’armamentario monetaristico e austeritario che ha ucciso l’Europa sia nient’altro che un pretesto per imporre politiche reazionarie. Evidentemente il problema non è il debito, ma una concezione sociale, politica e antropologica che è arrivata ai suoi limiti, almeno nella versione contemporanea che grottescamente si rifà, dopo l’occasione perduta di Keynes, a ideologi cresciuti fra la piccola nobiltà austroungarica e mi riferisco a quella scuola von Mises, von Wieser, von Hayeck che rappresenta al meglio la mostruosità del connubio fra un’idea nostalgica di disuguaglianza di origine dinastica e un strumentale concetto di libertà concepita sotto il segno di Darwin (o meglio di quello che si crede abbia detto Darwin). I grandi gruppi, le fondazioni dei super ricchi, i potentati finanziari (parliamo di DuPont, General Electric, Fondazione Mellon, fondo Volcker, Koch industries, solo per fare alcuni nomi fa i tanti) hanno fatto un gigantesco sforzo finanziario e di propaganda per diffondere questi patetici revanscismi di classe nelle università, per creare scuole e accademie che le ripetessero, adepti che le urlassero, per comprare media che ne fossero aedi e persuasori, insomma per costruire con questa sabbia non soltanto un’ egelmonia culturale, ma un plausibile programma politico.

E’chiaro allora che se cominciano a moltiplicarsi le bancarotte lasciando nella povertà milioni di persone, il problema non sarà quello di sovraccaricare le tipografie della Federal reserve, quanto quello dell’esplosione sociale che già si annuncia negli esiti delle elezioni americane e poco importa se l’eletto è in certo senso il prototipo del capitalista contemporaneo. O meglio importa perché evidentemente la saturazione di conformismi, teorie elitarie, propaganda, immoralità sostanziale, egoismo è tale che non sembra esserci lo spazio pratico e ideale per una narrazione politica differente o almeno per qualche verità che riesca a brillare oltre la densa melma dell’ormai intollerabile mantra del sogno americano di Fox e compagnia filmante. Così si finisce per sbattere come una falena sulla lampadina.


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