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Libertà in estradizione

julian-assange-arrest-london-ecuador-embassyL’ipocrisia è senza fine, così come la menzogna e la capacità di auto assoluzione di un sistema marcio e dei suoi narratori ufficiali. Julian Assange uno dei veri eroi del nostro tempo e non uno dei tanti pupazzi con cui ci tengono artificialmente allo stato infantile, è stato alla fine arrestato con il cavillo di furto di informazioni in un computer che oltre ad essere legalmente efficace permette di eludere il problema della libertà di stampa. La polizia britannica ha invaso il territorio diplomatico dell’Ecuador , pienamente consenziente dopo aver gettato a mare lo status di asilo e ha sbattuto  in carcere il fondatore di Wikileaks: due stati vassalli hanno collaborato per obbedire agli ordini di Washington. E’ l’atto con cui culminano sette anni di bugie e di nascondimenti, ma anche quello con cui va in pezzi la pretesa di libertà di informazione che l’occidente custodisce esattamente come una reliquia: qualcosa che ha un valore solo come immaginario. 

E del resto il comportamento della stampa fra noi evoluti consumatori di caramelle per poi essere violentati di verità, è stato a suo modo esemplare facendo da megafono alle ridicole accuse sulla presunta violenza in Svezia di due indefinibili ragazzotte a ore, ignorando o minimizzando il fatto che Assange era già stato precedentemente scagionato dall’accusa dagli stessi investigatori che seguivano il caso o che lo stesso si era detto pronto ad essere interrogato dai procuratori svedesi a Londra, come era successo in dozzine di altri casi riguardanti procedimenti di estradizione in Svezia. Ma non era il caso di dirlo al pubblico ed era invece quello di far immaginare una reticenza di Assange visto che quei procuratori non avevano alcuna prova da portare e nel 2015 chiusero il caso, nonostante le disperate pressioni britanniche per tenerlo in piedi. C’è una mail di un alto ufficiale di sua maestà agli investigatori svedesi che dice: “Non osate far sgonfiare il caso” : ma la maggior parte degli altri documenti relativi a queste conversazioni non sono disponibili, Sono stati distrutti dal Procuratore Generale del Regno Unito in violazione del protocollo. Tuttavia nessuno nei grandi media se ne è preoccupato.

Ed è solo una goccia in un mare: hanno minimizzato il verdetto del 2016 di un gruppo di esperti legali delle Nazioni Unite secondo cui il Regno Unito avrebbe arbitrariamente detenuto Assange, anzi lo hanno deliberatamente nascosto mentre sembravano molto interessati alle sorti del suo gatto. Hanno anche ignorato la circostanza  che dopo il cambio di presidente dell’Ecuador – e il subentrare di un personaggio desideroso di ottenere i favori di Washington – Assange è stato sottoposto a misure sempre più severe di isolamento. Gli è stato negato l’accesso ai visitatori e ai mezzi di comunicazione, violando sia la sua condizione di asilo che i suoi diritti umani che lo stesso stato mentale e fisico.  

La cosa ancora più grave e che i media si sono rifiutati di riconoscere Assange come giornalista ed editore, anche se non facendolo  si sono esposti all’uso futuro delle stesse sanzioni draconiane se loro pubblicazioni dovessero fare rivelazioni scomode. Ma probabilmente sanno già che non accadrà perché di fatto hanno sottoscritto con il loro silenzio il diritto delle autorità americane di sequestrare qualsiasi giornalista straniero, ovunque si trovi nel mondo. Insomma per sette anni abbiamo dovuto ascoltare un coro di giornalisti, politici e “esperti” che ci dicevano che Assange non era nient’altro che un fuggiasco e che i sistemi legali britannico e svedese potevano essere fatti valere per gestire il suo caso in pieno rispetto della legge. Nemmeno una parola o un pensiero sul fatto che per la prima volta la gente comune ha potuto dare uno sguardo alle segrete cose, agli arcana imperii, cosa che dovrebbe in qualche modo essere  lo scopo stesso dell’informazione. Dov’è l’indignazione per le gigantesche menzogne ​​che ci hanno raccontato? Dov’è l’ira contro la distruzione della libertà di stampa e di diffusione attutata per colpire Assange? Non c’è: non sono lì per rappresentare la verità o per difendere la gente comune o per proteggere una stampa libera o addirittura per far rispettare lo stato di diritto. Sono lì per proteggere le loro carriere e il sistema che li premia con denaro e influenza.

E in questo caso non sarebbe stata tollerata alcuna deviazione rispetto agli ordini di servizio perché Wikileaks aveva rivelato cose che mai si sarebbero dovute conoscere: il video nel quale si vedono i soldati Usa che celebrano l’uccisione di civili iracheni o la pubblicazione di cablo diplomatici statunitensi, come quelli venuti alla luce nel 2010, che hanno rivelato le macchinazioni segrete dell’impero americano per dominare il pianeta qualunque sia il costo in termini di violazioni dei diritti umani. E ora ci riempiranno con nuovi inganni e depistaggi per nascondere il cuore del problema e le loro stesse tracce, per impedire di farci capire che i diritti di Assange sono i nostri diritti. 

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Il mattino degli chef, la notte della cucina

141105214Ad ogni ora del giorno facendo zapping mi capita di incespicare nell’ennesimo programma di cucina, una gara tra cuochi regionali condotta da quel simpatico cialtrone di Alessandro Borghese che vanta assai improbabili e annosi trascorsi nelle cambuse delle navi e in sconosciuti ristoranti londinesi giusto allo scopo di essere lanciato in qualità di figlio d’arte dalla madre Barbara Bouchet come chef televisivo. Forse c’è solo un corsicino di cucina e un’avventura estiva nel suo retroterra, ma non è della creazione istantanea di competenze  prodotta dalla comunicazione di massa che voglio parlare, perché dopotutto Borghese fa il conduttore e non lo fa nemmeno male, ma di un’altro tipo di manipolazione, di solito ben nascosta,  che tuttavia  in questo caso, probabilmente per mancanza di budget o errore di regia, risulta marchiano, almeno per chi ha un occhio allenato.

Chiunque si diletta a fare qualche foto o qualche video sa che per la resa visiva dei cibi sono consigliati particolari settaggi (spesso presenti come scelta di effetto nei menù di foto e videocamere di medio livello) che ne ravvivano l’aspetto, ma che non possono essere usati per la ripresa generale visto che altererebbero i colori di scena e l’incarnato delle persone. Così ci sono alcune telecamere dedicate, spesso steady cam brandite a mano, per riprendere i piatti mente le telecamere fisse si dedicano a tutto il resto evitando vistose distorsioni cromatiche.  In questo programma invece l’unica videocamera dedicata alla ripresa alimentare è posta sulla verticale dei piatti: così dall’alto si hanno immagini vivide e golose, al limite però dell’innaturale, dal basso così anemiche che  non risveglierebbero l’appetito nemmeno dopo una settimana di digiuno totale. Ma tanto nessuno assaggia, salvo i giudici chef  che sono profumatamente pagati per ficcarsi in bocca qualche orrore: tutto naviga sul nulla e non esiste controprova.

Ciò accade di solito in maniera molto più sofisticata in tutte le trasmissioni che si occupano di cucina restituendo allo spettatore letti di pappa pisellesca che sembrano laghi di smeraldo, rossi fantastici, gialli vividi che non corrispondono alla realtà e con l’unico problema di far apparire il bruno delle carni come bruciaticcio: ma non importa affatto perché questo tipo di programmi costituisce solo uno spettacolo che prende a pretesto il cibo: questo deve apparire invitante senza essere buono o effettivamente  mangiabile perché alla fine lo spettatore vuole il sangue, la rissa, non il succo di pomodoro. Tanto più che vi sono trucchi estetici, peraltro contrari alla buona cucina come olio in quantità sulle vivande calde, insalate invece praticamente scondite, cotture insufficienti per restituire un aspetto più luminoso e via così che creano una cucina a favore di camera che ha poco a che vedere con quella vera.  Insomma si tratta della costruzione di una realtà che non esiste e nella quale tuttavia siamo talmente immersi da essere divenuti una massa di gastrofighetti di cui la presunta alta cucina distrugge il gusto sopravvissuto al fast food e alle tendenze sceme che arrivano e passano come le stagioni.  Qualcuno ha scritto che gli chef tv sono delle puttane perché poi si prostituiscono alla pubblicità e ai cachet, ma il vero motivo è che si vendono a un meccanismo che è l’esatto contrario della cucina, è culinaria da pixel.

Ora bene o male tutti noi mangiamo, probabilmente alcuni sono anche capaci di mettersi ai fornelli: il cibo è una delle realtà di base della vita. Se è possibile un inganno così evidente su uno dei fondamentali dell’esperienza, possiamo solo immaginare il disastro e la mancanza di onestà che incombe su discorsi più complessi dove siamo ancora più inermi che di fronte a qualche manicaretto in grado di far fuggire i gatti. E non è un caso: la struttura neoliberista tende a distruggere le capacità di appropriazione del reale e quella critica trasformando l’educazione e la scuola in una sorta di addestramento al lavoro, ma restituendono in cambio una copia scenica senza concretezza e a due dimensioni. Infatti per tornare al tema l’ascesa progressiva della culinaria da tv ha coinciso con la sempre minore propensione alla cucina: si preferisce veder cucinare che imparare a cucinare finendo col perdere il dominio anche in questo ed essere gettati in un ridicolo universo di stelle, corone, forchette con dietro bussiness, corti circuiti, finanziatori occulti, in una dimensione insomma che sa di grottesco.  Apparentemente tale tipologia di programmi si prefigge lo scopo di trasferire competenza da chi compone piatti a uno spettatore che raramente lo farà davvero accontentandosi della falsa magia a cui ha assistito: di fatto si crea una sorta di delega ad altri della gestione della conoscenza. E’ quello che si chiama ormai “paradosso di Pollan” secondo il quale più invadenti sono i presunti virtuosismi di aspiranti cuochi, tanto meno sappiamo mettere in tavola qualcosa di decente. E sarebbe niente se questo non accadesse in ogni campo compresa la delega del pensiero all’esperto di turno o molto più spesso sedicente tale che parla di economia, politica, scienza, storia prendendoci per i fondelli. Stiamo trasferendo tutto dalla realtà allo scenario, pronti a fare le comparse e a subire come credibile ogni bugia scenica.


Homo spottensis

Banksy-–-Trolleys-Signed-moco-347x260Qualche giorno fa cercavo on line un attrezzino per fisioterapia e mi si è spalancato un mondo: su Amazon, Ebay e sui vari siti specializzati nel settore spicca principalmente un un unico apparecchio, con caratteristiche, specifiche tecniche  e forma identiche salvo il colore. Il prodotto tuttavia viene venduto con marchi diversi e a prezzi variabili anche del 100%, senza che nessuno sembri essersi accorto della cosa, anzi a leggere i pareri degli acquirenti si notano differenze di giudizio fra l’uno e l’altro marchio, denunciando fra l’altro come sia assai relativa l’utilità delle recensioni se non si conoscono le aspettative, la situazione  e il “mondo” di chi le scrive. Naturalmente non è certo l’unico caso in cui ciò accade, anzi diciamo che da quando i marchi sono diventati brand commerciali la cui produzione è delegata a terzi, sta diventando la norma, ma la cosa mi ha colto di sorpresa sia per il fatto che si rivolge a una nicchia abbastanza ristretta e dunque a un consumo più attento del solito, sia perché l’esiguità di alternative fa sì che numerosi apparecchi identici a prezzi diversi compaiano in una sola schermata, sia perché i diversi marchi di commercializzazione non hanno grande diffusione e dunque non hanno effetto di trascinamento.

Se si trattasse di un’unica azienda che tenta lo sghetto si potrebbe pensare a un utilizzo dell’effetto esca, ossia quel trucco che consiste nell’aggiungere a varie offerte una più alta per favorire la scelta delle alternative intermedie e non di quelle più economiche. Non è detto che grandi organizzazioni commerciali come Amazon possano sfruttare tale effetto, ma qui appunto non ci troviamo di fronte a un pacchetto di servizi e di prodotti nei quali si possa scorgere una qualche differenza anche illusoria, qui abbiamo una ridda di oggetti evidentemente identici. In questo caso più che i frutti di qualche singolo giochetto illusionistico degli stregoni del marketing, si intravvedono gli esiti di una sorta di declino cognitivo favorito, anzi guidato dall’overdose di comunicazione commerciale che ha investito le ultime due generazioni e le ha in qualche modo plasmate non solo con un linguaggio allusivo ed emotivo in grado di scatenare la natura desiderante  che divora  lo spazio della razionalità, ma ha anche fiaccato la capacità di attenzione e di concentrazione. Del resto è ormai noto che queste due fondamentali funzioni cognitive sono in rapporto inverso con l’iperattività e di certo non si può dire che manchino le spinte all’iperattività consumistica.

Sono partito con un esempio, ma se ne potrebbero fare milioni per esempio la propensione a spendere parecchie decine di euro in più per un lamina di alluminio attorno al cellulare che costa alla produzione quanto o forse meno di una lattina del medesimo materiale, cioè meno di 0,05 euro. O che ne so a comprare qualcosa sulla base unicamente di suggestioni senza alcun contenuto informativo come è ormai di rigore nella pubblicità delle auto e via dicendo. Del resto il progressivo venir meno della ragione dialogante è anche una necessità del mercato e una funzione del profitto: a ciò è dovuto l’abnorme proliferazione di oggetti del desiderio e di tecnologie distribuite col contagocce in una moltiplicazione dei pani e dei pesci letale per il pianeta, ma anche per il sensus sui perché questo meccanismo favorisce in maniera esplicita paradigmi di vita funzionali al mercato stesso e ai dividendi, alle sue lobby o gruppi di pressione, con poche relazioni con la realtà e/o le ricerche serie di cui si dispone. Una per tutte le mode alimentari basate su cibi più costosi o più alto valore aggiunto e che cambiano con velocità folle, anzi che finiscono col coesistere, esattamente come coesistono diversi interessi che le creano. Persino le patologie sono di tendenza. Anche qui si potrebbe costruire un’intera enciclopedia il cui valore apologetico consisterebbe nel mostrare come si sia passivi nel’introiettare i messaggi, salvo poi farne articoli di fede, come sia diffusa la rinuncia aprioristica ad andare oltre il messaggio dello spot o dell’esperto talvolta sedicente altre volte in squadra con i suoi referenti, ma soprattutto come sia possibile creare e far convivere nella stessa persona stereotipi opposti. Una dimostrazione del’efficacia della cognitività emotiva che rende arduo collegare in un insieme coerente le esperienze e i saperi e dunque agire in senso collettivo.

Siamo molto oltre il condizionamento dei modelli sociali e degli stili di vita di cui si parlava già all’inizio degli anni ’60, qui siamo alla formazione dell’homo spottensis nel quale tutto si riduce a brandelli, a lacerti, a tessere di puzzle: la cultura o quello che è rimasto si identica col trendy, la narrazione con la sequenza curiosa o l’orribile, il divertimento con lo sballo, la scuola stessa si traduce in pillole con i test a risposta ad imitazione dei quiz, la creatività in gioco da dilettanti, la serietà un’ostacolo, l’autonomia di pensiero in melting pot di frasi fatte  E’ chiaro che questa antropologia è come un macigno posto sulla strada di qualsiasi cambiamento o progresso la cui necessità viene avvertita solo quando si esce sconfitti dallo scontro con la realtà, con le conseguenze di questo  modo di essere : l’era del mercato è come una di quelle fasce legate attorno ai tronchi degli alberi per ingannare le processionarie che continuano a girare in tondo in cerca di qualcosa che non troveranno.


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