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Una laurea kristallina

Licia Satirico per il Simplicissimus

Dalla cassaforte di Francesco Belsito emergono diamanti e autentiche perle: non di saggezza, magari, ma di erudizione alternativa. Tra i numerosi investimenti finanziari della Lega spuntano una laurea albanese di Renzo Bossi e un baccalaureato in sociologia di Pier Moscagiuro, in arte Pier Mosca, amico e collaboratore di Rosi Mauro. La provenienza balcanica del diploma del Trota getta una luce diversa sull’ostilità della Lega contro gli sbarchi di profughi provenienti dall’est Europa. Renzo avrebbe conseguito il sudato pezzo di carta presso l’università “Kristal” di Tirana, probabilmente a sua insaputa: lo avevamo lasciato, appena pochi giorni fa, studente a Londra in un ateneo privato del quale avrebbe frequentato addirittura i corsi.

Si tratta di una sorta di laurea triennale in “Administrim Biznes” particolarmente sospetta non solo per i numerosi dieci (trentesimi?) in contabilità finanziaria, matematica e statistica, ma per la data in cui sarebbe stata conseguita. Il diploma è infatti datato 29 settembre 2010 e segue al fulmicotone la faticosa maturità, (forse) ottenuta nel luglio 2009 da un Trota ventunenne in anonima scuola padana. Con buona pace del Cepu, il giovane Bossi ha bruciato le tappe preparando in lingua albanese gli esami universitari ben prima di terminare il liceo.

La supercazzola prelaureata di cui avevamo parlato qui sul Simplicissimus era dunque reale: un trait d’union tra Albania, Tanzania e Padania che non saremmo riusciti a concepire nemmeno con la più fervida immaginazione. Certo, l’università “Kristal”, spumeggiante sin dal nome, sembra l’elemento più immaginifico di tutti: eppure compare sulle pagine web del ministero dell’università in numerosi accordi di cooperazione internazionale coi nostri atenei. Il sito internet ci mostra un edificio chiassoso, allegro, con colonnati sospesi tra i templi greci e le costruzioni Lego. Ora dovrà spiegarci perché si sia comportata con la famiglia Bossi come Totò che vende la Fontana di Trevi, sempre che non rinneghi sin dall’inizio l’autenticità del documento.

Le premure della famiglia Bossi sembrano frutto di un eccesso di zelo: se Renzo non si fosse traviato appresso ad auto costose e autisti chiacchieroni, prima o poi qualche ateneo italiano si sarebbe certamente preso la briga di conferirgli la laurea (dis)honoris causa. L’università di Sassari voleva laureare Gheddafi in giurisprudenza, quella di Messina si sbracciava per addottorare Ben Ali in scienze politiche. Silvio Berlusconi ha collezionato titoli e titoli come Benigni, Saviano e Valentino Rossi. Oggi la laurea vive una crisi di senso pari a quella della politica, di cui scandisce il grottesco declino.

Resta da capire quale sarà l’impatto della laurea albanese di Renzo su ciò che resta della Lega: Umberto, dimessosi da segretario per diventare presidente, annuncia di volersi ricandidare come segretario. In questo momento di generale perdita di lucidità l’unico segnale di coerenza viene proprio dal Trota, sempre uguale a se stesso fino a sembrare molto più intelligente di suo padre. Vengono in mente le parole indimenticabili con cui Leonardo Sciascia scherzava sul confine tra acume e ottusità: «è ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c’è sempre stata penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto ci assalgono tutte le volte che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh, i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini».

La famiglia Bossi si è adulterata. Rimandiamola in una delle sue diciotto case perché recuperi la genuinità.


Dottori da Lega…re

Almeno potevano risparmiare

Licia Satirico per il Simplicissimus

Nel fiume di soldi in nero della Lega spicca l’ossessione per lauree e diplomi, in una sorta di abolizione secessionista del valore legale del titolo di studio. Mentre la moglie di Bossi consumava la passione per l’occultismo col favore del Gemonio, l’amica Rosi Mauro smaniava per il “pezzo di carta”: per sé e per l’amico Pier Moscagiuro, poliziotto in aspettativa alle dipendenze della vicepresidenza del Senato, noto per una collaborazione artistica con Enzo Iacchetti sfociata nell’indimenticabile hit “Kooly Noody”.

La coppia Mauro-Moscagiuro era in trattative – a quanto pare – con la defilata Svizzera, dove i sudati titoli di studio sarebbero stati in vendita al costo di 120.000 euro. Per Renzo Bossi, invece, le aspettative erano di gran lunga superiori. Papà Umberto, già conosciuto per la sua laurea apocrifa in medicina, aveva dichiarato «mio figlio Renzo parla talmente bene l’inglese che ha fatto da interprete nell’incontro tra Berlusconi e Hillary Clinton». Mentre finalmente comprendiamo la ragione della freddezza diplomatica mostrata dagli USA verso il nostro Paese negli ultimi mesi del governo Berlusconi, scopriamo che dal 2010 Renzo Bossi sta prendendo una laurea in un’università privata di Londra. Ogni tanto Renzo andrebbe persino a frequentare i corsi tra una fidanzata e l’altra, per un costo che – in base alle conversazioni intercorse tra Nadia Dagrada e il temerario Belsito – si aggirerebbe intorno ai 130.000 euro. Nostri. Sicuramente non si tratta di una laurea in geografia, visto che il giovane Bossi, appena poche settimane fa, ha confuso Canada e Australia. Non si tratta nemmeno di una laurea in filosofia, poiché l’ittico erede di casa Bossi ha dichiarato di tenere Popper sul comodino senza specificarne l’uso. La matrice anglosassone del corso di studi consente di escludere una laurea in italianistica: Bossi junior è noto, del resto, per aver coniato il verbo “proseguere”. Non è una laurea in informatica: Renzo è assurto agli onori delle cronache per aver ideato sulla sua pagina Facebook l’amabile gioco “rimbalza il clandestino”, costatogli un processo per istigazione all’odio razziale. Ma non è neppure una laurea in scienze della comunicazione: intervistato sui suoi tre valori di riferimento, Renzo si è limitato a citare – senza troppa convinzione, per ragioni ora chiare – l’onestà. Il “pezzo di carta” di Renzo, autentico buco nero dei fondi neri della Lega, si attesta dunque a metà strada tra le scienze follicolari e la supercazzola prelaureata con versamento a destra. Bossi senior si è detto rammaricato di non aver scelto la Lega invece dei figli.

Siamo rammaricati anche noi. Se i figli sono piezz’e core, che dire però della badante Mauro? Una sola, potente e desolante, l’immagine che ci tormenta. È il 21 dicembre 2010: da pochi giorni il governo Berlusconi, grazie agli irResponsabili di Scilipoti, è salvo, ma ha bisogno di esibire la prova muscolare della sua risicata maggioranza. Il capro espiatorio è l’università: la legge Gelmini viene approvata frettolosamente sulla pelle degli atenei italiani, che ancora attendono la maggior parte dei suoi decreti attuativi. Una delle sedute parlamentari più grottesche è presieduta da Rosi Mauro con piglio da “abbanniatrice” (così a Palermo si chiamano gli ambulanti). La Mauro procede come un automa nonostante le proteste dell’opposizione e finisce col parlarsi addosso, sospendendo la seduta al grido di “vergogna” dopo aver approvato a sua insaputa quattro emendamenti del Pd. L’idea che la vicepresidente del Senato – che non ha alcuna intenzione di dimettersi – abbia contribuito a distruggere l’università, begando di nascosto per comprarsi una laurea in Svizzera a nostre spese, fa una rabbia da togliere il sonno. Fa rabbia, del resto, il pensiero di una classe politica incolta e volgare che pensa di poter comprare tutto senza fatica, senza remore, senza conseguenze.

Mai come in questo momento laurea e cultura, cultura e università, sapere e politica, etica e responsabilità sono stati così distanti. È di pochi giorni fa la notizia che il presidente ungherese Pal Schmitt ha rassegnato le sue dimissioni per aver copiato, vent’anni fa, l’ottanta per cento della sua tesi di dottorato. La stessa sorte è toccata in Germania, per le medesime ragioni, all’ex ministro della difesa Guttenberg. In Italia, di fronte ad accuse assai più gravi, non ci si dimette e si grida pure al complotto. Dà conforto solo il pensiero che Renzo Bossi non sia laureabile nemmeno per vie illecite.


Scandalo in canottiera

Licia Satirico per il Simplicissimus

Si sprecano i commenti sulle strane dimissioni di Bossi: i militanti parlano di gesto esemplare che rilancia le sorti del partito, i maliziosi di un tempestivo de profundis che giunge a poche settimane dalle amministrative. Gli ex alleati, invece, rendono al senatur l’onore delle armi, quasi che le vicende in corso abbiano avviato un processo di canonizzazione e non un processo penale: si sa, però, che il Pdl incappa spesso in questo tipo di confusione. Nello scappellamento generale spiccano le dichiarazioni ammirate di Fabrizio Cicchitto: «Bossi ha segnato un’epoca e ha costituito una delle più rilevanti novità politiche dall’inizio degli anni ‘90 ai giorni nostri».

Qui la perplessità non sorge tanto al pensiero di un’epoca segnata da Bossi ma già sfigurata dal quasi ventennio berlusconiano: è proprio l’idea delle rilevanti novità politiche a essere improponibile. Come Berlusconi è stato un oligarca sintomatico diviso tra luoghi economici e anatomici, sovvertitore di pubblico e privato con amicizie imbarazzanti, Bossi ha incarnato lo stereotipo del rude padano coprolalico privo di senso dello Stato. Una macchietta comica, se non fosse terribile: la finta laurea in medicina, l’aura del fine politico a dispetto del dito medio perennemente alzato, gli anni dell’ascesa sul mantra di Roma ladrona, il culto del dio Po, le ampolle, le camicie verdi, le canottiere, l’alleanza con Silvio, i vilipendi, le secessioni, i parlamenti immaginari, il porcellum, gli ideologi e i borghezi, i foera di ball, il cerchio magico, le mogli, i figli salmonidi e le badanti. Su tutto spicca il crudele dio Iban, cui un fidato tesoriere lombrosiano con Porsche sacrificava i fondi del partito investendoli in Tanzania, a Cipro, in Svizzera e in Francia con la complicità, pare, della ‘ndrangheta. Il paradosso leghista si articola dunque dall’antigoverno al sottogoverno, passando per l’antica debolezza italica del tengo family.

Bossi è un’icona del familismo amorale teorizzato da Banfield: un familismo esoso a parziale insaputa dell’interessato. Interessato è un termine eccessivo: con strategia usurata il leader storico della Lega si proclama ignaro delle auto di lusso dei pargoli, della ristrutturazione della propria casa, delle spese ingenti legate alla scuola della moglie e al sindacato dell’onnipresente Rosi Mauro, ribattezzata amabilmente “la nera” con raffinato humour celodurista.
Dalle intercettazioni delle telefonate tra Francesco Belsito e la segretaria amministrativa Nadia Degrada (nome quanto mai appropriato), emerge un fiume di denaro stornato per soddisfare le esigenze insaziabili dei Bossini: il Suv-normale per Renzo, la gettonatissima Porsche per il primogenito Riccardo, azzeratore di carte American Express, il parco macchine di Roberto Libertà, noto per i gavettoni alla candeggina, il misterioso diploma di Renzo – triangolo delle Bermude della ragione – conseguito in anonima scuola padana. A questo si aggiungerebbero la Smart per la fidanzata del giovane consigliere regionale e persino l’apparecchio per i denti del piccolo Eridano Sirio ancora privo, per nostra fortuna, di patente di guida.

Nel loro piccolo, gli amministratori della Lega si scandalizzano per le frequentazioni discutibili di Renzo, per le sue scorribande notturne con paletta delle forze dell’ordine e lampeggiante, per l’improbabile scorta privata che protegge l’opaco delfino trotoide. Questa è forse l’unica vera novità politica degli ultimi tempi: il filibustiere moralista, privo di ethos ma severo verso gli sperperi di denaro pubblico non legati ad ulteriori margini di profitto.
Nei consueti rigurgiti di coscienza tardiva, travestiti da risvegli amari, la Lega cerca oggi di evitare la débâcle: a modo suo, s’intende, e promuovendo il capofamiglia a presidente del partito. La maschia prole di Bossi, in odore di cromosomi soprannumerari, ricorda invece il Virgil di “Prendi i soldi e scappa”. Attendiamo dunque i diabolici piani di difesa con saponetta e lucido da scarpe, le professioni di innocenza e la restituzione degli apparecchi ortodontici. Inutile farsi illusioni su alcuni sviluppi dell’inchiesta: il diploma di Renzo Bossi resterà un mistero come il terzo segreto di Fatima, come la scomparsa di Maiorana, come i cerchi nella grana dell’esoterica signora Bossi. Quello dei Bossi è un caso singolare di familismo masochista in cui le colpe dei figli ricadono sul padre: è un analfamilismo di ritorno cui nemmeno Banfield aveva mai pensato.


Il Trota “negher” ad honorem

Qualche settimana fa i giornali avevano dato conto dei rapporti fra il Trota e Alessandro Uggeri, fidanzato dell’assessore regionale leghista Monica Rizzi, falsa laureata e altrettanto falsa psicoterapeuta infantile. Il brillante figlio di Bossi sarebbe stato ospitato nella villa  dell’imprenditor leghista in vista della tornata elettorale che ha visto il ragazzo, appena “maturato” raggiungere il reddito di 10 mila euro al mese. Una villa dove sembra che girassero escort e cocaina, elicotteri in giardino e grandi frodi fiscali, comme d’habitude in quegli ambienti. Insomma ecco che dall’interno della Lega (pare che sia stato Maroni a ordire l’imboscata giornalistica) si sottilineano le liasons dengereuses del rampollo, il fatto che il suo nome possa essere stato speso per affari opachi.

Tuttavia proprio l’elemento più interessante della vicenda è stato trascurato:  Uggeri, il munifico ospite del Trota, nella sua qualità di imprenditore del terzo millennio, ha fra le sue molte e vorticose attività anche la gestione della manodopera di immigrazione. Abbiamo così una forza politica che basa molto della sua offerta politica (si fa per dire, ovviamente) sulla xenofobia e sulla  battaglia contro l’immigrazione la quale si appoggia, campa e a quanto pare si diverte proprio grazie al denaro che deriva da un caporalato organizzato e industrializzato, insomma dallo sfruttamento degli immigrati. E passi che all’elettore leghista lo sfruttamento possa far piacere, ma per attuarlo e con esso mettere denaro in cambusa, gli immigrati bisogna averli, l’immigrazione clandestina va coltivata nei fatti e combattuta solo a parole. Insomma i 12 mila che hanno dato il voto al Trota sono stati doppiamente ingannati: la legge dovrebbe riconoscere come reato la circonvenzione di leghista.

Ma non c’è solo questo. Proprio mentre la caduta di Berlusconi spinge la Lega ormai in riflusso ad accentuare la sua xenofobia tramutandola in una specie di razzismo da strapaese,  giunge un’altra incredibile notizia: nella seconda metà di dicembre,  il tesoriere della Lega, Belsito, che risponde solo a Bossi e ai suoi fedelissimi, familiari compresi, ha trasferito  circa 8 milioni di euro derivanti dal finanziamento pubblico dei partiti fuori d’Italia: in Norvegia, a Cipro e per oltre la metà della somma in Tanzania. Insomma i politici leghisti sbraitano contro i “negher”  ma poi ricorrono a loro quando si tratta di mettere al sicuro i loro tesoretti e farli crescere i silenzio.

Per tutto questo forse sarebbe il caso di nominare il Trota “negher” ad honorem. E fargli spiegare dal gaudente Uggeri che dopotutto la cosa ha i suoi vantaggi. Non ultimo quello di non essere leghista.


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