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Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


La mafia non esiste, parola della Cassazione

the-bad-guys-dreamwork Anna Lombroso per il Simplicissimus

La sesta sezione penale della Corte di Cassazione  rischia di dar ragione a Massimo Carminati che aveva definito le relazioni che intercorrevano tra i fedelissimi della sua cerchia  «quattro chiacchiere tra amici al bar», bocciando  l’accusa di associazione mafiosa per quei due gruppi criminali che a Roma hanno intessuto una trama di  affari illeciti con politici e colletti bianchi negli appalti dell’emergenza immigrati, del verde pubblico, della raccolta rifiuti. Viene respinta quindi la sentenza dei giudici della terza Corte d’Appello di Roma che l’11 settembre 2018 aveva riconosciuto il carattere mafioso per gli affiliati del mondo di mezzo: Er cecato, Carminati e il boss delle cooperative rosse Salvatore Buzzi sono sì due delinquenti ma non due mafiosi. E per loro  e per altri imputati come Luca Gramazio, si terrà un processo d’appello bis per il ricalcolo delle pene alla luce della declassazione del reato in associazione a delinquere semplice.

C’è da pensare che la Corte per prendere le sue decisioni compulsi doverosamente Treccani e Devoto Oli che danno analoghe definizioni del termine con cui si designa  il complesso di piccole associazioni criminose (dette cosche), segrete, a carattere iniziatico, rette dalla legge dell’omertà e regolate da complessi riti che richiamano quelli delle compagnie d’arme dei signori feudali, delle ronde delle corporazioni artigiane, ecc., sviluppatesi in Sicilia (spec. occidentale) nel sec. 19°, soprattutto dopo la caduta del regno borbonico. Quindi il sistema di appalti e gare pilotate, ricatti e corruzione, intimidazioni e usura, percosse e minacce messi in atto da  er Cecato, Spezzapollici, er Nero, o Pazzo,   Scassaporte, Gino il mitra, Puparuolo, col valore aggiunto epico di  rituali di affiliazione a conferma di antiche fedi politiche per rafforzare l’adesione a quella rete opaca, abile nel nutrire l’humus associativo e la coesione  di adepti e proseliti, anche tramite l’intimidazione, la riduzione in soggezione, la corruzione, la benevolenza o le botte potrebbe essere degradato a semplice cerchia di malviventi comuni grazie all’attenuante geografica di esercitare le loro attività a Roma e non a Corleone.

Quindi in barba all’autorevole dizionario Treccani che amplia la definizione generica  per adeguarla ai tempi nostri precisando come la mafia si sia sviluppata ulteriormente in questo secolo “nelle realtà urbane come potere ampiamente indipendente che trova… nuovo alimento soprattutto nel clientelismo politico, fino a costituire una vera e propria industria del crimine che, con violenza crescente e mostrando notevole adattabilità e stendendo la propria influenza all’intera realtà sociale ed economica, in particolare concentrandosi sul controllo dei mercati, delle aree edificabili, degli appalti delle opere pubbliche e, più recentemente, del traffico di droga…”, ricordando anche come il termine sia inoltre “usato internazionalmente con riferimento a organizzazioni che, pur non avendo alcun legame di filiazione con la mafia siciliana, presentano tuttavia strutture e finalità consimili”, la autorevole Corte  ci vuol fare intendere che erano si malfattori ma non mafiosi.

Perbacco,  banditi sì ma non capicosca, ladri e cravattari ma senza il marchio di Cosa nostra, corruttori e spacciatori in grande stile ma senza coppola: né  il Carminati appunto, ex terrorista finito in carcere più volte, legato alla banda della Magliana, addestrato in Libano durante la guerra civile, noto per la benda nera che copre l’occhio offeso durante una sparatoria con la polizia, e nemmeno l’altro, Buzzi,  un assassino che aveva ammazzato un balordo con 34 coltellate per paura che interrompesse la sua carriera di bancario prestato al racket, ma senza le aggravanti da 41 bis, tanto da venire assimilati, blanditi e vezzeggiati, finanziati per via dell’edificante conversione umanitaria nei salotti  buoni di attori, cantanti, giornalisti, sindaci insospettabili, politici, Scalfaro compreso che rende omaggio all’assassino diventato detenuto modello con tanto di laurea, padrino, è il caso di dirlo, della cooperativa 29 giugno, del quale Miriam Mafai disegna un ritratto agiografico, e alla cui tavola  ministri in carica e candidati di indiscussa integrità siedono in occasione di giulive cene sociali  e di raccolta fondi.

Adesso sappiamo che se diciamo che Carminati e Buzzi oltre essere assassini, criminali abituali e reiterati, strozzini inveterati, sono “mafiosi” rischiamo la querela perché quel “mondo di mezzo” che dopo la fase temporanea del recupero crediti si  allarga, con l’appoggio esterno di mafiosi e  camorristi veri e propri, quelli della tradizione della lupara e colletti bianchi di nuova generazione, commercialisti e avvocati in veste di “consigliori”,  condizionando gli appalti, ottenendo l’assegnazione di lotti e concessioni, occupando militarmente il settore immobiliare anche grazie al business  dei Caat, quei Centri di assistenza   abitativa temporanea voluti ai tempi di Veltroni sindaco, che dovevano assorbire l’emergenza senzatetto per foraggiare le famiglie degli  immobiliaristi romani e dalle cordate del cemento, è un’altra cosa e non Cosa Nostra.

E dunque a guardar bene che differenza ci sarebbe tra quella e questa cricca?

Costituita da terroristi, assassini e lestofanti  miracolosamente tornati in seno al consorzio civile dopo condanne troppo brevi e discutibili proscioglimenti, favoriti da ex commilitoni neri per niente pentiti e assurti a ruoli prestigiosi  che ben presto  hanno finito per dover chiedere protezione da ricatti e intimidazioni esercitati dagli stessi malfattori recidivi; se la minaccia e il taglieggiamento erano il sistema di relazioni instaurato anche grazie agli uffici di professionisti famosi per via delle loro procedure di persuasione come Spezzapollici metodi persuasivi; se l’infiltrazione e l’occupazione dei gangli vitali della città interessava tutto il tessuto economico anche quello apparentemente legale e sano e perfino quello a forte contenuto sociale, grazie alla benevola erogazione di concessioni e benefici speciali elargiti alle cooperative di Buzzi, a cominciare da uno stabile in via Pomona, elargito a 1200 euro al mese dall’onesto Marino – un miglioramento rispetto alla concessione a titolo gratuito del camerata predecessore; se i solerti uffici    di pezzi grossi dell’amministrazione  alla “gestione” dell’emergenza umanitaria (Odevaine dopo essere stato vice capo di gabinetto di Veltroni e capo della polizia provinciale con Zingaretti, era in libro paga    con 5000 euro al mese) conferma la perspicacia di gangster nell’intuire le fortune di un brand più profittevole di quelli usuali, droga in testa.

Le pistole erano ancora in uso, ma servivano a forme di convinzione più incalzanti nell’esercizio del ricatto, collaudato con efficienza dal “Cecato” fin dai tempi della rapina al caveau della filiale della Banca di Roma all’interno del Tribunale, quando vennero forzate le cassette di magistrati, avvocati e politici alla ricerca non di denaro e gioielli, ma di più preziosi documenti da impiegare per estorsioni e coercizioni.

Ma non sarà che la normalizzazione della malavita e del malaffare delle quali tutti erano a conoscenza se ricatti e intimidazioni e pressioni indebite avevano come teatro uffici degli enti pubblici, istituti finanziari,  anticamere dei palazzi, salotti, osterie e caffè,  serve solo a creare una artificiosa differenza con la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, per farci ingoiare certe cupole legali che strozzano, intimoriscono, impauriscono, minacciano anche grazie a regole, norme, disposizioni create in moderna sostituzione della lupara?


Internazionalismo del profitto, indebitamento popolare

Corona-reale_riproduzione Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

Deve essere diventato gialloverde anche l’autorevole dizionario Treccani che, come d’altro canto il Larousse, offre del sovranismo una definizione sobria, ad onta della criminalizzazione sgangherata  in corso perfino tra quelli che – pochi – considerarono sciagurata, umiliante e anticostituzionale  la soggezione al fiscal compact, come ai tanti diktat delle pingui cancellerie a danno delle propaggini africane, indolenti, sciupone e inaffidabili. Destino degli “ismi” che si prestano a sapienti confusioni o sbrigative condanne a partire dalle parole matrici, salvo ideologia liquidata ben prima di ideologismi per via delle preoccupanti evocazioni di eventuali produzioni di idee, ideali e valori e di un’attività di pensiero, quantomai eversive di questi tempi.

Affidato alle decodificazioni aberranti, peraltro bipartisan, sovranismo viene retrocesso a nazionalismo, collocandolo nella cassetta degli attrezzi della destra più bruna e minacciosa di successivi incendi del Reichstag insieme a razzismo e xenofobia, il cui sorprendente recupero è visto di buon occhio da chi ne deplora la declinazione a uso e contro gialli e neri, islamici e rom, mentre lascia correre quando vengono impiegati senza distinzioni di etnia e religione, contro poveracci, diseredati, sfruttati in patria e fuori (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/). Proprio come “populismo”, d’altra parte, marchio a fuoco impresso da chi  ha sostenuto misure impopolari (nel senso che, vedi caso, andavano contro il volgo, giustamente penalizzato per comportamenti dissipati), aristocratiche austerità, e sempre più indirizzato a immaginare sistemi elettorali selettivi, che concedano il diritto-dovere di voto a segmenti acculturati, maturi e poco inclini a volgari ribellismi.

Basta pensare alle reazioni schifate nei confronti di chi ha messo in dubbio virtù e bontà dell’egemonia privatistica, esigendo la nazionalizzazione di banche, di servizi, di autostrade, preferendo invece salvataggi immondi (guardati con sdegno perfino nelle geografie di Wall Street) che lasciano la gestione a vertici e amministrazioni criminali, sottraendo risorse necessarie invece alla collettività, comprensiva di indigeni e immigrati, il cui sacro suolo è manomesso, bruttato, espropriato, richiamati a concorrere per la incolumità di “risparmiatori” meglio identificabili azionariati voraci, amici influenti i cui appetiti è doveroso appagare, che sono pochi quelli piccoli, sedotti o ricattati dai croupier del casinò globale.

Modi consueti questi di incriminare sempre e comunque il “popolo” colpevole di aver voluto troppo, di chiedere troppo, ma pure di accontentarsi delle mance, di delegare sulla base di promesse illusorie o di poco partecipare, di astenersi dalla cabina elettorale e contemporaneamente di votare male e esageratamente, che si sa i paesi maturi disertano gli scrutini, forzando  la presunta coincidenza “tra un primato grossolano della volontà generale”, come ha scritto il Foglio,  e il progressivo collocarsi dei movimenti vincitori dentro il sistema politico e di potere, contrari  – plebe e maggioranza – a quegli irrinunciabili criteri, quelle virtù teologali europee interpretate da Draghi: pazienza, cautela, prudenza e magari, in aggiunta, ubbidienza. Perché poco ci vuole a capire che con sovranismo non vogliono intendere in barba alla Treccani e pure al Larousse l’esprimersi delle pulsioni indipendentiste, la volontà di affermazione dell’autodeterminazione di un popolo, ma il manifestarsi dell’opposizione allo sviluppo dell’Unione Europea, come concentrazione di poteri e decisioni  sottratti agli Stati nazionali che la compongono e affidati a organismi non elettivi, alla sottrazione che ne deriva di democrazia, economica e sociale, esplicitamente osteggiata, per via della sua origine “socialista”, incompatibile con l’affermarsi del regime unico.  

È che l’affezione al blasonato sogno unitario europeo, profetizzato già con le stimmate di un’utopia pensata e volta da enclave prestigiose quanto esclusive e quindi escludenti, è difficile da abbandonare anche in vista del suo mostrarsi come un vero e proprio cimitero irriducibile di aristocrazie, per parafrasare Pareto, aggrappato a una tradizione letteraria di pacificazione funzionale a portare guerre di classe e imperialiste all’interno e all’esterno,  gestito nella pratica da una oligarchia burocratica che serve interessi e privilegi di un ceto imperiale che ha sostituito le vecchie élite con una selezione ancora più implacabilmente effettuata sulla base di rendite, censo, affiliazione. Discostarsene mette paura, come sempre succede a chi teme qualsiasi ingresso nell’ignoto forse buono, preferendo Tsipras, Renzi e Macron, quindi il conosciuto cattivo, come succede a chi da noi indica la soluzione nel meno peggio, grazie alla dittatura dell’accontentarsi, come sempre succede a chi si sente rassicurato dallo stare sotto tutela, compresa quella delle menzogne. Tanto che da più parti si sente scendere giù fino a noi il monito severe: questa sfida la pagheremo noi, popolino, noi, italiani riottosi a essere più modernamente europei, noi come i greci, talmente in fondo alla classifica della civiltà che adesso nel Mediterraneo arrivano perfino uragani e  tifoni come nel Terzo Mondo.

State attenti, ci dicono, che a rimetterci “sarete” tutti. Ma non è successo già? non stiamo pagando noi le scialuppe a Banca Etruria, Mps, Casse di Risparmio? Non stiamo pagando noi armamenti scamuffi per essere ammessi alle briciole sanguinarie dei Grandi? Non stiamo pagando una accoglienza raffazzonata e obbligatoria, cornuti e mazziati da chi tira su muri umanitari come le guerre coloniali che conduce? Non stiamo pagando noi con la salute e la perdita di garanzie il sostegno a padronati  assassini e avvelenatori? Non stiamo pagando noi direttamente e indirettamente la perdita di istruzione, cultura, sicurezza sociale, assistenza sanitaria? È davvero questo il prezzo necessario per stare nella sala da pranzo dei Grandi, a raccattare qualche ossicino di pollo, che ormai non possiamo sperare nelle brioche?

 

 

 

 

 

 


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