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Pellegrini sulla nostra pelle

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo ha rivendicato con orgoglio anche lo spaventapasseri che sta sul colle come una di quelle tetre croci piantate sulle vette alpine. È andato più volta in visita pastorale nelle zone del sisma.

E mica solo lui, la passerella del varietà della commiserazione in cambio di decisioni, atti e responsabilità li ha visti passare tutti. Qualche colpito è stato anche benevolmente prescelto per assistere al concerto di Natale su invito della zarina a Montecitorio, a tutti è stato rivolto il caldo invito a sperare, a pazientare, a non temere. Da parte di quelli che hanno gridato allo scandalo per la decisione di non ospitare a Roma Olimpiadi costose senza ritorno, dannose per l’ambiente, come fosse una resa alla corruzione. Lo  stesso male che ora, a loro dire, rallenta e ostacola la ricostruzione nel ragionevole timore che procedure e assegnazioni così come qualità dei materiali e criteri possano essere infiltrati  da criminalità e malaffare. Così il nuovo governo fotocopia del vecchio ha tolto per l’ennesima volta dalla naftalina lo spauracchio ufficiale che a intermittenza regolare decanta primati morali della gran Milan a copertura di personalità distratte quanto potentemente autoreferenziali, tanto da autosospendersi e poi auto assolversi rafforzate da cotanto sponsor, come lamenta competenze, mezzi e risorse ridotte.

E’ davvero uno spettacolo  l’avvicendarsi, si fa per dire, di governi che smentiscono negli atti le loro stesse parole d’ordine, premiando con incarichi prestigiosi gli immeritevoli, ministri o commissari straordinari sui quali pesa la normale impotenza, incapacità o sospetta inadeguatezza a mettere riparo con equità e efficienza ai danni di un precedente sisma, deridendo requisiti di efficienza e competenza sostituiti da quelli di appartenenza e fidelizzazione, garanzie di trasparenza sulle quali si stende la nebbia opaca di istinti arruffoni e arraffoni, opportunità della semplificazione, impiegata a fini intimidatori per restringere l’operatività della rete dei controlli, ridurne le competenze e i poteri, stabilire l’egemonia dell’interesse privato su quello generale. Per non parlare del diritto dei cittadini di partecipare ai processi decisionali,  frustrato e vilipeso anche grazie a una stampa retrocessa come si conviene in vigenza di regimi autoritari e cialtroni a passacarte e veline, o, più modernamente, a eco di stati su social network o tweet di notabili in carica o detronizzati solo apparentemente, strumenti ben visti solo nella loro qualità di altoparlanti degli annunci governativi, altrimenti oggetto di riprovazione per il loro potenziale eversivo.

Così per sapere cosa succede a Amatrice  o a Norcia dove ha chiuso i battenti la vecchia fabbrica del cioccolato per i danni subiti ma anche perché i lavoratori senza casa e le  loro famiglie senza scuole e servizi essenziali sono stati consigliati a andarsene, dove il comparto agroalimentare è piegato, le stalle in rovina e le bestie affamate e assetate, dove in attesa delle provvidenziali “casette” l’invito è a lasciare paesi, abitazioni e lavoro, quando c’è, dove chi si vuol comprare un container a sue spese o adattarlo a esigenze quotidiane,  è ostacolato e rischia una denuncia per abuso edilizio, dove la priorità viene attribuita al restauro delle chiese, con l’oscuro disegno di fare di quei territori spopolati una specie di Disneyland diffusa e profana del turismo sacro, con i pochi operatori trasformati in comparse in costume come nei parchi tematici americani, si per saperlo dovremo aspettare un film che sfugga alle maglie della censura da proiettare nei circuiti dei disfattisti o dei pericolosi centri sociali.

Perché è vero che ci sono andati tutti là, in pio pellegrinaggio e in cerca di indulgenze popolari. Ma a noi è stato dato solo di conoscere le loro litanie compassionevoli e le rassicurazioni che i soldi ci sono ma bisogna spenderli in modo appropriato. Appropriato? Come quando si devono impiegare per salvare banche o per foraggiare il mercato incrollabile delle armi? Si, perché a visitare le zone terremotate c’è andata anche quel bel campione della Pinotti cui dobbiamo probabilmente  la promozione al decimo posto dell’Italia nella top ten dei paesi che spendono in armamenti. E d’altra parte lo chiede l’Europa, come ha segnalato il quotidiano britannico Independent  in un articolo dal titolo inequivocabile: “I soldi del bilancio europeo potrebbero servire a sviluppare armi per l’Arabia Saudita” a proposito della decisione di destinare risorse europee , comprese quelle della ricerca, al cosiddetto Fondo Europeo per la Difesa, che utilizzerà il denaro dei paesi membri per investire nel settore bellico, con un budget a partire da oggi, dal 2017,  di 25 milioni di euro l’anno per tre anni e come parte di un più ampio Piano d’Azione del valore di 3,5 miliardi di euro.  a favore dell’industria degli armamenti. In modo da confermare la posizione invidiabile dell’Ue, già oggi al secondo posto nel mondo in termini di spese militari con un budget di 217,5 miliardi di euro.

Come non capirli? Quando si è in guerra non si bada a spese. E poi il settore è in crescita come non mai e non teme corruzione, malaffare e infiltrazioni se a comandare è il crimine e le armi sono puntate contro di noi.

 

 

 

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Se l’appalto diventa segreto di Stato

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La brutale manomissione di principi, ideali, valori compiuta dal governo e dal ceto dirigente che lo comanda a distanza, che gli ubbidisce, che lo esprime e ci si riconosce è esemplarmente rappresentata anche dalla sua “vulgata”, dagli stravolgimenti semantici cui sottopone termini e concetti per adattarli alla sua ideologia o per svuotarli al fine di buttarli in discarica come la Costituzione ridotta a carta straccia.

È successo con merito, è successo con semplificazione, è successo con lavoro, è successo con voto, tutti retrocessi, bocciati, o sottoposti a profittevoli quanto aberranti conversioni,  chi in servitù, chi in conferma notarile, chi in abolizione di regole e controlli, chi in legittimazione di trasmissione dinastica o clientelare di privilegi e posizioni con annesse rendite.

È uno dei motivi per i quali la mia religione mi vieta di votare Pd, anche nelle sue declinazioni locali, preferendo la preferenza de panza agli uomini de panza, e il sano voto inutile e perfino quello viscerale di malcontento populista, che anche intorno al concetto di popolo si è lavorato per sminuirlo in massa senza giudizio, discernimento, diritti e sovranità.

Sarebbe difficile riporre fiducia in amministratori chiamati e volonterosamente determinati,  ad esempio, a dare attuazione  congrua e fedele ai principi contenuti nel decreto Madia sulla “trasparenza”, altro termine alterato, violato e forzato per ristabilire l’opportunità di alzare prudenti steccati a protezione dei segreti della politica, a salvaguardia degli arcana imperii e degli interessi che si consumano nel retroscena del teatro pubblico sempre più privatizzato e personalizzato secondo criteri di appartenenza, fidelizzazione, profitto.

Ora è vero che gli Usa ci hanno colonizzato pure l’immaginario, ma è altrettanto vero che la traduzione nel nostro ordinamento di atti e leggi, che abbiamo conosciuto nell’epopea hollywoodiana della denuncia sociale tramite Erin Brockovich o Michael Clayton o gli eroi sconosciuti di Spotlight, supera l’immaginazione più scettica e sfiduciata, se il Freedom Information Act all’italiana, che avrebbe dovuto rispondere all’istanza dei cittadini di avere accesso a scelte e procedure di interesse generale, per essere in grado di partecipare alle decisioni, diventa la calata per legge di una spessa cortina di fumo  che impedisce la vista. La vista su regole di appalto, come sulle spese di rappresentanza, sull’iter di concessione di terreni e autorizzazioni, come sui valori dell’inquinamento, sui compensi per consulenze come sulla spesa effettiva di risorse solo promesse o anche erogate per opere pubbliche.

La madonnina infilzata che ha con candida tenacia infilzato concertazione, relazioni sindacali, sicurezze e garanzie, attraverso una riforma verticistica, disciplinare e autoritaria, messa in atto per consolidare la cattiva fama di una amministrazione indolente, incapace, parassitaria e irresponsabile, tanto che è doveroso liberarla da ogni residua responsabilità da affidare invece all’esecutivo, ai poteri centrali e a un ceto manageriale privato, è stata incaricata di dare il suo nome a uno slogan: «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», ripetuto come un mantra dalla Leopolda in giù come  nel gioco del telegrafo senza fili, in modo che quando la trasparenza arrivasse a destinazione non rimanesse più nulla, se non un farfugliare confuso, opaco e criptico, tanto che perfino l’enclave arroccato del Consiglio di Stato ha espresso dubbi.

Non c’è sportello, la legge non identifica ai vari livelli territoriali e gerarchici, un responsabile unico cui rivolgersi. Ma c’è di peggio: la mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino istituisce una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. Decorsi i 30 giorni dalla richiesta, si realizza quello che il Consiglio di Stato ha definito «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».  La definizione e i limiti della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» crea una categoria talmente vasta e non identificabile da collocare l’istanza e il diritto di ciascuno a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di evidente e discriminatoria inferiorità, come si trattasse di una curiosità molesta e di una ingerenza illegittima.

Non c’è dunque da stupirsi se l’incontentabile Consiglio dei Ministri vuole apportare una modifica al decreto trasparenza in modo da renderlo ancora più permeabile a corruzione, speculazione, illegalità, opacità, affarismo, abrogando  la lettera b del comma 1 che recita: «per ciascuno degli atti di cui alla lettera a, ( quelli cioè relativi al governo del territorio, tra gli altri i piani territoriali, i piani di coordinamento, i piani paesistici, gli strumenti urbanistici generali e di attuazione, nonché le rispettive varianti. NdR ) sono pubblicati, tempestivamente, gli schemi di provvedimento prima che siano portati all’approvazione; le delibere di adozione o approvazione; i relativi allegati tecnici».

Facendo venir meno l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di rendere note le proposte di trasformazione urbanistica prima che esse siano portate all’approvazione,  si vuol cancellare l’azione di pubblicizzazione degli atti grazie alla quale, in caso di mancata divulgazione preventiva, perdevano efficacia né potevano produrre effetti.  E di conseguenza annullare un passaggio cruciale per una democrazia partecipativa, che volesse offrire a qualunque cittadino o portatore di interessi il diritto ad essere informato prima e  a disporre del tempo necessario per la  valutazione e la  presentazione di eventuali contributi tecnici in grado di equilibrare le scelte unilaterali delle amministrazioni.

Favori, protezioni, clientele, famiglie, clan, cupole, commerci di prebende, voti, consenso, interessi, la porta è spalancata, la trasparenza si addice al governo, purché sia opaca.

 

 

 

 


Cose etrusche di governo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ha nemmeno fatto lo sforzo di aprire Wikiquote alla voce sbaglio. E’ ricorso alla formula più abusata da truffatori incalliti, imbroglioni recidivi, medici negligenti, scolaretti impreparati.

Errare humanum est, così ha chiuso il capitolo “banche sleali” il presidente della Consob durante la relazione annuale al mercato finanziario. Ora,  la Consob si accredita come una divinità crudele e  separato e il cosiddetto “mercato finanziario” si presenta come un quelle divinità remote ed efferate. C’è dunque da dubitare che la delicata ammissione di Giuseppe Vegas, ex senatore di Forza Italia che guida l’autorità incaricata di tutelare gli investitori e vigilare sui comportamenti degli operatori, possa ottenere il risultato auspicato: riconquistare la fiducia dei risparmiatori, minata da un imprevedibile “incidente”, che chi si poteva immaginare quello che sarebbe accaduto in Banca Etruria, in Banca Marche, in Carichieti, in Carife, malgrado i precedenti dei furbetti del quartierino, di Mps, della Popolare di Vicenza e i trailer di quello che è accaduto altrove, Cipro, Grecia, Usa, Spagna, insomma  nelle varie geografie della criminalità finanziaria.

“L’attività umana non è mai esente da rischi, ha detto, i poteri pubblici non possono eliminare ogni forma di rischio, ma devono renderlo ragionevole”, impartendo una lezione di giudizioso buonsenso ai risparmiatori truffati, colpevoli di non aver letto con la doverosa attenzione i prospetti e i supplementi informativi che accompagnavano le emissioni, redatti, ha sottolineato, nel rispetto delle regole di trasparenza. All’anima del rigore, all’anima della cristallina limpidezza al servizio della clientela, se in perfetta sincronia la procura di Arezzo scoperchia la pentola fetida delle direttive del management “etrusco””: circolari che ordinano di cedere obbligazioni rischiose al “pubblico indistinto” e indicazione di trattare con riguardo un pubblico invece “distinto”, oggetto di cure particolari.

È passato qualche mese dal suicidio di Luigino D’Angelo, pensionato di Civitavecchia, ricattato e raggirato. È passato qualche mese dalle confessioni dell’ex funzionario della banca rea di averlo portato alla morte. È passato qualche mese dall’ignobile pretesa di innocenza “leopoldina” della ministra in odor di multipli conflitti di interesse. È passato qualche mese dall’affidamento allo spaventapasseri della corruzione, Cantone, della spinosa pratica dei risarcimenti, atto simbolico quanto oscenamente ingannevole.

Così la coltre dell’oblio, stesa magicamente da media che scaraventano tra le brevi in cronaca i casi umani – insieme alle contestazioni dei derubati durante le visite pastorali degli esponenti del governo e a un provvedimento che applica il sistema di selezione caro alle ideologie imperanti, differenziando meritevoli di risarcimento e meno degni di riparazione – ha riposto l’incartamento della catena di delitti dei serial killer bancari nell’uggioso faldone delle conseguenze inevitabili della crisi, senza la speranza che lo riaprano quelli di  Cold Case.

È che l’egemonia di una oligarchia che sconfina nei territori della criminalità è stata preparata ancora prima che qualcuno si chiedesse se è più delittuoso rapinare una banca o fondarla e, oggi, governarla.

E la sua progressione inarrestabile si combina con il disegno autoritario di una sedicente “riforma”, che intende attribuire potere assoluto all’esecutivo, per una non singolare coincidenza  con gli interessi privati e fino a ieri definiti “conflittuali”   di ministri e dirigenti politici, famigli e  affini, amici e complici, collegati e assoggettati all’impero finanziario, scrupolosi esecutori dei comandi dell’establishment europeo e oltre, quegli esperti in rischi che tramite direttive, leggi speciali, decreti ad hoc, sanno sempre su chi caricare gli effetti catastrofici di una inettitudine al servizio del golpe contro sovranità e democrazie. E che perseguono il loro obiettivo eversivo con tracotante candore, se il premier davanti al solito intervistatore ridotto a pelle di tigre davanti ai Lari dell’ubbidienza festosa  ha sentenziato:  “i giudici applicano le leggi, io faccio le leggi”, sancendo che il disegno è già stato completato e che il referendum, che comincia invece a preoccuparlo, sarà meno di un atto notarile, una cerimonia irrilevante come ormai è diventato tutto quello che riguarda la volontà popolare.

E non a caso i primi attentati alla Costituzione – disse Gonella nel 1952 “la Costituzione si deve rivedere, mica è il Corano” –   quel peccato d’origine che poi, benché bloccato da una sconfitta elettorale, via via autorizzò la violazione della Carta e diede luogo a altri oltraggi alla partecipazione, è passato alla storia come “legge truffa”, una definizione che la dice lunga sull’ombra lunga gettata sulla democrazia da corruzione, totalitarismo, derisione della rappresentanza, primato dell’interesse personale e privato.

Non sorprende se oggi un governo esperto in materia di imbrogli e attrezzato per i brogli ancor più di Scelba, addirittura intenzionato a superarlo in limitazione di libertà, ha accelerato quel processo che ha già dato colpi violenti a principi che la Costituzione stabiliva come inalienabili e irrinunciabili,  a cominciare dal lavoro, fondamento della Repubblica, dalla tutela di beni comuni e paesaggio, dai valori dell’istruzione pubblica, dalla rivendicazione di laicità, dal richiamo a solidarietà e ospitalità, al ripudio della guerra.

Per non dire dei principi di equità e di uguaglianza, traditi dalla volontà quotidiana di dimostrare nelle parole, nei fatti, perfino nelle leggi, compresa quella che crea arbitrarie graduatorie tra le vittime e il risarcimento dovuto, che si tratta di vecchi attrezzi del passato, arcaici e desueti, che sempre di più va ascoltata la voce del padrone,   che sempre di più va segnata la differenza tra chi paga e chi gode i frutti del sacrificio, che sempre di più loro sono loro, anche quando umanamente sbagliano, e noi siamo un “niente”, meno che uomini, meno che caporali.

   


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