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Arcurix e Mascherix

asterix_e_obelix_missione_cleopatraNon ne posso più di essere preso per il sedere dal governo e anche da quei plenipotenziari delle stupidere che sono i vari capitani delle voraci task force intente a prosciugare come idrovore i soldi rimasti. Per esempio Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza Covid – che dio la conservi perché dopo di lei il diluvio – ha preso spunto dal benservito dato dalla Fiat al suo indotto in Italia, per consolarci e  farci sapere che adesso l’azienda si appresta a non produrre più auto, ma in compenso nelle sue fabbriche desolate e in via di smantellamento si dedicherà a sfornare milioni di mascherine, una parte delle quali destinate ai lavoratori del gruppo: insomma una trasformazione in basso napoletano. Come si possa pensare di fare un paragone economico tra un’industria strategica che smuove miliardi e una produzione di infimo rilievo tecnico, fuori mercato e comunque di utilità contingente è davvero un mistero doloroso.  Eppure non è la prima volta che succede: anche dopo la chiusura dell’impianto Fiat di Termini Imerese una classe politica, immobile, impotente e soprattutto complice, cercò di placare l’ opinione pubblica dell’isola sventolando il mirabolante piano di sostituire la fabbrica con un supermercato. Non si trattava solo di un’insulto all’intelligenza, ma la prova palmare della mancanza  di qualsiasi altro vero piano alternativo, nonostante il fatto che già da parecchi anni Fiat avesse ripetutamente ventilato la chiusura dell’impianto. Il fatto era che la Fiat chiudeva, ma imponeva anche alla sua vasta platea di politici a piè di lista, di impedire che sulle macerie si insediasse qualche altra industria del settore che potesse farle concorrenza. Per questo si divagava e si delirava di supermercati  senza avere in testa nulla di concreto, nulla che potesse attestare una minima capacità di visione, ma anche di onestà.

E adesso assistiamo alla medesima commedia con un responsabile della Fca che poche ore dopo la sentenza di morte per l’indotto italiano con la perdita di 1000 aziende, circa 60 mila posti di lavoro e 18 miliardi di giro economico, osa prenderci per i fondelli vantando il delirante piano mascherine : “Questa iniziativa rientra in un’azione più ampia che abbiamo portato avanti in ambito mondiale per sostenere le realtà locali in cui siamo presenti ed in particolare i nostri dipendenti. In Italia abbiamo messo a disposizione le nostre eccellenze (sic !)  sul fronte industriale fin dalle prime battute della pandemia e ci siamo fortemente impegnati con tutte le nostre società con molteplici iniziative concrete su più fronti a sostegno delle organizzazioni sanitarie italiane e internazionali”. Parole che sembrano scritte da un comico, che suonano e sono  una parodia, ma che il governo accoglie non nella loro reale natura, ossia uno sberleffo al Paese, ma per oro colato e manda il tronfio Arcuri a rincarare la dose. Se andassero a dire una cosa così in Polonia o in Serbia o in Turchia gli staccherebbero subito le palle,  operazione che tuttavia sarebbe superflua da noi.

Il vero problema però non è questo, ma che milioni di italiani  continuano a non essere stufi di essere presi in giro da ogni parte e non abbiano ancora capito di essere vittime di imbrogli uno di fila all’altro e che dunque non hanno più alcuna reazione di fronte a vere e proprie provocazioni, come ad esempio il prolungamento dello stato di emergenza al solo scopo di condizionare, tanto per cominciare le elezioni regionali, ma che tuttavia, essendo del tutto ingiustificato rispetto all’obiettivo della salute, si pone come ennesimo passo avanti verso l’autoritarismo post democratico e pre fascista ( vedi Negazionismo: il nuovo vocabolario fascista ). Ma nel caso delle mascherine al posto delle auto nelle fabbriche Fiat la cosa è talmente grottesca e insensata che dovrebbe scuotere anche i più sonnolenti. E invece tali notizie scorrono come nulla fosse, come se scendesse su folle di fumatori di oppio.


Fiat – Governo: si recita a soggetto.

Sgradevole giornata. Per mille motivi, il diktat nucleare, il legittimo impedimento, gli scippi di democrazia che a quanto pare allarmano meno di quelli al portafoglio. Ma soprattutto per il braccio di ferro tra governo e Fiat sulla pelle dei lavoratori: i ricatti incrociati o più realisticamente la commedia delle parti ci dice quanto sia degradata la cosiddetta società civile.
E naturalmente dietro e attorno questo squallido tiro alla fune, si allunga come una scia di lumaca la nobile gara al commento e all’opinione, tanto più densa e luccicante quanto più incompetente. In realtà tra la Fiat che vuole fare più profitti comprimendo l’occupazione, in piena armonia con i principi dell’Italia berlusconiana e il governo che vuole ricevere più voti alla regionali o consensi nei sondaggi, non c’è molto da scegliere: torti e ragioni si dividono equamente. Meglio, pretesti industriali e demagogia dell’ultimo minuto si compensano.
La realtà è che non c’è via d’uscita: la situazione di oggi è maturata durante sessant’anni, nel corso dei quali la Fiat è stata un’azienda privata aiutata in maniera sostanziale dal pubblico. E fin qui non c’è nulla di strano, la stessa cosa è avvenuta in modo aperto o nascosto, in misura maggiore o minore, in tutti i Paesi produttori. Ma da noi si è andati oltre, si è fatto un inciucio demenziale che ora ci precipita addosso: si è permesso al gruppo non solo di condizionare parte dello sviluppo e degli assetti del Paese, ma gli si è permesso di rimanere senza alcuna concorrenza nazionale o straniera. I costruttori che volevano produrre in Italia sono stati intimiditi e allontanati, dando alla Fiat sia un vantaggio concorrenziale di enorme valore, sia una forza contrattuale sproporzionata. Il risultato è che la Spagna produce oggi più del doppio delle auto che l’Italia, nonostante non abbia una propria azienda nazionale (la Seat è Volkswagen). Il risultato è anche che Fiat vende in Italia i due terzi della sua produzione totale, ma vi fabbrica solo un terzo delle auto.
Quando Marchionne dice che Termini Imerese non può sopravvivere e fa paragoni con la Polonia, dimentica di dire che parte della convenienza nel produrre lassù consiste nell’economia di scala che si realizza costruendo la scocca 500/Panda in condominio con Ford che la utilizza per la Ka.
Ma Torino si guarda bene dal perseguire le stesse strategie in Italia, non vuole concorrenti nel suo cortile anche se si traveste da multinazionale. E pure sulla fabbrica di Termini sta brigando perché non vi si insedi qualche rivale anche dopo morta. No, le minacce di togliere incentivi e aiuti  non sono sufficienti, sono armi spuntate, valgono per la platea televisiva e le pagine dei giornali.  Se proprio si volesse far la voce grossa basterebbe manifestare l’intenzione di aprire ad altri costruttori, che pure ci sarebbero: Bmw per fare un esempio, oltre a parecchi gruppi asiatici.
Ma ci si guarda bene anche dal pensarlo: dopotutto la battaglia messa in piedi è solo il drammatico canovaccio di una recita. Drammatico per gli altri, naturalmente, non per lor signori.


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