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Un po’ di complottismo

complottoI complotti e le cospirazioni ci sono sempre stati e così l’idea che qualcuno possa complottare, ma fino a una cinquantina di  anni fa non esisteva come categoria e nemmeno come vocabolo il complottismo, che fu coniato dalla Cia per indicare chi non credeva che a uccidere Kennedy fosse stato Oswald o il solo Oswald, il che a 50 anni di distanza ci spinge a pensare che siamo tutti complottismi convinti.  La parola tuttavia ha ricevuto il suo battesimo del fuoco e la sua diffusione globale dopo l’11 settembre del 2001 quando vennero designate come complottiste una serie di persone le quali mettevano in dubbio  il complotto contro gli Usa messo in atto da un miliardario pazzo e da alcuni governi, sostenendo sulla base di alcuni dati, col tempo divenuti sempre più “veri,” che le dinamiche della vicenda erano in realtà un complotto del potere deciso proprio per intraprendere una guerra al terrorismo e al tempo stesso per ridurre la democrazia. Il fatto è che nel ’63 dominava ancora il criterio di verità e la stessa parola complottismo suonava come stonata e sospetta, ma via via che il pensiero unico e le sue ideologie prendevano piede, il vocabolo cominciò ad avere più senso e ad affermarsi.

Come si vede nel caso dell’11 settembre sia le verità ufficiali che quelle per così dire alternative riguardavano un effettivo complotto, ma i complottisti erano esclusivamente quelli che sbagliavano complotto, ossia non credevano a quello ufficiale e questo ci mette sulla pista giusta per individuare il senso nascosto da un termine di uso comune che fa da viatico al groviglio di pseudo concetti come la post verità che sono al centro del tentativo di porre fine alla libertà di espressione. Di fatto il complottismo non ha riferimenti diretti alla realtà, alla verità, ai dati, alle pezze di appoggio o alla consistenza delle prove, ma alla provenienza, ossia a chi dice cosa, al narratore. Se io dicessi che l’organizzazione del caos in Medio oriente è in gran parte “merito”dal senatore McCain, longa manus del peggio di Washington, verrei definito complottista, nonostante il fatto che il senatore sia stato fotografato numerose volte a fraterno colloquio con i principali attori dell’affaire Siria – Isis, compresso il Califfo. In questo caso l’accusa di complottismo nascerebbe dal fatto che queste informazioni  non sono mai comparse sui media mainstream e dunque non possono che essere false. Sarebbero invece scandalose se venissero da una fonte ufficiale.

Non c’è da stupirsi che una verità possa essere costruita sulla negazione della verità stessa, perché con uno straordinario salto all’indietro nel tempo, il criterio del vero non è più la ragione, ma l’autorità. La narrazione ufficiale non ha bisogno di essere corretta o di rispondere a criteri di rigore, di possedere buon senso e nemmeno di essere coerente con le informazioni che essa stesa fornisce: è vera perché ufficiale, emanazione del potere. Cuius regio eius religio, una frase che ha fatto 30 milioni morti in Europa centrale al tempo delle guerre di religione il cui significato è che il popolo deve seguire la religione del principe, deve fervidamente credere in ciò che crede il potere, sia pure quando impersonato da un perfetto coglione. Difficile definire questo nei termini della politica e della convivenza ereditati dall’illuminismo, impossibile dirlo apertamente in un sistema nel quale si ha ancora una certa fede nel fatto che l’informazione serva al controllo del potere a prescindere dall’evidenza che sia il potere steso a detenerne il monopolio. Così si è trovato nel termine complottismo il vocabolo ideale per fare da contenitore di tutto e del contrario di tutto, che al suo interno non presenta distinzioni né di verisimiglianza, né di qualità del ragionamento o degli argomenti, ma che sta per informazione non credibile perché non ufficiale.

In questo modo si capisce allora perché le major dell’informazione e dell’intrattenimento globale (due aspetti ormai inscindibili dei ministeri della verità) tengano in qualche modo in vita le tesi più stravaganti che vanno dall’ufologia al settarismo più equivoco, insomma tutto il ciarpame narrativo marginale della contemporaneità, mentre tendono a ridicolizzare  o mettere sotto la luce del sospetto ciò che è in grado di mettere in crisi la narrazione del sistema o gli interessi dei soggetti che lo formano e lo dirigono : il complottismo infatti non crea solo tesi alternative da verificare come avverrebbe se esse potessero essere apertamente discusse, ma porta alla sindrome del complotto che se si espandesse rischierebbe di diventare un pericolo. Nello stesso tempo questo consente di presentare le tesi non ufficiali come una vera e propria malattia mentale, una sorta di follia che ha subito trovato nel mare magnum della banalità pseudo scientifica anglicista, un brodo di coltura per qualunque fesseria accademica, non esclusa quella elaborata da due immani pipparoli di nome Craig e Zonis secondo cui il complottismo sarebbe un disturbo mentale che colpisce in particolare medioientali e negri (qui il termine ci sta a pennello) a causa di particolari pratiche sessuali. Si lo so che è ridicolo, ma che volete sono studi accademici dell’Università di Chicago (anche in questo caso il nome calza perfettamente), scienza ufficiale.

E veramente singolare che la cosiddetta libertà provochi alla fine teorie sulla follia del dissidente esattamente simili a quelle prodotte durante lo stalinismo: per ora non si finisce nel manicomio di Kazan, ma tra un po’ si finirà in tribunale viste le leggi che si stanno approntando. In questo modo anche le persone che covano dei dubbi, sono indotte a reprimerli per non essere escluse dal gregge, per non apparire come pazze nel ritenere che non si viva nel migliore dei mondi possibili. Di fatto il complottismo diventa una sorta di termine teologico con cui si definisce l’eresia contro la dottrina ufficiale che è ovviamente una costruzione totalmente artificiale: in effetti i centri di decodificazione che sono sorti per preparare la rivoluzione del silenzio, non sono nient’altro che tribunali dell’inquisizione sotto diversa forma. E colpisce chi interpreta in maniera  diversa le scritture quotidiane.

 

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Le Goff, l’invenzione del nostro Purgatorio

purgatorio-by-dore-sept-3-2008Mi ha addolorato la scomparsa di Jacques Le Goff, uno dei pochi intellettuali francesi ad aver conservato il nitore dell’intelligenza d’oltralpe, così spesso annegata nella seconda metà del Novecento da orecchianti della cultura tedesca e funamboli della lingua intenti a decostruire Cartesio e ad inventare la categoria del post qualcosa, indizio che il germe del pensiero unico cominciava a far marcire la mela del futuro. Molti probabilmente conoscono i suoi intensi, immaginosi, ma rigorosi libri di storia del Medioevo che hanno cambiato radicalmente l’immagine che si aveva dei “secoli bui”:  Mercanti e banchieri nel Medioevo, Il meraviglioso e il quotidiano nell’occidente medievale, L’immaginario medievale per citarne solo tre titoli di uno dei maestri della Nouvelle Histoire.

E tuttavia la cosa che mi ha colpito di più è La nascita del Purgatorio, uscita nei primissimi anni 80, in cui lo storico medievalista racconta la raffinata operazione teologica con cui la chiesa cattolica inventò di sana pianta una nuova dimensione tra inferno e paradiso. Dimensione di patimento e di speranza che apriva una terza via alla nascente borghesia cittadina cui andava data una qualche via di scampo dal manicheismo della dannazione o della beatitudine: il mercante o il grande artigiano era spesso ricco, ma non nobile, colto ma non chierico, non necessariamente prevaricatore e immorale, ma seguace della “particolare” etica degli affari. Col Purgatorio le occasioni di salvezza di dilatano e qualunque peccato può essere sanato con una permanenza nel nuovo spazio ultraterreno, qualunque peccatore allontanato da un destino di perenne castigo. Invenzione geniale che dà oltrettutto alla Chiesa l’occasione di gestire in qualche modo l’aldilà attraverso preghiere, elemosine, messe di suffragio per abbreviare la permanenza del caro estinto tra le fiamme non eterne. E ben presto solo i santi andavano in paradiso e gli eretici all’inferno, mentre un’intera società si auto assolveva o pagava per le indulgenze di cui la Chiesa stessa era la curatrice: la novità teologica divenne quelle centrale in un aldilà non più completamente altro, ma anzi dosato e coordinato da terra. La velocità con cui l’idea di Purgatorio si affermò è testimoniato da Dante che ne fa uno dei gironi della sua Commedia, pochi decenni dopo la fortunata invenzione.

Ciò che mi ha colpito, non subito, ma negli anni,  è che per un caso o forse grazie allo spirito del tempo il saggio di Le Goff  uscì proprio quando si stava preparando il Purgatorio sociale da parte dei teologi di un capitalismo sempre più ringalluzzito dal declino del grande rivale sovietico. Sempre di più i chierici dell’intellighenzia  riducevano le speranze in una società migliore e le loro necessarie utopie a concetto limite, cominciando a recitare preghiere sul capezzale delle cosiddette ideologie, così come i reciproci inferni venivano privati delle fiamme più ustionanti e si affermava una dimensione di sofferenza generale necessaria a presunti e rari paradisi individuali. La solidarietà sociale viene derubricata da terra promessa a pregiudizio antieconomico e la sofferenza dentro i meccanismi del lavoro viene elevata a tribolazione obbligatoria e indispensabile. L’inferno non esiste più , diviene una condizione purgatoriale di base che va accettata in nome di un possibile futuro cammino a riveder le stelle, purché si alzino preci al pantheon capitalista del denaro e del profitto. Il purgatorio diventa nella narrazione della sinistra un riformismo ambiguo, privato della sua tensione verso il futuro, ma volto a limare e ad aggiustare nel territorio della nuova teologia liberista, mentre diventa revanscismo di classe in quella della destra non più conservatrice, poiché occorre distruggere l’abbozzo della società solidale che si era andata formando e dunque letteralmente reazionaria.

Mentre prima paradiso e inferno nelle ideologie in conflitto venivano interiorizzate dai soggetti produttivi, nel purgatorio di recente invenzione il soggetto diviene globale e coinvolge tutta la personalità nell’essere vincente o perdente, vale a dire illuso o disilluso. Un soggetto interamente definito dalle sue relazioni contrattuali e da speranze o colpe puramente individuali nel quale la condizione purgatoriale diviene quella normale.

E l’analogia funziona poiché la narrazione di questa condizione è completamente mitologica, un atto di fede con il suo credo nella crescita infinita- assieme a tutti i suoi correlati – che non è altro che una estensione del presente  Purtroppo però in questo caso il purgatorio esiste davvero.

 

 


Ratzinger si dimette, altri dismettono il Paese

il_messaggio_di_dimissioni_del_papa_6551Lo so che è banale, che l’hanno detto in centinaia, anzi in migliaia piaciando e ritwittando, ma le dimissioni di Ratzinger sono scandalose soprattutto per chi non si dimette mai, per quel piccolo mondo antico antico italiano che rivendica la carica a vita nelle proprie funzioni o notorietà, per chi riveste cariche pubbliche e istituzionali ma si vede come un Papa.  Eppure ci sarebbero tutte le circostanze e le ragioni per fare finalmente un gran rifiuto, ammettendo come ha fatto il Pontefice di non essere più in grado di reggere la realtà che avanza. Da ieri e fino alla prossima fumata bianca ci inoltreremo nel dedalo della domande sulla salute di Ratzinger e su cosa si nasconda dietro le sue dimissioni.

Certo l’affare della pedofilia che è scoppiato come un campo di mine in tutto il mondo, certo lo Ior e i suoi misteri che sono sempre sulla soglia di qualche scandalo, certo l’indecoroso scontro di potere all’interno del Vaticano che genera corvi, ma sono tutte cose che Benedetto XVI conosceva perfettamente essendone stato spettatore e in qualche caso protagonista. La sua solitudine non deriva da questo, ma dal fatto che il clima paludoso si accompagna anche al fallimento di un progetto di restaurazione o forse della mancanza di progetto che è stato il modo di essere della Chiesa fin dall’elezione di Wojtyla.

Il papa polacco avrebbe dovuto aprire una chiesa che da secoli non aveva che papi italiani e invece proprio il pontefice viaggiatore e mediatico la provincializzò dentro lo scontro tutto sarmatico, teso a liberare la Polonia. Quale che sia stato l’effettivo ruolo del Papa nel crollo del comunismo – a mio giudizio poco più di quello di un cappellano del capitalismo occidentale in grado di fornire le attese benedizioni- Giovanni Paolo II dimenticò qualsiasi altra questione. Dimenticò proprio quel mondo che instancabilmente viaggiava, come surrogato a un ministero sempre più privo di senso. I fedeli erano ormai  dislocati in Africa e in America Latina, culture ed espressioni diverse da quelle europee erano ormai prevalenti, condizioni nuove s’intersecavano nelle modalità sociali: ma la Chiesa non rinunciava alla sua misoginia, alla sua sessuofobia, al celibato con tutti i problemi anche drammatici che comporta anche in termini di crollo delle vocazioni, a una teologia esclusivamente finalizzata alla conferma della dottrina ecclesiale, a una dottrina sociale poco più che discorso d’occasione, a un progressivo allontanamento dalla vita e dal progresso del sapere in favore di un dogmatismo senza uscite. Strano congelamento  per  una religione che ha sempre costruito la sua dottrina e persino i suoi testi sacri seguendo il filo degli eventi e dei cambiamenti.

Ma Wojtyla e Ratzinger pur essendo consapevoli dei problemi non hanno voluto, per loro esplicita ammissione, mettere mano al rinnovamento profondo e anzi in questo loro esitare sono tornati indietro. La saldatura di tutto questo con gli scandali e l’esplosione delle lotte di potere, è stato troppo per Ratzinger.

Ma tornando all’inizio del discorso questo non sembra toccare la classe dirigente italiana, quella politica in testa: ed è chiaro che  il marcio che si sprigiona ad ogni livello, la volgarità morale e intellettuale di molti protagonisti è solo un’aspetto correlato al congelamento dell’elaborazione politica, al rifugio nelle formule, negli slogan, nel dogmatismo del pensiero unico, al silenzio della ragione in un momento in cui la storia ha di nuovo infilato gli stivali e dopo un sonno lungo vent’anni si è rimessa in moto. Di fronte a questo fallimento non ci sono dimissioni: si preferisce dismettere il Paese.


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