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Ma che bell’ambiente

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Hanno proprio ragione,  Zizek,il più godibile tra i pensatori acchiappacitrulli che offrono filosofia un tanto al metro,    che se la ride dei popoli che si aspettano la salvezza da fuori dei confini con preferenza per i marziani, o la protagonista del grazioso film italiano che  crede che le sorti sue e del mondo siano nelle mani di Jeeg Robot, i cui superpoteri sono stati suscitati da un’immersione nelle acque fetide e tossiche del Tevere.

In attesa di questi interventi esterni, pare ci si accontenti facilmente di leadership per lo più create ed alimentate dalla macchina propagandistica imperiale o nutrite da capacità comunicative autoreferenziali.

E allora diononvoglia che si  infranga qualche tabù,  che si bestemmi il nome della fanciullina mandata con una certa spregiudicatezza a fare da avanscoperta, e  testimonial presso i potenti della terra, della green economy, la forma più impunita e sfacciata di un ecologismo che vorrebbe convincerci che i danni del mercato si possano risolvere attraverso il mercato. O che ci si permetta di smascherare l’icona del metalmeccanico promosso a notabile che ha da tempo smesso di promettere l’ingresso in paradiso alla classe operaia. Insomma guai a tirare giù dal piedistallo re e regine,  ledere il divieto sacrale  di sollevare ragionevoli obiezioni su simboli inviolabili, specialmente se in quota rosa, sia l’intoccabile onorevole Boldrini o la Michela Murgia, ambedue riscattate, in qualità di fiere oppositrici dell’infamone agli Interni, da qualche intemperanza o ipocrisia, oppure su altri monumenti infrangibili:   Saviano  o Notre Dame, ong, comprese quella di Soros, l’expo della Capitale morale inattaccabile rispetto a quella corrotta, anche se i vizi sono comuni, buche comprese, l’alta velocità del neo futurismo, i futuri colossei per tifosi espropriati di pane e  meritevoli di circenses.

Si dirà che si tratta di figure indispensabili per classi disagiate che hanno conosciuto la demoralizzazione, la malinconia per la perdita di beni che si consideravano inalienabili e la riduzione di slancio morale, che vivono il disincanto democratico avendo da tempo smessa la fiducia nella rappresentanza e negli eletti, che delega loro perfino il pensiero oltre che l’azione, placando così coscienze pigre e giustifica la disaffezione.

Perlopiù invece si tratta di burattini i cui fili sono tirati da abili burattinai o di marpioni mossi da altri superiori marpioni che hanno l’incarico non di pacificare i nostri sensi di colpa, al contrario, quello di biasimarci e di addossare a noi le responsabilità per comportamenti personali e collettivi:  scarsa attitudine all’accoglienza di chi si permette di stare addirittura peggio dei residenti di Bastogi, riluttanza a fare la differenziata cui si attribuisce  effetto demiurgico in assenza di riduzioni delle emissioni di industria ei Stato e non, ostinazione criminale nel recarsi al lavoro in auto, reato moralmente e ambientalmente più  deplorevole della licenza a ammazzare dell’Ilva,  obiezione di coscienza della lotta alla criminalità organizzata che fa disertare la denuncia del racket  dei malfattori piccoli mentre quelli grandi che ne sarebbero incaricati dallo stato si occupano d’altro,  a cominciare dal decoro cittadino compromesso da poveracci che chiedono la carità, frugano nell’immondizia,  manifestano per la casa.

Qualcuno, Marcuse,  che ebbe grande seguito in tempi nei quali addirittura si poteva criticare il sistema e anche i  modi con i quali lo si criticava,  espresse il concetto di tolleranza repressiva, come mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi, affermando che, all’interno di una società che sfrutta e soffoca, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù.

E infatti quando eravamo consumatori ci è stato permesso di scaldarci d’inverno e di condizionarci d’estate, di liberare le casalinghe con le stoviglie usa e getta e di caricarsi di confezioni di bottiglie di plastica più leggere di quelle in vetro, di fare innumerevoli e meritate lavapiatti e lavatrici, di impiegare dissipatamente Pampers e Lines come delle scellerate, di coronare i sogni di potenza di maschi frustrati con auto sempre più veloci.

Mentre oggi è tutta una riprovazione per questi consumi dissoluti ai quali siamo stati persuasi  in cambio della diserzione dalla cittadinanza e dalla responsabilità che ne consegue, tutto un minacciarci di catastrofe imminente se non assolviamo e subito gli obblighi connessi alla conservazione della specie: riciclare, pedalare, stare alternativamente al freddo e  al caldo come in una doccia scozzese punitiva del malcostume ecologico, lavare a mano montagne di panni ma al tempo stesso risparmiare la risorse idrica forse facendo tornare le donne al ruscello. Ruscello però inquinato, perché non a caso gli inviti alla fratellanza con sorella Terra sono rivolti alle periferie riottose e non ai residenti agostani di Capalbio, alle massaie rurali e non alla Marcegaglia, agli utenti di Eni, Enel, Acea e non alle aziende pubbliche e private che rincarano servizi sempre più inefficienti e che hanno fatto delle imprese una macchina da corruzione in patria e fuori a nostre spese, a chi abbandona il sacchetto puzzolente con le lische di pesce fuori dal cassonetto e non ai signori dell’export dei rifiuti o delle discariche e nemmeno agli amministratori che hanno sempre lucrato sulle emergenze della monnezza, ai pendolari in auto e motorino e non al monopolio ferroviario che taglia rami e tratte indispensabili per concimare l’albero marcio  dell’alta velocità.

Perché, diciamo la verità, il cambiamento climatico che tutti in un’economia di scala delle responsabilità dovremmo contrastare, a noi fa male ma per altri fa profitto, grazie ai meccanismi di mercato individuati per commerciare le emissioni in modo da dare licenza e a basso prezzo alle industrie di avvelenare e contribuire al riscaldamento globale, grazie alla diffusione sempre più necessaria di sistemi di protezione dagli eventi estremi, grazie anche agli effetti della guerra che il clima muove contro la terra ingrata. Perché delle misure di riparazione e ricostruzione possono approfittare i soliti noti, quelli che guadagnano dall’eterna ammuina, sempre gli stessi che sporcano e danno una mano di vernice, che scavano e riempiono, che abbattono e tirano su dighe, ponti, raccordi, quelli che ci ammalano e poi ci fanno pagare i loro fondi assicurativi per curarci, quelli che delocalizzano in posti dove si inquina senza limiti come il loro sviluppo auspicato, costringendoci a essere competitivi grazie a salari sempre più bassi e polmoni sempre più sporchi.

È proprio uno slogan della tolleranza repressiva quello, lanciato dal piccolo totem con le treccine, della giustizia climatica,  ad uso di un umanitarismo della compassione, di una solidarietà della beneficienza, di una mobilitazione per diritti accessori, lanciati ai cani affamati come ossi,  quando quelli fondamentali sono stati minati e rubati, quando dovremmo reclamarli tutti e uguali per tutti, di una crociata contro il Moloch feroce del maltempo e dell’afa malsopportata anche in Costa Smeralda, all’Argentario, a Palm Springs e che dovrebbe unire tutti vittima e carnefici, oppressi e sfruttatori, oltrepassando altra lotta meno gradita, quella di classe retrocessa a irresponsabile passatempo per reduci e nostalgici. In attesa che diventiamo nostalgici  e reduci dalla terra dalla quale ci hanno cacciato senza speranza di vita  su Marte.

 


Nostalgia canaglia … della Fornero

edilizia_acrobatica_aAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma allora ci tenevamo la Fornero, che almeno non ha mai fatto niente per rendersi simpatica, allora ci tenevamo Monti, che almeno parlava in inglese. Meglio ancora ci tenevamo Berlusconi, che ci faceva ridere tra le lacrime.

Nel Paese che vanta il terzo posto al mondo per evasione fiscale, ma la pressione fiscale più alta dell’Occidente per quelli che le pagano le tasse, un sistema sanitario al collasso, monumenti impacchettati per nascondere la vergogna dell’abbandono, coste e isole in svendita, città d’arte oltraggiate da navi-condominio, tunnel sotterranei, traffico soffocante, oltre che impiccate dai debiti quindi messe all’incanto per quanto riguarda aziende di servizio, proprietà e monumenti. Nel Paese nel quale i costi diretti della corruzione   ammontano ogni anno a 60 miliardi di euro, e dove ciononostante, anzi, proprio per questo, si continua ad investire in quelle grandi opere che la nutrono, anziché nella cura del del territorio, mentre  il 6,6% del territorio nazionale è in frana, il 10% a elevato rischio idrogeologico, il 44% a elevato rischio sismico, dove i costi della mancata manutenzione idrogeologica sono stati valutati in 3,5 miliardi di euro l’anno (senza contare i morti), dove dal 1985 al 2011 si sono registrati oltre 15.000 eventi di dissesto, di cui 120 gravi, con 970 morti, dove il consumo di suolo è del 6,9%,  circa otto metri quadrati al secondo per ciascun secondo degli ultimi cinque anni, a fronte del 2,8% europeo, ebbene in questo Paese pare che l’ostacolo che si frappone alla crescita, il peso che ci tira sotto, nel profondo della crisi sia rappresentato dalle arcaiche e scriteriate libertà che si sono negli anni concesse ai lavoratori e che è giudizioso e lungimirante oltre che moderno, smantellare come idola maligni.

E infatti il premier ha usato le stesse parole della Fornero, le stesse di Sacconi, le stesse di Ichino, le stesse di chi negli anni ha ammansito un padronato sempre più insipiente ed avido, inidoneo a produrre e investire in ricerca, sicurezza e competitività, manager sempre più inefficienti e arroganti attenti solo a foraggiare l’azionariato, con la promessa di cancellare definitivamente quel quadro di garanzie già ampiamente minacciato da una crisi pilotata proprio al fine di abbattere lavoro, diritti e democrazia.

E infatti ha scelto come priorità allegorica di mettere mano alla Carta costituzionale che stabilisce all’articolo 1 che la nostra è una repubblica fondata sul lavoro, così una volta obliterato quello, si può passare allo Stato, già mutilato della sovranità, e al sistema repubblicano, già fortemente menomato nella rappresentanza.

La menzogna, ripetuta come un malefico mantra da politici vecchi e nuovi, imprenditori, giuslavoristi e secondo la quale l’Italia avrebbe bisogno di una illimitata flessibilità per poter competere con gli altri paesi avanzati, ha ormai il naso lungo come il mito dell’austerità e si rivelerà altrettanto inefficace, probabilmente suicida. O come la convinzione che la crisi sia un accidente nel percorso del sistema economico e che il prezzo di morti, erosione dello stato sociale, perdita dei diritti sia il costo minimo da pagare per proseguire nel cammino inarrestabile del progresso.

La loro flessibilità, comunque la si giri, significa facilità di licenziare, diffusione di contratti di durata talmente breve da non richiedere nemmeno il ricorso al licenziamento.

Ma  vuol dire anche un mutamento tossico che si vorrebbe imporre al pensiero comune e alle esistenze, perché infligge costi a carico della collettività, dei singoli, delle famiglie, della comunità, insinuando che la rinuncia ai diritti sia un obbligo sul quale non si può transigere pena l’emarginazione totale. E facendo credere che l’abiura dalla sicurezza sia una scelta inderogabile, che è necessario, ineluttabile sottoporsi a contratti a termine, a collaborazioni, quelle chiamate continuative ma di fatto discontinue, a lavori intermittenti e occasionali, oppure semplicemente in nero, come se tutto questo non producesse una ferita profonda, che origina nelle vite insicurezza, impossibilità di fare progetti, ansia e incertezza e – infine – una sfiducia e una disaffezione della cittadinanza e un disincanto della democrazia che non ha saputo proteggere gli individui da una pressione così potente e maligna.

E infatti la precarietà non definisce solo la natura dei contratti, ma entra nel profondo, rendendo atipiche le aspettative e le ambizioni, connota una condizione umana e sociale incerta, ricattabile, suscitando l’impressione che qualcosa che uno stato che dovrebbe essere provvisorio, diventi invece perenne come un ergastolo, come una condanna a una vita indeterminata,   instabile.

E non è certo casuale: c’è una volontà nel nutrimento che viene dato all’insicurezza, in modo che muovendo dalle condizioni di lavoro, intrida tutta la vita privata e pubblica, nelle quali – lo dice l’etimo stesso della parola, è stato ricordato in questi giorni – quello che si è raggiunto è  instabile, discrezionale  e dipende dall’arbitrarietà come un diritto a termine ottenuto in seguito a una preghiera.

E non sono solo le garanzie del lavoro a essere “revocabili”, ma le certezze esistenziali, le speranze, le aspettative, i vincoli affettivi, i cardini, i fondamenti e le direzioni che vogliamo far prendere alle nostre vite, a essere soggetti a decisioni di altri, padroni o chi è al loro servizio, che ci vogliono vite nude, senza sogni, senza ideali, senza passioni e senza passato, così da persuaderci che non abbiamo diritto a un riscatto che non conosciamo nemmeno più.


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