Annunci

Archivi tag: sputnik

Huawei e lo Sputnik

splash_59d511ad2f08dDa ormai quarant’anni siamo sottoposti all’egemonia del pensiero unico che predica la centralità, anzi la sacralità del mercato e del profitto e dunque la riduzione assoluta degli stati in quanto spazi di diritto e di cittadinanza, fatta passare come libertà delle persone, delle merci e dei capitali che ha preso il nome di globalizzazione dopo la caduta del muro. E’ un sistema della disuguaglianza che alla lunga non si regge in piedi da sé, ma che ha bisogno di un costante surplus preso da fuori, grazie al controllo strategico delle fonti energetiche, il mantenimento con ogni mezzo di una supremazia tecnologica, la formazione e la difesa di regimi amici, non importa di quale natura, nelle zone “di raccolta”, ostilità totale a quei Paesi che osino difendere i loro interessi. Insomma il globalismo non è altro che una particolare dizione dell’imperialismo, come vediamo con chiarezza assoluta proprio in questi giorni, solo che anche qui le contraddizioni vengono rapidamente al pettine visto che –  per esempio – il cosmopolitismo produttivo in funzione dei profitti derivanti dal lavoro a basso costo ha portato alle folli delocalizzazioni e alla fine ha creato potenze rivali o egemonie locali che adesso minacciano il sistema.

Anzi lo minacciano a tal punto che i suoi burattinai sono stati costretti ad abbandonare il suadente scenario dipinto di libertà e democrazia lasciando intravvedere la struttura reale  e in queste settimane del 2019 abbiamo in campo più di un esempio del globalismo imperialista: abbiamo il caso Assange che mette una pietra tombale alla libertà di espressione; la vicenda venezuelana che è uno degli esempi più classici di un tentativo di cambio di regime con la forza; la vicenda dell’Iran che viene provocato con concentrazioni militari il cui scandaloso scopo sarebbe quello di evitare “provocazioni” di Teheran, peraltro costruite a tavolino; abbiamo le minacce e le pressioni sulla Germania perché non osi imboccare una relativa autonomia che in questi giorni si concretano con altre sentenze americane sul glifosato della ex Monsanto ora Bayer: chissà come per 40 anni i giudici Usa hanno respinto qualsiasi azione nei confronti di questa classe di diserbanti e ora che l’azienda è diventata tedesca questo principio attivo è responsabile di qualsiasi cosa.

Ma la vicenda più significativa è quella della Huawei cinese attorno alla quale è stata costruita un’assurda narrazione preventiva di spionaggio  rispetto al famoso standard 5g. Ora è chiaro che qualsiasi azienda di cellulari potrebbe fare potenzialmente le stesse cose che si temono da Huawei, ma in questo caso si tratta del fatto che il nuovo standard rispecchia una tecnologia nata sostanzialmente al di fuori degli Usa, di cui Washington non ha il pieno controllo e che metterebbe in secondo piano aziende come la Samsung, punto strategico per la politica coreana. E’  una detronizzazione simbolica cui tutto il sistema americano che ha rapinato per decenni tecnologie al Giappone e all’Europa, imponendo tuttavia una narrazione diametralmente opposta, si è levato come un sol uomo, come dimostra la “libera google” che ha deciso  di togliere a Huawei la licenza Android e gettando finalmente la maschera di organizzazione esclusivamente privata. Questo sarebbe poco male perché Huawei ha già sviluppato un proprio sistema operativo, chiamato Kirin Os  e che prenderà il nome di Hongmeng, considerato  dagli esperti migliore di Android per stabilità e gestione della memoria. Il problema è che mancheranno il mercato delle app google, you tube e insomma tutta quella pletora immane di “contenuti” , immediatamente disponibili senza passare per un browser grazie a i quali l’occidentale medio viene rimbambito. E del resto proprio due settimane fa  il segretario al commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross ha testualmente ammesso  che “il governo degli Stati Uniti considera piattaforme di telecomunicazione e tecnologia come armi geopolitiche. Se si lascia che un paese straniero fornisca la tua infrastruttura di telecomunicazioni  si tratta in sostanza di una penetrazione della sicurezza nazionale americana “. Il che tra parentesi significa che gli Usa hanno violato finora la sicurezza di ogni altro Paese.

Insomma, anche se questo non viene detto generalmente notato, la vicenda 5g è per gli Usa un po’ come lo sputnik, una sorta di choc che mostra come il futuro cominci a battere ad altre porte; un episodio forse meno clamoroso, ma certo più pericoloso perché non arriva nelle fasi iniziali  di uno sviluppo tecnologico, ma quando questo è già maturo. Inimmaginabile e intollerabile, soprattutto non rimarginabile con un sofisticato film spaziale e dunque quelli che non volevano frontiere, quelli che conferivano le cittadinanze mondiali, si dimostrano alla fine come i campioni dell’imperialismo formato 21° secolo. Questa condanna a morte, con un pretesto, da parte degli adoratori del libero mercato, dimostra che si tratta di un falso dio anche per il suoi grandi sacerdoti che vogliono essere gli unici liberi. Io credo che di fronte a questo panorama, molte persone  dovrebbero solo vergognarsi di sostenere un vangelo palesemente apocrifo citandone i passi più ipocriti, ma purtroppo non è possibile: non c’è ancora la app.

 

Annunci

Ultimo natale a Tsingau

imagesChe devo dire se non buon Natale a tutti visto che siamo conciati per le feste? Anzi sheng dan kuai le, per evocare qual tanto di cineseria che circolava nei primi natali di cui mi ricordo e che si fonde poi con qualche immagine di cielo stellato dietro presepi montagnosi, con  le lucette dell’albero a forma di Sputnik, con gli incantesimi della leggenda del pescatore dentro il grigio appannato della scatola televisiva o con le piogge alluvionali su grandi foglie scure di E’ mezzanotte dottor Schweitzer.

Ma ricordo anche una foto che venne a turbare la rassicurante essenza della festa, quella dell’ultimo natale a Tsingau (Qingdao in mandarino) del mio bisnonno di stanza da 15 anni in quel remoto porto cinese. Era il 1913, esattamente un secolo fa: l’anno successivo, lui che aveva scattato la foto e anche tutti quelli ritratti intorno a uno stento e quasi invisibile alberello, sarebbero morti nella battaglia delle Falkland dopo un’epica navigazione e scontri per l’intero Pacifico. Tutte cose che avrei saputo dopo, ma che anche senza bisogno di comprendere i particolari bastavano a darmi il senso della fragilità e della precarietà della vita.

Lo dico perché riguardando casualmente quella foto che probabilmente esiste ormai solo in bit ho sentito tornare le suggestioni infantili: il contrasto fra la sicurezza espressa nei volti e il destino in agguato, la sindrome dell’ultimo natale a Tsingau. Non come vicenda personale che anzi sembra uscire da un lungo tunnel di talpa, ma come senso del destino collettivo, come visione della corda che tiene sospesa un’epoca e che si va spezzando.

Buon Natale.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: