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Caduta massi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È improbabile che domineddio al fianco del giovane re cattolicissimo abbia voluto lapidare in Santa Croce il reprobo turista catalano in odor di secessione, o che abbia invece voluto salvare i pochi turisti tedeschi che vanno in pellegrinaggio alla romita chiesa del Domine Quo Vadis sull’Appia Antica dove un blocco di 10 chili staccatosi dalle stemma Barberini è precipitato a terra sul sagrato. Senza disegno divino ma per via di umana trascuratezza a Santa Croce, come a Pompei, piovono pietre e poi  pezzi di Lungarno  franano a Firenze, il sito archeologico di Sibari  si allaga, due chiese di Pisa sono chiude al culto per timore che si sgretolino sui fedeli,  il tempio greco di Caulonia   scivola verso mare, il muro di contenimento degli Orti Farnesiani sul Palatino si sbriciola, e non serve un tecnico per accertare la colpa di chi dopo il terremoto di agosto 2016 non solo non ha puntellato i monumenti, ma non ha fatto rimuovere e custodire altrove  il patrimonio mobile di capolavori di pittura, scultura e oreficeria sacrificati per incuria nella catastrofe artistica più grave  della storia della Repubblica.

E dire che a Pompei come a Firenze, a Roma come  nelle centinaia di siti che costituiscono quei “giacimenti” che dovrebbero dare lustro e ricchezza al Pase più bello del mondo, si sa bene cosa si dovrebbe fare e d è quello che si dovrebbe fare anche per tutelare il nostro territorio e il nostro paesaggio: non interventi di riparazione straordinaria e costosa quando si manifesta un’emergenza, bensì una conservazione programmata mediante il controllo dello stato di salute del nostro patrimonio e attraverso le necessarie, minime, puntuali e periodiche opere di manutenzione.

Naturalmente non è un caso che invece avvenga il contrario,  che invece si realizzi quella infausta combinazione di doloso abbandono con un disegno che è lo stesso perseguito in tutti i contesti dell’economia e della società: destituire uno Stato che si vuole inadempiente, esautorare soggetti competenti incaricati di sorveglianza e controllo, che si vogliono umiliati e avviliti quindi esposti a disaffezione e perfino corruzione. Perché è fin troppo evidente che si concretizza  definitivamente  con Renzi- Franceschini il disegno avviato dal duo Tremonti- Bondi inteso alla fine delle sovrintendenze ( la “parola più brutta del vocabolario” alla pari di costituzionalista e critica)  e  alla devoluzione di poteri e competenze ai sindaci e a chi di volta in volta anche  in forma di fotocopia si attribuisce il ruolo di  Sindaco d’Italia.

E come? dando il colpo di grazia alla tutela, operando un vero e proprio mobbing ai danni del personale tecnico-scientifico, smantellando e disarticolando gli archivi, chiudendo gli occhi e pure le orecchie sulle denunce di sottrazioni, furti e svendite, ma soprattutto indirizzando le risorse verso Grandi Eventi, verso Grandi Mostre,  verso grandi “attrattori turistici” peraltro offerti in comodato a sponsor generosi coi quattrini dello Stato, in ossequio a quella concezione di “valorizzazione” intesa come promozione e sfruttamento commerciale che si voleva addirittura introdurre nella Costituzione. O tagliando progressivamente  i fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Ministero dei beni culturali,  fino a giungere nel 2015 a meno di 13 milioni di euro (il 36% della programmazione totale); con un ridicolo incremento nel 2017  a 16 milioni (43% della programmazione totale), evidentemente inadeguato alle dimensioni del nostro patrimonio e alla sua fragilità, destinata a crescere via via che lo si abbandona a se stesso.

La privatizzazione dei beni comuni e del Paese passa anche da qui, da un esecutivo e da una classe politica che si sente obbligata a appagare appetiti insaziabili di potentati, lobby, imprese multinazionali, indebolendo l’apparato statale e la sovranità nazionale, mantenendo però inalterata la funzione di elemosiniere in soccorso di mecenati esosi, come è successo con i restauri del Colosseo quando il valorizzatore privato in veste di ciabattino è stato spalleggiato con un cospicuo contributo pubblico.

Per non dire del più muscolare e superdotato dei privati, la Chiesa che possiede e gestisce un patrimonio enorme (  circa 95.000/ 100 mila chiese, 3.000 biblioteche, circa 28.000 archivi parrocchiali e diocesani, terreni, immobili di pregio, conventi e monasteri, scuole “parificate”, strutture ricettive e canoniche antiche opportunamente trasformate in B&B,   beni privi di carattere sacro, di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche, beni di proprietà della Santa Sede, beni soggetti a vincolo di destinazione al culto, beni di interesse religioso di proprietà di Enti ed Istituzioni ecclesiastiche), ma non paga Imu e che governa i suoi beni in base a valori e   requisiti proprietari ma anche di culto e di evangelizzazione. Principio questo che vale anche per la loro conservazione e restauro: Santa Sede e Repubblica Italiana (successivamente Regioni e Comuni), nel rispettivo ordine, collaborano nella tutela del patrimonio storico ed artistico, al fine di armonizzare l’applicazione della legge italiana, con le esigenze di carattere religioso. Gli organi competenti delle due parti in ottemperanza dell’art.12  della revisione concordataria del 1984 sono tenute a cooperare  per la conservazione e la consultazione; ciò significa  però, e non sorprende, che la consultazione dipende dalla sola autorità ecclesiastica, la conservazione dipende invece sia da quella ecclesiastica sia da quella statale. Resta aperto dunque l’interrogativo: chi paga? Chi deve mettere i soldi per la tutela e il restauro dell’esistente a fronte della smania costruttiva che invece di sanare quello che c’è ha realizzato in 30 anni almeno 3 mila nuove chiese, mentre immobili destinati al culto e di qualità artistica elevata restano chiusi e abbandonati o in altri  si sospendono gli interventi di ripristino e messa in sicurezza per riaprire all’evangelizzazione e pure alla “valorizzazione” turistica.

È che, come è successo in S.Croce, non sempre il culto va d’accordo con la cultura. E mai quello che abbiamo permesso venisse prestato o ceduto torna nostro.

 

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Venezia, la Palmira del renzismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che gli italiani vanno proprio matti per la politica estera. Sarà perché permette di sdegnarsi, schierarsi, protestare, manifestare stando comodamente in poltrona. Sarà come con la ginnastica passiva, magari non si dimagrisce, ma non succede niente,  non si fa fatica, non si suda e ci si sente a posto con se stessi, quando si protesta per i muri di Clinton e Trump, mentre si tollerano e forse sotto sotto si  approvano quelli virtuali, a Gorino, Capalbio, Padova, Verona. Sarà che ci si sente autorizzati dall’appartenenza alla civiltà superiore a dar sfogo alla riprovazione per le distruzioni di memorie culturali e monumenti storici e artistici a opera di empi barbari, mentre si assiste o addirittura  si partecipa allo scempio dei nostri beni, all’oltraggio al nostro patrimonio e al nostro paesaggio.

Che mica solo a Palmira si distrugge scientemente, che mica sarà meno assassino il piccone talebano dell’incuria che a Brera ha permesso l’irreversibile danno a 50 opere per via della cattiva conservazione. Che mica sarà meno criminale mettere uno dei più prestigiosi musei del mondo nelle mani di un manager geneticamente predisposto a sfruttamento, mercificazione e profitto. Che mica sarà meno delinquenziale promuovere in ogni modo la cacciata degli abitanti feriti da un terremoto che sembra non finire mai, per favorire una conversione di borghi e territori in un grande parco a tema, enogastronomico, con prodotti globalizzati, che là è finita la tradizione, sono morte le bestie, sono scappati i piccoli allevatori e imprenditori, e religioso, se d’improvviso al primo posto nella ricostruzione sono state collocate le chiese, prima delle case, prima delle scuole, prima delle aziende, dopo tanta trascuratezza e abbandono: non solo non erano state puntellate ma nemmeno erano state asportate e custodite le opere pittoriche, gli arredi, le statue.

Per non parlare della nefasta riforma Franceschini: cosa ci si può aspettare da uno che sogna lo sviluppo della Sicilia tramite campi da golf, che si bea che i nostri musei entrino nel mercato, magari dalla porta della cucina visto che vengono concessi a inquietanti sponsor a metà prezzo per cene, convention e sfilate. Quello che ha sancito lo smantellamento della rete di vigilanza e controlli delle sovrintendenze, come auspicato in diretta tv dalla Boschi, o dall’ex premier: “cancelliamo la brutta parola soprintendente dal vocabolario della burocrazia”, così è possibile che le ruspe – quelle dell’ignoranza e del mercato, non poi tanto diverse da quelle di Salvini, facciano irruzione di gran carriera in un sito inimitabile, il promontorio di Capo Colonna in Calabria, quello che condanna le assemblee sindacali del personale o la chiusura di Pompei a Capodanno, ma lascia correre sulla chiusura per crolli della più vasta e importante area archeologica, quello che ha votato si all’impoverimento di quella carta costituzionale che stabilisce la natura di bene comune, anzi di diritto, del patrimonio artistico, culturale e ambientale. Quello che si compiace delle missioni spericolate delle nostre opere, per via di quella diplomazia da rappresentati di commercio, generosamente concessi in oneroso prestito in lontane località come se l’Italia avesse bisogno di commessi viaggiatori e piazzisti pure in tempi di russofobia, se a Mosca, chissà perché, si attende l’arrivo di   qualche Raffaello, costretto anche lui a emigrare in qualità di cervello, con il beneplacito di Poletti. Quello che mette su in fretta un simulacro di museo a Taranto perché Renzi potesse inaugurarlo, ancorché sia una scatola vuota di opere e personale di servizio, facendo dimenticare per due ore Ilva e cancro.

Sono due i luoghi simbolo della retrocessione da città d’arte a musei a cielo aperto, sgangheratamente offerti all’invasione turistica, dopo la progressiva cacciata dei residenti, veri e propri laboratori sperimentali della commercializzazione di bellezza, storia, diritti. Firenze (ne abbiamo scritto più volte e recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/01/30/firenze-e-un-groviera-e-i-topi-ballano/) dove amministratori e incaricati della custodia e della valorizzazione del patrimonio culturale si prestano l ruolo di lacchè delle multinazionali del turismo di lusso e di sbrigafaccende delle cordate die costruttori compresi quelli particolarmente affezionati a scavi e tunnel. E Venezia, anche quella tenuta d’occhio dall’Unesco per motivi analoghi alla città del giglio, minacciata di essere inserita nella lista nera per il “traffico eccessivo” (una pudica definizione del passaggio dei condomini  galleggianti), continuo incremento del numero dei turisti a fronte del calo dei residenti, conversione  di residenze in appartamenti ad uso turistico,  micidiale  combinazione di grandi opere e trasformazioni  nella città storica, già avviate e in essere, incluso l’ampliamento dell’Aeroporto, lo scavo di nuovi canali profondi per la navigazione, per il nuovo terminale portuale, per il cambio di destinazione del tessuto abitativo in  edifici a finalità  turistica e la conversioni degli appartamenti in  case-vacanze e B&B. 

Così dopo aver cercato di indirizzare la visita ispettiva degli incaricati della prestigiosa organizzazione, in modo che non avessero a incontrare molesti disfattisti come Italia Nostra, WWf o i comitati No Grandi Navi, dopo essersi espresso senza reticenza:  “A Venezia devono pensarci i veneziani.. di discorsi ne abbiamo le scatole piene”,  “ e poi siamo noi che portiamo valore all’Unesco e non viceversa” e “è ora di smetterla con le offese aristocratiche”, proprio come Peppino e Totò il sindaco Brugnaro è andato di persona personalmente a Parigi portando, a mo’ di missiva alla “malafemmina” nella figura della direttrice Irina Bokova, le sue “soluzioni” che non ha condiviso nemmeno con il Consiglio comunale, avendo ricevuto carta bianca e approvazione unanime  da quelli che contano: armatori e tour operators, costruttori e investitori immobiliari, con il loro corollario di intermediari e di lucrose attività esentasse. E a suffragio della volontà della sua amministrazione di rifiutare sdegnosamente qualsiasi riduzione sia della dimensione delle navi da crociera che transitano in Bacino che del numero degli arrivi  ha rivendicato l’appoggio totale dell’ex presidente dell’autorità portuale Paolo Costa  prossimo ad essere assunto come consigliori suo personale.

ma qualcosa si è saputo comunque, tra atti ad alto significato simbolico:   l’aumento del 5% della tariffa smaltimento dei rifiuti ai residenti, per mostrare ai turisti una città pulita; l’acquisto di pistole che “sembrano mitragliatori” per i vigili urbani, per ripulire la città da poveri la cui vista disturba i visitatori, dall’impiego “volontario” degli studenti di un liceo cittadino durante il prossimo carnevale al servizio, come Arlechin, dei turisti; e misure in linea con il disegno di trasformazione della Serenissima in prodotto  turistico  con un’offerta crescente di “ricettività”: nessun limite ai cambi di destinazione d’uso da residenza ad albergo,  occupazione e sottrazione di suolo pubblico, sistematico smantellamento di servizi pubblici e riuso a fini turistici degli edifici che li ospitavano, nuove massicce costruzioni in adiacenza ai terminal (porto, stazione, aeroporto) e sull’ intera gronda lagunare.

Allegoria della grande visione del sindaco, a dimostrazione dell’impegno profuso dalla bad company comunale di “intercettare investitori” con una magnifica attrazione sarà la costruzione, in adiacenza alla stazione marittima, di un albergo di duecento camere, un enorme parcheggio oltre che di una serie di attività commerciali. Insomma “una nuova porta d’accesso, con la creazione di una piazza grande come quella di San Marco” .

Si sa che la visita pastorale di Brugnaro e dei suoi cari, 18 persone, ha prodotto esiti prevedibili, strette di mano, foto di gruppo e sorrisi. Si sa che non c’è granché da aspettarsi da un organismo che non ha mai davvero rivelato la volontà di opporsi all’impero e al suo programma cultural-consumistico. Si sa che anche se Venezia venisse inserita nella lista dei siti a rischio, non verrebbe poi condizionata la politica di amministrazione e governo, che dimostrano la determinazione a proseguire comunque il saccheggio. Si sa anche che uno degli uomini forti e influenti nell’Unesco è un fan irriducibile del Mose. Si sa che poco fa lo striscione issato a Parigi dal Gruppo 25 aprile non potrà avere la potenza di fuoco per ostacolare gli empi disegni del sindaco e dei suoi soci, anche se il suo “vocabolario” di proposte parla a nome e per conto dei veneziani (lo trovate sulla pagina internet http://www.gruppo25aprile.org. )

E si sa che ci riprenderemo il mal tolto e il male amministrato soltanto se ricacceremo i barbari nei loro luoghi d’origine, quel mondo senza ragione, senza giustizia, senza libertà e senza bellezza.

 


Eni in fiamme? Niente paura, al massimo morite

paviaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri pomeriggio una colonna di fumo nero si è alzata dall’impianto dell’Eni di Sannazaro de’ Burgundi (Pavia), una delle raffinerie più grandi l’Italia, visibile a decine di chilometri di distanza. Pareva uno di quei film del filone catastrofico, hanno detto gli abitanti cui il Comune aveva raccomandato di restare in casa.. ma Eni, poi la prefettura e infine la Regione hanno tranquillizzato tutti. L’incendio è stato domato, non ci sono né intossicati né feriti in azienda, l’allarme è rientrato e prime analisi, con sonde da campo di Arpa, non hanno rilevato concentrazioni particolari di inquinanti.

Tutto bene? Vi sentite confortati e fiduciosi? Beh, datemi retta, fate male. Meglio non credere alle loro rassicurazioni come alle loro bugie.

Meglio stare in campana, perché tutto fa sospettare che i 40 anni trascorsi dall’incidente di Seveso siano passati invano, se la passano liscia gli assassini dell’Eternit e quelli dell’Ilva, se un presidente del Consiglio che si è rimesso nel portafogli i quattrini destinati a rafforzare la sanità in un posto dove ci si ammala e si muore di più e prima, vantandosi poi di sborsarne di più, mentre si tratta del solito gioco delle tre carte e quei soldi sono il frutto dell’accordo vigliacco sottoscritto con i Riva per evitar loro l’infamante galera, il tesoretto della dinastia conservato gelosamente in Svizzera e che passerà a una cordata di aziende private che l’utilizzerà per la cosiddetta tardiva ambientalizzazione.

Meglio stare in campana deve valere per tutti – tutti i lavoratori e i poveracci – il credo secondo il quale il lavoro deve essere solo fatica, mobile, precaria, soggetta a ricatti e intimidazione, perché solo così si promuove crescita, si attraggono investimenti esteri, si premia il sacrificio di imprenditori tanto generosi da rimanere in patria invece di delocalizzare, accontentandosi di aiuti si tato, leggi che appagano appetiti avidi e profitti insaziabili, che permettono evasione e truffa, che tollerano, anzi promuovono  corruzione e malaffare.

Meglio stare in campana, perché se sbagliano, se avvelenano, se intossicano,  se sono inquisiti e vanno sotto processo, possono sempre contare su indulgenti prescrizione e favorevoli lungaggini, così da risorgere sempre pronti a rientrare nel monopoli delle grandi opere, con altre sigle, altri consorzi ugualmente opachi, grazie a un clima generale propizio a impunità negli affari come in politica.

Meglio stare in campana se i rottamatori hanno deciso di mantenere inalterata l’eredità di scempio tossico del secolo breve e della Prima Repubblica, quella maturata per via dell’oscena indifferenza alla salute dei cittadini e  dell’ambiente di gruppi pubblici e privati e che resta là come un tremendo monumento  di archeologia industriale a Marghera, Trieste, Ravenna, La Spezia, Livorno, Piombino, Orbetello, Bagnoli, Falconara, Manfredonia, Bari, Brindisi, Taranto, Crotone, Porto Torres, Sulcis Iglesiente, Milazzo, Augusta-Priolo, Gela. Dove si è celebrato più che lavoro, parassitismo, dove produzioni sempre più circoscritte vengono sovvenzionate con aiuti e licenze  deroghe che soffocano diritti, garanzie e conquiste.

Meglio stare in campana se perfino la Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia promossa dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, del 12 dicembre 2012, recita «Il settore bonifiche, almeno fino ad oggi, è stato fallimentare […]. All’interno dei 57 siti di interesse nazionale (Sin) (mega-siti contaminati) ricadono le più importanti aree industriali della penisola …. All’esito dell’inchiesta della Commissione, il quadro risulta desolante non solo perché non sono state concluse le attività di bonifica, ma anche perché, in diversi casi, non è nota neanche la quantità e la qualità dell’inquinamento e questo non può che ritorcersi contro le popolazioni locali, sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico …..i siti di interesse nazionale sono 57, coprono una superficie corrispondente a circa il 3 per cento del territorio italiano e, sebbene il riconoscimento quali Sin per taluni di essi sia avvenuto diversi anni fa (talvolta anche oltre dieci anni fa), i procedimenti finalizzati alla bonifica sono ben lontani dall’essere completati». E se, sempre secondo la stessa fonte, i Siti di interesse regionale potenzialmente contaminati   sarebbero 15.122; 6.132 i Sir potenzialmente contaminati accertati; 4.314 i Sir contaminati; 4.879 i Sir con interventi avviati; solo 3.011 quelli bonificati.

Meglio stare in campana se continua inesorabile il consumo di suolo, se la sua tutela è oggetto di proposte che si sperdono negli interminabili corridoi intoccati dall’ideologia imperante della semplificazione, se i Piani Regolatori prevedono ulteriori dissipazioni di territorio a scopo edificatorio (la virtuosa e laboriosa Lombardia batte il record con  l’87% dei Pgt recentemente approvati che promuove ancora un ulteriore consumo di suolo), se leggi urbanistiche  nazionali esaltano il primato dei privati e delle rendite, come il ricorso ossessivo a deroghe e licenze, anche in nome di emergenze artificiali, grazie alla retorica proterva di Olimpiadi, Giochi, Ponti, Esposizioni.

Meglio stare in campana se la manomissione della Costituzione significa, non ultima, la manomissione dell’ambiente, secondo un processo avviato coi vari Piani casa e  decreti,  il «Fare», lo «Sblocca Italia» la riforma Madia, intesa allo svuotamento del potere delle sovrintendenze, ridotte a passacarte e all’approvazione notarile e che nella loro attuale forma completamente depotenziata ben poco potrebbero fare per arginare soprusi e abusi voluti dall’esecutivo rafforzato.

Meglio stare in campana se così le regioni  saranno private del potere di legislazione concorrente in materie quali il governo del territorio e l’energia, che consentono agli stessi enti territoriali di esplicare il diritto-dovere di salvaguardia ambientale – garantito dall’articolo 9 della Costituzione  e soprattutto se, grazie alla «clausola di supremazia» prevista dall’art. 117, quarto comma, del testo riformato della Costituzione, nessuno avrà il diritto di opporsi alle scelte dell’esecutivo. Non delle Stato, ricordiamolo, ma del governo centrale.

Meglio stare in campana, se con la nuova formulazione dell’art. 117 si riduce l’ambito di  tutela e  valorizzazione, riservandoli ai soli beni culturali e paesaggistici,  annullando l’attuale disposizione che attribuisce allo stato «la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», venendo meno al principio costituzionale fondamentale garantito dall’articolo 9 e  cancellando il primato della protezione dell’ambiente sugli altri interessi che potrebbero interferire  con essa.

Stiano in campana gli abitanti di Firenze e dell’hinterland, minacciati da una Tav, da una metropolitana, da un aeroporto, da un inceneritore voluto da un ex presidente della provincia assurto a ben più elevati destini, stiano in campana i veneziani che stanno per essere penalizzati da una canale a beneficio dei corsari delle crociere, siano in campana i cittadini che si trovano insieme a lottare contro la Tav, il Terzo Valico, il Ponte, le trivelle, contro il decisionismo autoritario e incompetente. Quelli che da anni dicono No, che lo scriveranno dopodomani e noi con loro.


Mastercolosseo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci lamentiamo sempre, ma stavolta bisogna ammettere che il mecenate scarparo  pudicamente si è trattenuto.

L’immagine che ritrae l’anfiteatro Flavio una sera di qualche giorno fa, allestito per la magnata dei divini mondani, può sembrare la pubblicità per una ditta di tovagliati, come un tempo quelle che propagandava tende da sole. Ma almeno ci ha risparmiato  colonnati di cartapesta a forma di mocassino, gigantesche orme sulla sabbia, calpestata un tempo da gladiatori e martiri, con su il molto contraffatto marchio, omaggio alla memoria del decantato   Made in Italy, evaporato da tempio insieme al ruolo nazionale di potenza industriale e commerciale, ma presente nello stupidario di regime insieme a “la cultura è il nostro petrolio” e a quella indicibile paccottiglia sul tema che ci somministrano quotidianamente:   il patrimonio culturale è «una carta formidabile per la competitività italiana in tutti i campi», i monumenti, bene comune, devono diventare «grandi attrattori turistici» perché favoriscono si una crescita culturale, ma anche «una crescita economica».

Si, siamo stati risparmiati, ma per poco: la celebrazione della Tod’s, con annessa chiusura al pubblico “legittima” al confronto con quella illegale di un anno fa per un’assemblea sindacale,  è il soffice e felpato annuncio di quel che sarà e segna la continuità con tanti, grandi e piccoli oltraggi. Di quelli che fanno affibbiare a chi si scandalizza il titolo di misoneista, passatista, disfattista, proprio come succede a chi difende la democrazia, di quelli promossi e permessi da sindaci e “organizzatori culturali” che per mettere a frutto il petrolio non si limitano alle trivelle, ma organizzano sfilate di intimo in Gipsoteca, concedono festosamente prestigiose rovine per cene e sponsali, dischiudono le porte di cattedrali a convention, respingendo turisti e fedeli, o invece chiudono Ponte Vecchio per consentire un party.

Gli esempi sono ormai innumerevoli e anche  le dichiarazioni di intenti che si ergono minacciose sul pericolante Palatino pronto per bar e superbar, dopo la concessione per festeggiamenti delle curve Sud e maxi concertoni, sulla Reggia di Caserta: il direttore molto sponsorizzato dal ministro ci vuol far gareggiare la Pellegrini, e in attesa di gare di lancio dalla Torre di Pisa,  del completamento di giardini pensili già avviati e orti cittadini già allestiti sul tetto di qualche Certosa. E ovviamente di circenses al Colosseo, coi pensionati nei panni dei gladiatori e Renzi che li condanna col pollice verso momentaneamente distolto dal cellulare.

Perché le premesse ci sono e anche i programmi, per realizzare i quali ai pochi quattrini dispensati per i restauri dall’esoso mecenate, si è aggiunto lo stanziamento  di quasi il 25% dei fondi  2015-2016 del cosiddetto Piano Strategico Grandi Progetti Beni Culturali  e che prevedono l’ardita “ricostruzione” dell’arena, secondo i principi di Viollet Le Duc, ma anche dell’ex sindaco di Firenze che per far più bella che pria la città del Giglio e più appetitosa per i consumatori di turismo d’arte ha speso soldi e risorse cercando un Leonardo, disposto magari a pittarselo da solo.

Lo spericolato intervento, cui allora si potrebbero aggiungere anche rutilanti gradinate con le lucette dentro, un velarium a elevato valore aggiunto tecnologico e magari clipei bronzei, consigliando ai francesi di imitarci attaccando la testa alla Nike e le braccia alla Venere di Milo, sarebbe stato accolto con pensoso ma incondizionato entusiasmo da studiosi corifei del ministro Franceschini, di quelli che Renzi apprezza – qualcuno ha perfino aderito alla campagna del Si, perché non appartengono alla cerchia maledetta dei “presunti scienziati”, condizionati da pregiudizi ideologici che impediscono loro di raccogliere la sfida di una moderna valorizzazione del nostro patrimonio. Che si materializza con i percorsi didattici sul Rinascimento del norcino reale tra gli scaffali dei suoi supermercati, con i viaggi sconsiderati per celebrarne i menu di qualche guglia del Duomo, con i tour avventati di un qualche Bernini, in pellegrinaggio laudativo di una sagra gastronomica.

Dovremmo proprio denunciare per abuso di cultura chi ha prodotto quel vilipendio che si chiama Sblocca Italia con l’istituto del silenzio assenso, chi ha deciso lo stolto accorpamento di centinaia di realtà radicate sul territorio e nella tradizione in venti supermusei raccogliticci, mettendone a capo manager cultori del dio mercato, chi ha “pensato” la Legge Madia, che esautora il potere tecnico-scientifico delle soprintendenze, sottomettendole a quello dell’esecutivo, chi sceglie di sostenere e finanziare interventi spot, icone pronte per diventare merchandising, e convoglia risorse su “eccellenze” controllate direttamente e autoritariamente dal centro, condannando alla morte neppure tanto lenta il 90% per cento della nostra bellezza, che è parte integrante del nostro passato e della nostra speranza di futuro.

Se va avanti così, finirà che verrà anche a noi la tentazione di imbracciare il mitra quando li  sentiamo parlare di cultura.


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