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L’Italia a pezzi e l’ultima schifezza della Fiat

image_750x_5e715ad0528c6In questi giorni non ho voluto scrivere niente sulla strage di Bologna perché temo che al di là degli autori materiali, mai individuati con certezza, il mondo stragista che parte da Piazza Fontana e finisce alla stazione bolognese  ha pienamente realizzato i suoi scopi che erano quelli  di ingabbiare le lotte popolari e tenere il Paese saldamente dentro il vallo atlantico e i suoi costrutti internazionali ed europei. Esse sono state definite stragi fasciste, ma in realtà sono state stragi di stato o almeno di una consistente parte di stato.. In questo senso parlare di “servizi deviati” è un pietoso inganno: i servizi segreti lo sono comunque  per loro stessa natura e ancora di più lo sono quando dipendono interamente, come quelli italiani, da uno stato diverso da quello che dicono di servire. Può anche darsi che l’ultima strage quale fu in effetti quella di Bologna fosse più diretta a proteggere l’alleanza dalle possibili conseguenze di Ustica  che a costituire un attentato politicamente “organico” a tenere lontano il Pci dal potere: dall’occupazione della Fiat del 1968 molta acqua era passata sotto i ponti,  il pericolo Moro era dietro le spalle, lo stesso Pci tentennava ed erano ormai in dirittura d’arrivo il craxismo che oggi pare il paradiso perduto, l’affidamento del debito al mercato con la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, il referendum sulla scala mobile. E pochi mesi dopo la bomba alla stazione ci sarebbe stata la marcia dei 40 mila, ovvero la sfilata delle comparse ingaggiate dalla Fiat come controfigura dei quadri dell’azienda, contro l’occupazione delle fabbriche, inducendo di fatto la resa dei sindacati.

In questo senso quella bomba di 40 anni fa si lega in qualche modo alla cronaca dell’oggi visto che la Fca, ovvero la Fiat degli Elkann  ha inviato una lettera in inglese a tutti i suoi fornitori italiani in cui impone loro di interrompere subito le attività di ricerca, sviluppo e produzione per le auto di segmento B, dal momento che queste vetture saranno costruite sulla base delle auto Peugeot – Citroen. Dunque, come si pensava fin dal primo momento, l’indotto francese è stato graziato e rafforzato, mentre quello italiano è stato fatto fuori. Si tratta di circa 1000 aziende con circa 60 mila addetti e un giro di affari di 18 miliardi. Dal momento che nella ristrutturazione operativa è compresa anche la fabbrica polacca di Thychy dove vengono costruite anche Fiat Panda 4×4, Fiat 500, Lancia Ypsilon e le auto Abarth, si può supporre che anche il segmento A sia coinvolto e che ben presto le ultime auto italiane  si saranno estinte. In tutto questo un governo ignobile cincischia con le cazzate epidemiche, le uniche che del resto lo possono salvare dalla sua stessa nullità al punto che la ricostruzione di un banalissimo ponte ( forse pure con qualche errore di progettazione) diventa epopea nazionale.  Ma è ormai chiaro che proprio il Covid ha costituito l’ultimo colpo dato alla fratturazione della società italiana in due tronconi, in qualche modo da sempre incipienti, ma adesso palesemente divisi e in procinto di scendere in guerra aperta: il Paese dei lavoratori – produttori, colpito dal fendente epidemico con le misure illegali, largamente pretestuose e quello dell’economia parassitaria del settore pubblico e para pubblico che finora non è stato minimamente scalfito, anzi  in qualche modo ha migliorato le proprie condizioni poiché in molti casi ha visto diminuire o azzerarsi i propri carichi di lavoro, già di per sé non eccezionali.

Le statistiche parlano chiaro e oltre a pronosticare una caduta del Pil molto superiore, anzi doppio  rispetto a quello atteso , ad attestare la presenza di 600 mila occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid e di 700mila “inattivi” in più, senza considerare i cassintegrati, oltre a testimoniare la presenza di oltre 2 milioni e 100 mila famiglie sul baratro della povertà e di quasi  un milione e mezzo di minorenni in stato di assoluta povertà,  certifica anche che a causa delle misure di segregazione e distanziamento la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti. Ci troviamo con un Paese spaccato in due e in cui la parte perdente aumenta di giorno in giorno, visto che non ci sarà alcuna ripresa significativa per anni. Chi può ancora galleggiare assume un atteggiamento conservatore e di solito ostenta la sua museruola salvifica non solo come prova della sua fede cristallina nella narrazione pandemica e della sua ubbidienza, ma sempre più anche come uno “status” sociale, come livrea del consenso.  Sono gli stessi che inneggiano agli aiuti europei inesistenti e che costituiscono ormai un blocco conservator reazionario che interpreta paradossalmente se stesso come progressista.

Tutto questo porterà a uno scontro le cui dimensioni e modalità non sono prevedibili: e c’e anche caso che a qualcuno venga in mente di sistemare le cose alla vecchia maniera, con qualche bomba. Aspettiamoci di tutto.


L’imitatore

Gallo cedroneC’è una forma di intrattenimento che altrove quasi non esiste e che invece in Italia pare essere quello principale al punto di essere all’origine di quasi tutte le carriere nello spettacolo: l’imitazione. Sarebbe interessante analizzare le ragioni per cui questa forma di intrattenimento di per sé marginale e legata all’adolescenza, sia divenuta da noi così centrale, ma sta di fatto che la società italiana nel suo complesso e in quasi tutte le sue forme, comprese quelle attinenti attinenti ai flussi commerciali esprime una sorta di coesione imitativa  quasi che non avessimo il coraggio di essere noi stessi e di varcare autonomamente le soglie della storia e degli eventi. Ma l’imitatore per sua natura non può essere il suo oggetto: è costretto ad esagerare i tratti originari, a deformarli, deve rendere palese che non si tratta di una mimesi con un  valore poietico ed estetico, che si tratta di una simulazione anche se essa diventa l’unica realtà in cui sguazzare: ed è per questa ragione che ci troviamo sempre di fronte a cose e provvedimenti fuori misura, a politiche grottesche, a ragioni irragionevoli.

Per esempio dopo aver snobbato l’epidemia, quando abbiamo visto il valore politico aggiunto che le elite hanno voluto caricare sul coronavirus abbiamo cercato di  imitare le più severe misure di contenimento dell’infezioni in atto in Asia e abbiamo dato un colpo mortale all’economia del Paese, senza peraltro né riuscire a salvare più vite, ma restando prigionieri di dell’ipnosi pandemica collettiva quotidianamente rinnovata  e con una classe dirigente che ormai vive di virus riflesso. Ma convinti che tutto ciò che viene da fuori sia di per sé apprezzabile e degno di imitazione ecco che ci siamo subito attrezzati a combattere le cosiddette fake news attraverso un ennesima task force destinata a censurare ogni notizia che non siano le bugie di stato e in una specie una specie di delirio ormai senza freni si i pretende che “tutte le pubbliche amministrazioni presto debbano dotarsi di adeguate competenze e figure professionali specializzate nella lotta al fenomeno fake news a tutti i livelli”. mi meraviglio che non si istituisca la figura del capo caseggiato come durante il fascismo.  Così la campagna per le sostenere le verità di sistema, in atto ormai da anni,  viene imitata in modo scomposto e parossistico trasformandola in una sorta di verità di stato che dovrà essere difesa attraverso un’opportuna legislazione. E’ questo quando è diventato assolutamente chiaro che non esiste  una sola verità sanitaria:  può anche darsi che la maggioranza del milieu politico sia abbastanza stupida e ignorante da non rendersi nemmeno conto di ciò che sta facendo,  ma in compenso sa benissimo che il peso della menzogna sul numero dei morti e sui disastri combinati è ormai tale da essere assolutamente prioritario cercare di non far trapelare nulla. E del resto non è gente che fa politica, scimmiotta la politica, anche loro sono degli imitatori. .

Allo stesso modo recependo suggestioni esterne, ci si è impancati a fare una legge sull’omotransfobia che di per sé sarebbe la benvenuta, ma che così come è stata strutturata diventa il nucleo sul quale fondare il reato di opinione di cui al precedente paragrafo, oltre ad introdurre una significativa differenza tra cittadini e anche tra diverse fattispecie di cosiddette fobie. Il fatto che tutto questa venga introdotto attraverso un’istanza virtuosa non toglie che isolare un particolare contesto con una legislazione ad hoc e considerare particolarmente grave la discriminazione in questo campo sia a sua volta discriminatorio. Senza dire che la punizione per l’eventuale omotransfobico oltre a prevede pene più gravi che per l’omicidio  include anche un grottesco  “divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale”. Insomma un boss mafioso, ammesso che abbia letto Sciascia e ne abbia adottato il celebre linguaggio de Il giorno della civetta, rischia di più evocando i metaforici pigliainculo che non confessando le sue stragi. Ma è esattamente quello che accade quando si vuole imitare più che maturare, agitare slogan e non avere alcuna idea del contesto in cui tutto questo si muove, quando la punizione prende il posto della convinzione e della educazione. Ma l’imitatore non può accedere a queste dimensioni, non deve chiedere perché, ma come.


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