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Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


Il referendum greco buca la bolla onirica

crisi-greciaIl mondo reale possiede una sua logica testarda, ma i modi e la scansione degli eventi attraverso cui si manifesta sono del tutto imprevedibili, a volte paradossali, quasi sempre inattesi. Così può accadere di trovarsi  improvvisamente sbalzati dalla caverna platonica dove appaiono le ombre proiettate dal sistema dell’informazione, di fronte a passaggi della storia. La vicenda greca è lì a dimostralo: probabilmente nessuno tra spettatori e protagonisti avrebbe immaginato che si sarebbe arrivati al dunque attraverso un referendum che giunge tra l’altro fuori tempo massimo rispetto all’ultimatum di Bruxelles.

Il mondo reale ci diceva che la Grecia era matematicamente nell’impossibilità di ripagare il suo debito e dunque non poteva esserci altra soluzione che un condono quasi completo dello stesso o un’uscita dall’euro.  Ma entrambi i contendenti hanno fatto finta che così non fosse: l’Europa a direzione bancaria non poteva tollerare di fare sconti che avrebbero indotto anche altri a chiederli e di veder messa in forse la politica di regressione sociale che si accompagna alla moneta unica e che anzi ne costituisce l’unico senso riscontrabile; Tsipras dal canto suo, come tutti i socialdemocratici continentali, pensava che si sarebbe potuto tenere la moneta unica e rifiutare il dogma dell’austerità e, in questa contraddittoria prospettiva non aveva pensato a un piano alternativo: proprio per questo si è sempre trovato in condizione di inferiorità al tavolo delle trattative come un duellante con le pistole caricate a salve. Quasi tutti , me compreso pensavano che l’estate sarebbe passata attraverso schermaglie sempre meno credibili e che alla fine qualcuno dei contendenti avrebbe ceduto la maggior parte della posta, ritenendo che ancora l’Europa non fosse sulle soglie di una “mostruosa follia” come dice Krugman.

Adesso ci troviamo di fronte a un referendum che non solo costituisce l’unica via d’uscita per Tsipras e le sue promesse impossibili nell’ambito delle logiche europee, non solo rappresenta una riscossa della democrazia rispetto all’essenza oligarchica di Bruxelles (vedi qui), ma è anche la prima vera apertura di azione e di verità dall’inizio della crisi. Qualcosa che spazza via l’enorme cumulo di sciocchezze mediatiche che si sono accumulate in questi anni: uno scintillante castello di sabbia costruito per confondere l’orizzonte.  Si tratta in ogni caso di una scelta drammatica che ha costretto Atene a chiudere la borsa e a restringere l’attività bancaria al minimo vitale, ma che fa anche esplodere la bolla onirica nella quale siamo vissuti ormai da troppo tempo, qualcosa che mette fine agli altrieuropeismi di fronte alla chiarissima volontà di Bruxelles di proporsi come il cravattaro universale, il rifiuto di ogni solidarietà in nome di una visione sociale allucinante e più banalmente la realtà di una moneta unica che ha  enormemente aumentato le distanze fra i Paesi del continente invece di ridurla come vagheggiava la stravagante teoria posta a fondamento di questa costruzione.

Insomma è come un’esplosione di chiarezza che l’informazione mainstream, come sta già facendo tenta di nascondere dietro una supposta essenza di cicala dei greci che non vogliono rinunciare a presunti privilegi. La campagna, naturalmente disseminata da dati completamente falsi (i poveri Alesina e Giavazzi sono già con la calcolatrice in mano per vedere in che modo possono dimostrare che la pensione media greca di 660 euro sia un lusso indegno) sarà segnata dalla produzione industriale di paura. E nel caso di una vittoria del sì, che almeno sottrarrà il Paese fin da subito all’agonia continua, mensile e trimestrale, l’Europa cercherà di preparare uno strangolamento rapido che sia di esempio agli altri. E che soprattutto eviti, una volta finito il caos, di vedere una Grecia in crescita con una propria moneta e libera di usarla. Paradossalmente le cose non cambieranno molto anche nel caso di una vittoria del si perché comunque Atene sarà soffocata, ma la scelta inaspettata del referendum per dare un nome al dramma avrà comunque stabilito  il precedente del ricorso a consultazioni popolari i merito ai diktat della troika. Cosa che renderà le cose più difficili per i “governatori” finti premier che impazzano nel sud del continente con i loro parlamenti di nominati.

Certo c’è poi tutta la questione geopolitica da considerare che potrebbe comportare variabili finora inedite, ma senza dubbio nulla potrà essere come prima e si dovrà per forza cambiate capitolo: gli illusi diventeranno complici, i complici si riveleranno capi banda, le teste pensanti degli utili idioti e certi ideologici tipo Kke, dei patetici reperti.


Et maintenant que vas tu faire?

sondage-hollandeLa sconfitta di Hollande ai ballottaggi è una debacle senza precedenti ed è ancora più significativa per un  presidente che prima di salire all’Eliseo era stato l’organizzatore e il tessitore del potere locale del partito socialista. Ora si ritrova scavalcato dai conservatori di destra e insidiato dal Front National che ha preso il 6%, ma che si è presentato solo in 600 dei 36000 comuni francesi. Qualcuno può chiedersi come mai l’impopolarità guadagnata da Hollande e dalla sua pervicacia nel tradire le promesse si sia riversata sul voto locale e sull’intero partito socialista il cui elettorato tradizionale, ha disertato le urne. Possibile che la rabbia contro l’Eliseo abbia avuto un effetto così massiccio a livello amministrativo, tanto più che proprio il Ps si è dimostrato generalmente affidabile e capace nella gestione del territorio?

In realtà è molto semplice: la dottrina del’austerità di cui Hollande è per sua stessa volontà prigioniero politico, ha cominciato a far sentire i suoi nefandi effetti anche sui bilanci comunali. I contributi statali diminuiscono a vista d’occhio, tutti i progetti piccoli e grandi sono fermi per mancanza di risorse, le tariffe vengono continuamente aumentate e le forme di sostegno sociale sono ormai in grave crisi: il circolo vizioso tra maggiore disoccupazione e minori tutele ha fatto deflagrare il voto e il non voto.

Proprio questo legame tra le politiche nazionali e le situazioni locali che ne subiscono in pieno l’impatto ha trasformato le urne delle amministrative in una sanzione dura  contro il presidente. E di questo si tratta perché l’Ump, la destra di Sarkozy, aumenta solo in percentuale non in voti effettivi: è l’effetto astensione che ha colpito prevalentemente il deluso elettorato socialista ad aver determinato il disastro. Mentre è la destra lepenista ad essere in vera ascesa arrivando paradossalmente – come è accaduto a Marsiglia -a far il pieno di voti degli immigrati.  Anche a questo porta la magnifica governance europea unita alla resa della socialdemocrazia.

In ogni caso il legame tra imposizioni europee e situazioni locali è un elemento di grande importanza anche per noi, perché Hollande nella speranza di risalire la china del consenso, era riuscito a ottenere – al contrario dell’Italia – notevoli sconti da Bruxelles, soprattutto sullo sforamento del  3% di deficit. Ma queste briciole dentro il vaso di ferro dell’austerità non hanno prodotto proprio nulla:  ci serva da lezione in caso di analoghe profferte, promesse, effetti speciali da parte della politica nazionale che ci ha già provato a spacciare la prospettiva di qualche piccola remissione di peccati di bilancio come una panacea per la ripresa. Non essere riusciti ad ottenere nemmeno questo piccolo obolo significa solo che le regole europee sono ormai gestite “ad paesem” e prefigurano un insieme di accordi separati, tenuti insieme da Berlino e gestiti dalla finanza, nascosti dietro il paravento della Ue. E tutti rigorosamente attuati sulla testa dei cittadini.

 


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