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Archivi tag: servizi universali

I nuovi feudatari

107865_bucarest_castello_di_branUna mattina mi son svegliato… anzi proprio stamattina per scoprire che la rete non funzionava. Per la verità non è che questo evento sia rarissimo, specie con Tim, ma ogni volta c’è una sorpresa perché ho scoperto che ora in simili casi non è più possibile parlare con un operatore, ma bisogna accontentarsi di un messaggio che dice più o meno “c’è un disservizio, ma i nostri operatori stanno lavorando a risolverlo” senza alcuna previsione sui tempi di ripristino e men che meno sulle cause dell’interruzione che con tutta probabilità era programmata. Molti anni fa, quando la rete non si era radicata nella vita quotidiana tanto da risultare essenziale, quando in fondo era ancora un gioco, ti avvisavano con uno o più giorni di anticipo delle interruzioni, ma era ancora possibile parlare con qualche operatore, persino con qualche responsabile per non dire che in qualche caso si aveva la possibilità di rivolgersi a una sede fisica, una cosa che ora sembra qualcosa che ha a che fare con i secoli bui. Per la verità se devi parlare di contratti allora, sì, puoi metterti in contatto con un umano, ma sito in Albania o Romania il che non costituisce di per sé un problema, ma restituisce in pieno la realtà delle cose, ovvero che stai parlando con qualcuno che non sa nulla di ciò che chiedi, che da risposte automatiche oltre le quali non sa più che dire e a cui giustamente non potrebbe fregargliene di meno dei tuoi problemi, mentre l’azienda stessa che li assolda si sottrae a qualsiasi responsabilità.

Un analogo lo troviamo nei colossi delle vendite online o organizzazioni di trasferimento di soldi tipo Paypal o giganti dei social e dell’informazione: anche qui oltre ai call center d’oltremare che fanno tanto international per i soliti citrulli, non è nemmeno più possibile comunicare via mail con qualcuno che abbia non dico un’esistenza fisica, ma un minimo di elasticità umana. Tutto è affidato a questionari che prevedono solo una casistica standard per di più ritagliata su servizi d’oltreoceano, ma al di fuori di questi paletti è impossibile una comunicazione significativa ed efficace che invece ancora fino a tre o quattro anni fa era ancora prevista. Provatevi voi a comunicare con Facebook o Twitter per spiegare che il tale post non era quello che i soliti vantati algoritmi hanno deciso che fosse o a Ebay che la tal cosa non è arrivata rotta o difettosa, ma che semplicemente no corrispondeva alla descrizione datane. e potrei continuare all’infinito.

Questa non è una lamentazione, ma soltanto un pretesto, un allegoria esemplare di come i potentati economico – aziendali stiano via via erigendo un muro tra loro e gli utenti – acquirenti, anche nel caso in cui forniscano servizi universali ed essenziali come è per le connessioni internet: in poche parole stanno acquisendo un ruolo di dispensatori irraggiungibili che va ben oltre le cosiddette regole del mercato cui fanno immancabile riferimento quando conviene loro, sono diventati in qualche modo insindacabili e nel senso letterale del termine, irresponsabili visto che  si sottraggono a qualsiasi dialogo con la “domanda”. Insomma fanno parte di un potere neofeudale che si sta formando e che ha come prime vittime non tanto i singoli clienti, ma proprio le istituzioni politiche infìltrate dal lobbismo al punto che difficilmente esprimono una soggettività differente dai gruppi di pressione: basta vedere come funzionano in Italia le grandi opere o l’insensatezza di molte regolamentazioni europee che in realtà non rispondono a un interesse comune, anzi spesso sono contrarie ad esso ma riflettono invece la dialettica tra gruppi di potere industriale ed economico.

La scomparsa delle coordinate fisiche non è soltanto qualcosa di suggerito dall’ossessione del massimo profitto possibile, ma soprattutto dai vantaggi in termini più generali dato dall’alzare i ponti levatoi. Certo da un punto di vista legislativo sarebbe semplice contrastare questa tendenza, tanto più che si potrebbero creare alcune migliaia di posti di lavoro, solo imponendo uffici fisici per il servizi essenziali  se solo la testa non fosse stata colpita per prima dai nuovi feudatari in attesa della presa di potere.

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Sesso degli angeli e contatori

310px-Raphael-cherubiniIeri per la settima volta in un anno si è presentato alla porta un incaricato di Eni per convincermi a passare alla loro fornitura. Immagino che tutti noi abbiamo subito parecchie volte l’arrembaggio di qualche società di servizi o abbiamo vissuto le difficoltà, le complessità, il dilettantismo, le bollette pazze o “stimate” e in ogni caso illeggibili, i prezzi sempre in crescita dovuti alla mirabile dialettica del massimo profitto con il minimo di spese e investimenti. Dunque niente di strano, solo che in queste sette occasioni sono rimasto davvero affascinato dall’ argomentazione portata per convincermi al passaggio: siamo noi che distribuiamo tutto il gas, anche alle aziende concorrenti che ve lo fanno pagare aggiungendo il loro interesse, quindi da noi potrete avere prezzi migliori.

L’argomento è convincente nella sua ovvietà e se solo in passato Eni non avesse fatto inenarrabili casini con le bollette, se non cercasse anche lei il guadagno ad ogni costo per i propri azionisti e dunque per le quotazioni di borsa, mi avrebbe indotto a firmare. Ma a pensarci bene questa elementare verità è in qualche modo rivoluzionaria perché è l’esatto contrario di quanto ci viene ripetuto da 25 anni come come un mantra innegabile pena l’eresia, come una guida infallibile verso l’eden del consumatore, ovvero che le privatizzazioni avrebbero portato a servizi migliori e costi più bassi per via della mitica concorrenza. Naturalmente non poteva assolutamente essere così perché i soggetti privati dovevano riprendersi i soldi per l’acquisto anche se costo stracciato delle strutture pubbliche acquisite, mentre si ampliava la platea di manager spesso incompetenti, ma sempre strapagati e quella degli azionisti bramosi di profitti immediati: questi soldi dovevano essere presi dalle bollette aumentando le stesse, diminuendo stipendi e salari, terziarizzando, precarizzando, riducendo al minimo gli investimenti, così che adesso abbiamo un sistema di distribuzione dei servizi essenziali tra i più cari del continente e allo stesso tempo tra i più inefficienti e farraginosi che si appoggia esclusivamente sulle vecchie strutture pubbliche che già abbiamo pagato con le tasse.

Questo riguarda il gas, come l’elettricità e come l’acqua. La svendita di un patrimonio industriale e strutturale pubblico tra i più rilevanti del mondo, cominciata a partire dal ’92 con l’ Eni, culminato con legge Bersani e il massacro di Enel del ’99 e prolungatosi con la privatizzazione dell’acqua, non si è affatto rivelata come la terra promessa. I costi per la famiglia media sono più che raddoppiati, in certi casi triplicati in termini reali anche a fronte di costi per le materie prime in costante diminuzione come per il gas o con prezzi oscillanti come per il petrolio, ma comunque – tenendo conto dell’inflazione – molto più stabili nel medio periodo di quanto non si creda.  Basti pensare che solo dal 2005 al 2015 a fronte di un incremento del costo della vita del 24%, le bollette del gas sono aumentate del 56,7% (mentre la materia prima ha dimezzato o quasi i prezzi: del resto dal 2003 – anno di apertura del mercato del gas – al 2011, il prezzo medio delle bollette è aumentato del 33,5%, mentre l’inflazione è cresciuta del 17,5%.  Stessa cosa per l’energia elettrica i cui costi per una famiglia media sono cresciuti del 38,2% nello stesso periodo (oggi sono arrivati al + 45%) . Che si tratti di aumenti da privatizzazione e non legati ai costi delle materie prime non lo dimostrano soltanto le serie storiche dei prezzi, ma anche il fatto che l’aumento maggiore si è avuto in questo decennio proprio per l’acqua dove non è intervenuto alcun investimento, ma si è via via semplicemente privatizzata la distribuzione: 72,3%.  La beffa è ancora più grande se si pensa che queste grandi e frettolose svendite degli anni 90 ad opera principalmente del prodismo sono state fatte  fatta per permettere di aggiustare temporaneamente i conti per entrare nell’euro. Quello che si dice un affarone.

Poi un giorno, dopo un quarto di secolo di vangelo apocrifo e di pensiero unico arriva un modesto venditore bussa alla porta e ti dice pari pari che tutto questo è stato un imbroglio, che quello ci è stato detto era una semplice baggianata, riconosciuta del resto  proprio dalla Banca Mondiale tra gli sponsor più cinici e più importanti delle privatizzazioni nel terzo mondo, quando ha dovuto ammettere che i sistemi privati non sono per nulla superiori per efficienza a quelli pubblici. Certo ha tralasciato il piccolo particolare che essi oltre a non essere particolarmente efficaci, escludono molta parte della popolazione dei Paesi più poveri dai servizi di base, ma questo, diciamo così, è solo marginale per il capitalismo, quello stesso che si fa così soccorrevole nelle parole e spietato nei fatti. Tuttavia è ovvio, persino banale, che la privatizzazione dei servizi universali, cioè quelli necessari, non può essere collegata direttamente e principalmente al profitto, ma deve tenere conto dell’utilità pubblica la quale ovviamente è anche un bene economico, ma che si sparge su tutta la società, non è concentrata su un pugno di azionisti. Tra qualche decennio le cose nelle quali ci siamo cullati, i miraggi del pensiero unico saranno considerati alla stregua delle elucubrazioni sul sesso degli angeli.


Acqua cotta alla romana

acqua-perdite-roma-1068x713Si scrive siccità, si legge profitto: la battaglia suicida di Roma tra piddini di rito palazzinaro e cinquestelle sotto assedio con i primi che tagliano gli emungimenti da Bracciano ( del tutto marginali peraltro) e gli altri che prefigurano il razionamento dell’acqua ai rubinetti (attuata peraltro già da giugno in 20 comuni  suburbani, senza che la cosa abbia suscitato il minimo allarme) , è solo in parte dovuto all’assenza di precipitazioni e al caldo senza tregua: costituisce invece un caso particolare di due aporie del mondo neo liberista ovvero quella che riguarda il non senso di consegnare ai privati i servizi universali e quella  di livello più generale che vede lo scontro tra consumo necessario all’accumulazione potenzialmente infinita del capitale e risorse planetarie limitate.

Quest’ultima è probabilmente la causa generale dell’estremizzazione del clima che provoca alluvioni e siccità, il quadro nel quale si colloca la situazione di Roma in questa lunga estate calda e in quelle che verranno sempre più spesso nel quadro della desertificazione dell’Italia centrale, ma la causa contingente consiste nel fatto che quasi la metà dell’acqua che dovrebbe giungere nella capitale ( dal 41 al 44 per cento) si perde per strada a causa del pietoso stato della rete idrica: se tutto funzionasse come si deve anche le situazioni più critiche potrebbero essere superate molto più facilmente e senza alcun bisogno di razionamenti nè a Roma, né in provincia. Ora ricorderete come al tempo del referendum sull’acqua pubblica, poi volgarmente tradito dal Pd, il principale argomento dei privatizzatori era quello che occorrevano molte risorse per ristrutturare la reti idriche a colabrodo e dunque non si poteva fare a meno di investimenti privati: la teoria del debito serve anche a queste assurdità. Solo che i famosi investimenti non ci sono mai stati e non solo a Roma, ma dovunque si sia attuata una privatizzazione totale o anche solo parziale come nel caso dell’Acea detenuta in parte da Suez e da Caltagirone.

Non si tratta di cattiva volontà, di inganni o di mancata sorveglianza, ma proprio della logica di fondo che comporta la presenza privata nei servizi universali: perché i gestori e i loro azionisti dovrebbero investire riducendo i propri profitti dal momento che il loro “prodotto” è assolutamente irrinunciabile e i consumi non sono nemmeno comprimibili oltre certi limiti? Possono raddoppiare i prezzi e non fare assolutamente nulla senza il pericolo di veder svanire il loro mercato: se poi la situazione dovesse degenerare il pubblico o in veste di azionista di minoranza o di maggioranza ma con logiche privatistiche o comunque per ragioni di esistenza politica è costretto comunque a subentare realizzando una delle tante forme di sovvenzionamento dei profitti privati. La socializazione delle perdite e la privatizzazione degli utili è ormai un must del mondo occidentale e per la più ampia serie di settori da quello bancario a quello dei trasporti (vedi ferrovie inglesi ) e ovviamente anche per  quello dell’acqua, tanto che altre due capitali, Berlino e Parigi che avevano privatizzato la distribuzione idrica, dopo qualche anno sono dovute tornare sui loro passi, ripubblicizzando tutto visti i mefitici risultati ottenuti, ovvero investimenti zero, continuo quanto ingiusticato aumento delle bollette e richiesta di fondi pubblici da parte privata.  La stessa Banca Mondiale ha dovuto fare mea culpa una decina di anni fa, quando, dopo aver favorito privatizzazioni idriche in tutto il mondo, ricorrendo spesso e volentieri anche al ricatto. è stata costretta a riconoscere che non esiste alcuna maggiore efficienza tra il servizio pubblico e quello privato.

Nonostante questo la cara Europa degli oligarchi spinge continuamente per la privatizzazione dei servizi universali ovunque può, sempre in nome di un’efficienza non solo indimostrata, ma contraddetta dalla realtà. E ha buon gioco perché dopo quarant’anni di campagna quotidiana e indefessa contro qualunque servizio pubblico questo è diventata un articolo di fede sul quale nemmeno si riflette più. I guadagni sono immensi, specie laddove i servizi sono più vitali: l’Acea che opera in vari settori compresa l’energia elettrica è un’azienda in attivo da sempre e di fatto “regala” profitti a Caltagirone e a Suez senza alcun motivo al mondo, sottraendo queste risorse alla città e complicando enormente la ricerca di soluzione valide per un futuro con meno acqua.

Probabilmente alla fine non ci sarà alcun razionamento, ma questa vicenda nata dalla pochezza politica dei protagonisti, sarà l’ennesima scusa per loro signori, valletti e sguatteri di ogni tipo, di ritornare a proporre la privatizzazione totale come soluzione ideale:  gli avvoltoi stanno già salivando per il futuro banchetto.


Genova, chi interrompe il “pubblico servizio”?

tranvieri-300x300Hanno sperato che lo sciopero finisse prima di doverne parlare ( vedi qui ), che i lavoratori si facessero infinocchiare dalle chiacchiere e dal sacrificio economico, che i sindacati tornassero al loro ruolo di pompieri istituzionali, che i politici fossero costretti a fare dichiarazioni all’Ansa non sapendo cosa dire, soprattutto quel fritto misto di ex sinistra che governa la città e i loro collettori nazionali, ma i tranvieri di Genova hanno resistito. Anche al silenzio che per tre giorni è calato sulla lotta in atto per sventare la privatizzazione dei bus genovesi e che adesso leggermente si rompe per dire quanto sono cattivi i tranvieri o magari per fare della scadente e miserabile polemica politica contro il sindaco, da parte degli scajolani.

Naturalmente ora scatta l’intimidazione perché la Procura indaga per “interruzione di pubblico servizio”. Però non c’è nulla da indagare: i lavoratori in sciopero sono in piazza, non c’è bisogno della Digos, è solo il pizzino dell’oligarchia per intimidire chi cerca di conservare il proprio posto di lavoro, un salario decoroso, ma anche una città che intuisce come la privatizzazione annunci maggiori costi per i cittadini e un trasporto pubblico meno efficiente.  E non solo, una città che conosce bene la piaga della deindustrializzazione, della disoccupazione che con questa operazione farà molte altre vittime. Genova è una città che ha mangiato la foglia.

Però la procura mi offre uno spunto: se i bus sono un pubblico servizio perché li si vuole privatizzare? E in che senso esso rimane servizio pubblico nel momento in cui il criterio non è più offrire il “trasporto universale” che è un valore sia sociale  che economico per tutta la città, ma garantire un profitto a chi lo gestisce? Sono domande elementari che tuttavia per troppi anni sono state nascoste e dimenticate o hanno ricevuto risposte vaghe, ambigue e reticenti: i servizi universali anche nella loro definizione giuridica sia italiana che europea devono garantire uno standard definito di prestazioni a prescindere dalla sua remuneratività. Tra il profitto, che giustamente un gestore privato pretende e il servizio pubblico che dev’essere garantito a prescindere da esso, c’è un’ evidente antinomia, che purtroppo per molti decenni è stata coperta da un lenzuolo ideologico e mitologico: che il privato fosse più efficiente del pubblico. Era più una leggenda metropolitana che altro perché questa presunta maggiore efficienza non può che riferirsi al meccanismo (anch’esso molto presunto) della concorrenza e dunque non può applicarsi a campi, come i servizi universali, dove questa non è praticamente possibile e si agisce in regime di monopolio di fatto. La stessa Banca Mondiale che dal 1978 non aveva fatto altro che imporre i servizi privati delle multinazionali nei Paesi del terzo mondo come condizione dei propri prestiti, nel 2005 ha dovuto gettare la spugna e riconoscere che tra pubblico e privato non c’è alcuna sostanziale differenza in termini di efficienza.

Del resto le privatizzazioni nel campo dei servizi universali (e non solo, ahimè) sono tra gli esempi più chiari del fatto che la cosa non funziona: quando Blair decise di privatizzare le ferrovie britanniche che godevano di buona fama di efficienza ed economicità, non immaginava che nel giro di pochi anni esse sarebbero divenute le più care di Europa e anche le meno efficienti e le meno moderne. I privati guadagnano, ma quando c’è da investire, se non si vuole che il servizio venga meno, lo stato in qualità di socio di minoranza deve metterci i soldi. E paradossalmente accade che lo stato britannico spenda di più per le sue ferrovie private, di quando non spenda lo stato tedesco per un trasporto ferroviario in gran parte pubblico. Con un’efficienza che non ha proprio paragone. Ma il problema vero non è che Blair abbia commesso un errore, è che abbia fatto di questo errore una bandiera che oggi tristemente sventola sulla collina del disonore della socialdemocrazia italiana.

Mi scuso per questo andamento un po’ didattico, ma è che voglio prevenire le obiezioni scontate e magari indurre qualcuno ad leggere la realtà in maniera meno banale e conformista. Tornando a Genova e alla straordinaria battaglia dei tranvieri che sta diventando un punto di riferimento nazionale, se fossi nella Procura indagherei con molta lena sulla interruzione del pubblico servizio, ma nella consapevolezza che è proprio il Comune a volerlo interrompere per cederlo ai privati. E magari indagherei per vedere se questo passaggio è proprio privo di profitto per qualcuno.


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