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I signorotti dell’epidemia

sigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti storici guardano al Risorgimento come al periodo che mise le basi per la costruzione di una nazione mite, di una società migliore più equa e meno lacerata da divisioni e contrasti di classe e campanili.

Qualcuno però si dissocia nel ricordare Nino Bixio e le intemperanze cruente degli eroi garibaldini, qualcun altro rammentando le prestazioni ad Addis Abeba di Graziani, cui in forma bipartisan si sono dedicate celebrazioni marmoree, legittimato a da un telegramma del Duce del ’36:  “Autorizzo V.E. a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e della sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”, o la parte da protagonisti recitata dai fascisti nelle “azioni” condotte a Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema, la concorrenza sleale  che ha mandato nei lager ebrei denunciati da connazionali feriti nel portafogli, fino ai pogrom a Torino contro i rom, le insurrezioni nel Polesine contro le invasioni di immigrate incinte.

Difficile definirla mite questa Italia del passato e pure quella che dovrebbe risorgere migliore, coesa e solidale dopo la tremenda prova dell’influenza largamente interpretata come scintilla per la riabilitazione e la redenzione.

E infatti il Renzi che di pestilenze se ne intende  quanto di storia patria, ha voluto offrirci una reminiscenza estratta dal sussidiario delle scuole che ha frequentato così svogliatamente da distruggerle per vendetta postuma tramite una riforma,  quella di un Rinascimento nato dalla Morte Nera, dimenticando non solo che l’epidemia si diffuse proprio a causa della miseria, della carestia seguita alla bancarotta provocata da un ceto di banchieri, i Bardi, i Peruzzi,  e di proprietari ferocemente sfruttatori e speculatori, ma che in quell’arcadia per letterati e artisti i poveri restavano poveri, tartassati dal fisco per contribuire a fare Firenze sempre più bella, e i signori sempre più ricchi, come se quella vitalità e quel dinamismo altro non fossero che un brulicare di vermi su un corpaccione malato.

Si sa che la lezione sempre attuale del divide et impera dei Romani, cui qualcuno attribuisce il declino della loro grandezza a causa dell’eccesso di tolleranza e integrazione dei popoli barbari conquistati, mentre per alcuni dipenderebbe dall’eccesso della pressione fiscale su patrizi e plebei, funziona soprattutto se trova terreno fertile nell’indole dei sudditi. E infatti tutti i governi dall’Unità d’Italia si sono preoccupati non fare gli italiani, di far prosperare ceti e territori a spese di altre popolazioni e altre geografie, alimentando lotte di campanili insieme all’illusione secessionista, in modo da premiare chi aveva già e far piangere e fottere chi aveva sempre meno, erogando beneficenza e carità per circoscrivere gli effetti della fame e insieme attuando repressione di briganti e straccioni secondo la politica della carota e del bastone.

Ma certo è che ha trovato terreno fertile. Basta guardare a certi umori e malumori recenti e contemporanei.

L’acqua grande a Venezia viene interpretata come l’esito del malaffare e della corruzione, che apparterrebbero all’autobiografia dei tracotanti indigeni, colpevoli di applicare prezzi esosi al caffè del Florian a Piazza San Marco, come dell’aver votato  i carnefici della Serenissima. C’è una alluvione in Calabria? E cosa vi aspettavate da zone occupate militarmente dalla ‘ndrangheta dove le fiere popolazioni partecipano del brand mafioso prestandosi a fare da manovalanza e pure con il proselitismo e l’infiltrazione di posti altrimenti sani. I terremotati del Centro Italia sono ancora, se fortunati nella riffa in piazza, nelle casette temporanee al terzo inverno? Si vede che se lo meritano, mica sono come i dinamici friulani, che si sono tirati su i paesi come prima e meglio di prima. Si vuol fare la Tav, si scavano tunnel per l’alta velocità perfino sotto Firenze, ma nel Mezzogiorno non ci sono treni né infrastrutture per i i pendolari? Ma tanto quelli mica lavorano, sono dei mangiaufo buoni a fare da comparse per i turisti con la coppola in testa, che è meglio restino a casa invece di andare in giro a sparare con la lupara.

Ovviamente il Covid 19 è diventato un’arena per il combattimento dei galli di tutte le latitudini: anche grazie al fatto che le aule parlamentari sono diventate sedi museali per celebrare la memoria della democrazia rappresentativa, che l’Esecutivo ha ottenuto in virtù dello stato di eccezione ancora più poteri di quelli reclamati con un referendum che credevamo di aver vinto, che le regioni pur avendo dimostrato la loro superfluità in materia di coordinamento e gestione della cosa pubblica, governo del territorio, pur avendo rivelato la loro funzione criminale quando disinvestendo nella sanità  e  spostando risorse sulla presunta più efficiente sanità privata, ottenendo complessivamente un saldo negativo di posti letto, capacità di trattamento, numero di addetti, osano proporsi ancora come i depositari delle mansioni e responsabilità in materia di welfare, rivendicando autonomia di spesa e di legge.

Così a un De Luca che vuol chiudere le frontiere agli untori, corrisponde un Piemonte che si vanta di cavarsela da loro, rifiutando l’apporto di personale sanitarie extraregionale,  l’alta concentrazione di decessi nelle regioni più industrializzate e in particolare in Lombardia consente la rivalsa di maggiori aiuti e superiore considerazione da tradursi in più elevato grado di libertà dalle disposizioni del governo centrale.

Quanto al compiersi in tutta Italia dei delitti perpetrarti nei confronti degli ospiti e del personale delle strutture di accoglienza per anziani e disabili viene motivata come il verificarsi di inspiegabili focolai sfuggiti all’occhiuto controllo delle autorità o invece come l’effetto della presenza di criminali “portatori” venuti dal Nord. Quando si tratta semplicemente della non certo inattesa conversione in emergenza di un costume a carattere nazionale che prevede il conferimento dei soggetti non produttivi, inutili e parassitari per il sistema, in depositi temporanei con caratteristiche al di sotto di qualsiasi standard di civiltà e dignità, quelle riservate anche agli animali degli ex zoo diventati bioparchi.

Ora è vero che se i dati sulla mortalità della Lombardia si fossero registrati  in una qualsiasi regione del Mezzogiorno  sarebbe stato in tempo reale invocato e esercitato il commissariamento, mentre al contrario la Giunta avoca a sé una autorità speciale determinando date e modi dello stato di eccezione, continuando a mascherare  la spinta separatista con l’alibi “oggettivo” dell’emergenza sanitaria,  ma è altrettanto vero che da parte di tutti gli altri governi regionali è in atto una accelerazione alla bio-devoluzione armata in modo da dettare legge su riaperture e chiusure a tempo indefinito, calendario della ripartenza delle attività produttive e della clausura perenne per gli anziani, marketing dei brand della pandemia, mascherine, dispositivi e vaccini.

Intanto il governo scende in campo con lo stato maggiore delle task force, impegnate sul fronte del desiderabile affarismo della ricostruzione, con tanto di test psico-attitudinali per il consolidamento dello status di galeotti nel domicilio coatto nazionale di Oceania, a cura delle  varie task force appendici delle autorità imperiali da Bilderberg, alla famigliola felice, equa e solidale dei Gates, dalle agenzie dell’Onu a quelle di rating, dalle organizzazioni sanitarie a quelle che operano per la salute e il decoro dell’ordoliberismo.

E in mezzo come vasi di coccio ci siamo noi, più colpevoli che vittime, per averli votati, supportati o sopportati. Ormai non più solo vae victis, guai anche ai sani.

 

 


Erasmus, elogio dell’idiozia

erasmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rimbocchiamoci le pinne!”. Anche solo per questo appello all’ittica attiva, le sardine meriterebbero di essere collocate in un cono d’ombra, la punizione più severa per loro come per il loro nemico n.1, il Male Assoluto, uniti come sono dalla stessa bulimia presenzialista.

Ma a volte parlare di loro è irresistibile e pure doveroso. Grazie a un’attenzione che copre l’arco costituzionale, stando a cuore a poteri forti dei quali sono evidente emanazione, godendo della simpatia di Soros e dei Benetton, ricevuti da ministri, vezzeggiati unanimemente dalla stampa ufficiale, oggetto del delirio passionale di pensatori e intellettuali navigati ridotti al ruolo di Humbert Humbert soggiogati dalla loro “innocenza” che si augurano possa farli galleggiare ancora un po’ seguendo le correnti modaiole, proprio come un movimento politico della contemporaneità dopo l’eclissi della democrazie e della partecipazione, dimostrano il medesimo disinteresse per il consenso e la stessa indifferenza per i bisogni della gente.

Gente, plebe,  massa, che come è noto serviva a portare acqua al loro candidato e al loro partito di riferimento (il Pd  “quello più vicino e affine”) e che adesso può restarsene a casa, lasciare deserte le piazze presidiate dalle forse dell’ordine con la mano di ferro grazie alla permanenza di leggi di sicurezza: vedi mai che ci vada qualche lavoratore incazzato, qualche antagonista anti sistema, qualche insorto anti-Tav settantenne.

È per quello, per la certezza che  è stata loro concessa di essere intangibili, intoccabili come dei santini lavacoscienza dai persuasori del politicamente corretto, che possono sparare cazzate un giorno si e l’altro pure.

L’ultima, una delle più invereconde, consiste nella proposta che hanno recato come viatico ai ministri che li hanno ricevuti con la benevola attenzione che un preside riserva agli alunni leccaculo, rampolli dei papà che pagano di tasca loro quei valori aggiunti che fanno più appetibili gli istituti dove non esiste quella rischiosa mescolanza di ceti sociali, quella, cito, di “ inaugurare una nuova stagione di politica sardina che passa dalla contaminazione tra Nord e Sud, tra giovani e pensionati, tra cittadinanza e politica …. che trasformi il Sud e tutta Italia in un acquario da riempire invece che in un bacino condannato a svuotarsi”.

E come? Ma è facile, ripristinando “fin dall’Università una sorta di Erasmus tra regioni del Sud e del Nord. Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”.

Ora a nessuno sfugge che cosa sia Erasmus, perché abbia avuto tanta presa nell’immaginario di una classe agiata retrocessa per via dell’erosione di sicurezze, garanzie, beni, che si sente impegnata a pagare la colpa insinuata dal pensiero mainstream di aver dissipato, di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, di non avre saputo riservare alle generazioni future il benessere immeritato di cui hanno approfittato. Si sa che è un sacrificio e una condanna, ma anche uno status symbol e un obbligo sociale che si paga in cambio dell’appartenenza a un ceto superiore per conservare intatto il mito dei patti generazionali che la cultura e l’ideologia liberista ha invece fatto rompere per sempre.

Non a caso in occasione della Brexit a sottolineare la barbarie prevedibile nella quale sarebbe precipitata la perfida Albione c’era anche la possibilità che la Gran Bretagna uscisse dalla rete del progetto europeo, che da sempre ha l’obiettivo di consolidare una concezione della collaborazione e cooperazione colturale tarata sugli standard della Nato e della colonia europea dell’impero del male in modo da sostituire l’internazionalismo con il cosmopolitismo turistico. E infatti quanti genitori si sono indebitati (sfido chiunque sia pure sobrio come di volevano Fornero, Monti, Cancellieri a mantenere un figlio in Germania, Francia, Spagna con una borsa mensile di 250 euro) per regalare ai figli il loro sogno di qualche mese di manca, sbronze e sesso esotico, magari secondo il modello sardine:  “Salvini è un erotico tamarro e noi proponiamo un modello erotico romantico”, in collocazioni che ricordano loro l’atmosfera dei college americano dove i delfini del ceto abbiente si godono un parcheggio dorato in attesa di proseguire poi col loro bullismo a Wall Street o in qualche impresa di esportazione di democrazia.

Ecco, deve essere questa la chiave con la quale interpretare la Weltanschauung dei leader delle Sardine, applicare su scala regionale il volonteroso intento di portare e far provare al Mezzogiorno la bellezza dell’export-import di ideologia e pratica della crescita, del dinamismo laborioso di località e popolazioni che vantano primati di evasione fiscale, consumo di suolo, corruzione, speculazione, inquinamento anche sottoforma di conferimento al Sud di veleni. E al tempo stesso di favorire l’incremento della vocazione turistica di posti che non hanno e non meritano altro che diventare parchi tematici e disneyland nostrane, avendo mostrato l’inettitudine perfino a farsi sfruttare dal padronato interno e esterno, sottraendosi come  a Taranto all’obbligo civico di ammalarsi per conservarsi il posto e di essere sottopagati per conquistarsi il salario.

Non stupisce, in fondo le sardine sono state create per dare appoggio a una regione schierata in prima fila a favore dell’autonomia differenziata, alla stregua di Veneto e della Lombardia, legittimandola e rafforzando la retorica della disuguaglianza tra Nord e Sud come effetto incontrastabile di una legge naturale, riportando alle origini la cosiddetta questione meridionale ed il tema del dualismo e delle due velocità di un Paese troppo lungo, con le terre sotto il confine del sacro fiume affette da un ritardo antropologico e che beneficiano del contributo generoso delle ricadute dello sviluppo di quelle del Nord, prospere e dinamiche ormai logorate dall’obbligo di fare l’elemosina  a un Mezzogiorno borbonico, arretrato, indolente e spendaccione.

È in nome del riscatto che ispira secessione dei ricchi che parlano e agiscono la Lega di Bossi,  Maroni, Salvini e Zaia e di Bonaccini e di chi l’ha votato con l’ambivalenza equivoca di interessi sostenuti da un impianto ideologico divisivo e feroce, di un sovranismo regionale che sogna l’annessione alle province carolinge dell’impero, mentre giù in basso altre geografie vengono giustamente spinte verso l’Africa, verso la subalternità che meritano al servizio del turismo e dello sfruttamento coloniale di risorse, paesaggio, beni artistici.

E infatti possiamo immaginarcela questa scrematura della bella gioventù, che conosce il Sud attraverso i film con Bisio, le storie d’amore nei trulli, dove si realizzano le fortune di startup dell’accoglienza, al suono di mandolini, mentre si intrecciano carole e tarantelle, e in grandi cucine industriose si friggono melanzane e si fa la conserva di pummarola.

Peccato che il loro pensiero sia poi lo stesso di quelli che sul piatto di spaghetti vedevano la pistola fumante, condanna morale e sociale perpetua a essere inferiori, poveri e dunque criminali.


Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 


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