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Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 

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Olimpiadi, Pupazzi di neve

il_794xN.1674385628_ezq6Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’abbiamo visto al cinema.

C’è un briccone che deve disfarsi di un falso Leonardo, si mette d’accordo con una casa d’aste prestigiosa quanto spregiudicata, che individua un complice che fingerà di essere interessato all’acquisto e che rilancia spericolatamente,  attirando l’attenzione di un qualche citrullo che si infila nella trattativa montata ad arte e che alla fine si ritrova con in mano il cerino acceso, o meglio la patacca.

Ecco, me li immagino gli svedesi che se la godono guardando agli italiani che pensano di essere stati furbi aggiudicandosi dei giochi che nessuno vuole più ospitare, perché pregiudicano i bilanci pubblici, costringono a sobbarcarsi spese impegnando risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione di interesse pubblico, perché compromettono l’ambiente con opere pesanti che restano a imperitura memoria della sfacciata megalomania dei promotori, a volte incompiute e pronte dal giorno successivo alla chiusura della kermesse a accreditarsi come monumenti di archeologia industriale.

E poi perchè, come insegnano Londra o Rio de Janeiro, nelle città sventrate le infrastrutture e i servizi estemporanei hanno sfrattato intere comunità di abitanti, i più esposti e vulnerabili, perchè per coprire antiche iniquità e ingiustizie  proprio come ai passaggi dei despoti ospiti occasionali, si nascondono le vergogne della povertà, con drappi, facciate finte come prosceni e sipari  da esporre allo sguardo dei potenti, dietro ai quali di agita instancabile il malaffare.

Da ieri sera ci fanno vedere il popolo olimpico che gioisce a Milano a a Cortina, diecimila per Tv e questura, un centinaio per chi non si accontenta dei figuranti a pagamento che esultano, dimentichi che pochi giorni fa la capitale morale ha piegato la testa e le ali per un normale temporale estivo come una Roma della Raggi qualunque, ignari forse che ancora non hanno trovato una destinazione i terreni occupati dell’Expo e ora abbandonati alla speculazione, inconsapevoli probabilmente che le grandi opere e i grandi eventi seguono un percorso prevedibile e già segnato, se le autorità anticorruzione chiamate in causa a interventi avviati, secondo una consolidata consuetudine, non possono fare altro che arrendersi, ammonire ma poi chiudere un occhio benevolo per non bloccare progresso e iniziativa più criminale che privata.

Così quelli che sono compiaciuti per l’affermazione della Perla delle Dolomiti, una delle località che registra il più elevato livello di saccheggio del territorio, grazie a regimi speciali, deroghe, licenze urbanistiche conquistate grazie al ricatto della secessione, lo stesso che ha convinto la Regione Veneto a impegnarsi per essere in prima fila nel fronte della candidatura, non sono consci che Cortina come tutta l’Italia, non ha bisogno di valorizzazione per attirare un turismo che sempre di  più avrebbe bisogno di essere calmierato in modo razionale, così come dovrebbe essere controllata e limitata la smania avida e perversa delle multinazionali immobiliari, alberghiere,   turistiche.

Dietro a quelle prime file di citrulli acchiappati e gongolanti da ieri sera, ci raccontano che c’è una solida alleanza, una invincibile armata che si è stretta intorno a questo formidabile progetto, tutti uniti, Coni, governo, capo dello Stato, istituzioni, regioni, enti locali come un sol uomo, pronti a dimenticare scaramucce e contrasti. Immagino che possiamo annoverare anche l’Europa, come una mamma indulgente cui piace vedere giocare i suoi cattivi ragazzi. E non possono che essere cattivi quelli che montano queste operazioni di facciata per dare in pasto ai cani affamati e rabbiosi un osso da succhiare in qualche Colosseo, e nel frattempo li impoveriscono sempre di più, li indebitano sempre di più, li riducono a gladiatori o maschere del cine dove va in scena lo spettacolo greco.

Non è difficile capire  chi è davvero contento, là dietro, le solite banche che incravattano gli enti e le amministrazioni pubbliche da qui ai prossimi sette anni, le imprese che andranno svelte nell’aggiudicarsi i primi appalti e lente lente nei lavori in modo da trasformare i ritardi in emergenze da risolvere con regimi speciali, commissari straordinari (Sala è competente in materia, no?),  illeciti legali, due regioni che a pari merito stanno avviando in porto le loro autonomie da ricche e spietate, due comuni che aggireranno a spese degli altri ottomila i nodi scorsoi dei pareggi di bilancio esigendo licenze per via della loro funzione simbolica, e soprattutto le cordate criminali, quelle che entrano e escono dalle porte girevoli delle opere pubbliche e non dei tribunali,che tramano non più nell’ombra, che tanto sono nei consigli di amministrazione di qualche istituto di credito, di aziende dove hanno collocato i loro colletti bianchi o prezzolato i manager.

E dire che avevamo apprezzato perfino Monti che aveva detto no alla candidatura delle Olimpiadi 2020 e abbiamo rischiato di votare per la Raggi che aveva smascherato la sceneggiata invereconda con la quale Marino aveva preso in ostaggio la sua giunta e la città per la sua ossessione spocchiosa e mitomane. Adesso anche loro sono stati fidelizzati.

D’altra parte, come si dice, l’importante è partecipare..  degli utili. E infatti noi tutti siamo fuori gioco, se non per pagare.

 

 


Il caso Salvini e i panini del capitale

salvini a doppio slalomCredo che la cosa più esatta e interessante su Salvini l’abbia detta Alessandro Robecchi, riprendendo e adattando una vecchia barzelletta: “ci sono venti panini sul tavolo, i ricchi ne mangiano diciannove e lui urla ai poveri: ehi, attenti! I rom stanno mangiando il vostro panino! Antichissima pratica di far scornare i penultimi con gli ultimi, stando ben attenti ad essere i primi della fila”.

Ed è ovvio che Salvini, invece di evolversi, ritorni alla fine sugli argomenti xenofobi che sono stati il cuore nero della Lega da quando Roma ladrona è diventata la mammella alla quale si è avidamente abbeverato il partito. Non ha altra scelta perché il movimento ha sempre praticato un ultra liberismo di sapore provinciale, piccolo borghese e bottegaio con tutti gli ammenicoli dell’antistatalismo tout court, dell’antistato sociale, dell’anti tasse, dell’anti regole e del favore accordato ad ogni e qualsiasi privatizzazione: la sola battaglia contro l’Europa e l’euro, prodotti essi stessi della strategia mercatista, sia pure su un altro livello di strategia e consapevolezza, sarebbe poco credibile, ambiguo e contraddittorio. D’altro canto un secessionista che per vent’anni invece di lavorare ha inneggiato al Vesuvio in eruzione  non può certo mutarsi in lepeniano e fare il nazionalista in nome della destra sociale. Così non gli rimane che aizzare la guerra tra poveri, unica disciplina nella quale forse potrebbe scroccare una laura honoris causa in qualche università privata pullulante di fighetti tonti in carriera, non essendo riuscito nemmeno a prendersi uno straccio di pezzo di carta.

Ma la storiella del panino purtroppo può essere adattata a qualsiasi formazione politica della triste vicenda italiana. La destra classica che Berlusconi ha portato al suo limite di sconcezza dice che va bene un panino, purché non sia imbottito e non rubi nemmeno un filo di prosciutto ai detentori degli altri 19. Il centro destra renziano fa sapere che va bene un panino purché i poveri rosiconi non s’illudano che sia un diritto e si rendano conto che si tratta di una benevola concessione padronale. La sinistra di governo si lamenta perché in quell’unico panino manca il caprino e infine gran parte della la sinistra cosiddetta radicale auspica una dura lotta perché il barista dei ricchi serva un altro sandwich con omaggio di altra europa infilzata sullo stuzzicadenti. Solo l’opposizione sociale informale, in cerca disperata di un autore e di un attore politico osa chiedere che almeno la metà dei panini vada a chi li produce.

Siamo messi così ed ecco perché il messaggio di Salvini sfonda, perché attacca un falso obiettivo, ma visibile con la sua faccia nera o l’abbigliamento zigano, mentre la scomparsa di un’edilizia pubblica, il marciume e la cialtroneria con cui viene gestito il patrimonio residuale e fatiscente, sono cose più astratte e non alla portata del materico coattismo nazionale. Il lavoro trasformato da diritto a servitù, la disoccupazione, la disuguaglianza divenuta indispensabile motore economico, possono essere tranquillamente coperti dall’immigrato additato come causa del disastro e del turbamento sociale. Certo se Salvini avesse preso la laurea in Storia che voleva prima di accorgersi che era meglio la dolce vita del politico, saprebbe che ogni immigrazione, dovunque e in ogni epoca, ha prodotto ricchezza e non impoverimento. E’ rimasto un quizzaro e un venditore di fumo come il suo omologo del Pd.

Ma c’è da chiedersi cosa propongano tutti gli altri se non un’ oscura gestione della migrazione, peraltro causata proprio dalle guerre e dalla predazione di beni in cui l’Europa è stata maestra e ora fa da valletto agli Usa, oppure una solidarietà nei confronti di persone che rappresentano in qualche modo il futuro sociale che preparano e che ci attende. Tutti sans papier, privati della carta dei diritti che spettano solo al denaro e al capitale e non più al lavoro, tutti sui barconi metaforici e alienanti verso il miraggio del vincente, dal ricercatore al dilettante di Masterchef, dal trader in pectore allo startappista, privati della memoria e delle radici, illusi da un merito che non esiste nella società diseguale e che al massimo, nel migliore dei casi possibili, porta ad essere dei kapò. Barconi a pagamento dove esiste solo la guerra individuale per le briciole.

 


Tanko you, Europa

 Il tanko dei Serenissimi Il raccolto è abbondante e vario anche se per ora non si vedono che i germogli della malapianta: pensiero unico, berlusconismo, scomparsa della politica, rimbambimento via mass media stanno cominciando a vedere il frutto della loro semina e si preparano alla trebbia. La vicenda del “tanko” veneto, pur nel risibile bricolage che dovrebbe trovare posto su Dmax, lo dimostra chiaramente, assieme al referendum on line: la caduta dell’occupazione nella regione del miracolo con 195 mila disoccupati, le 20 mila imprese chiuse negli ultimi cinque anni, il reddito medio caduto di 600 euro solo nel 2013, invece di suscitare una reazione politica rispetto al modello che viene imposto dal capitalismo finanziario via Bruxelles e Roma, suscita il desiderio di rifugiarsi nell’unica muffita e inutile tana di pensiero di rimasta e cioè quella dell’indipendentismo di giornata. Come se davvero il problema fosse quello delle tasse che ritornano solo al 50% sul territorio.

Una persona di minima intelligenza politica si chiederebbe come mai nelle medesime condizioni, anzi forse anche peggiori, il veneto abbia potuto avere il suo boom, pur se retto da una classe politica locale, ancor più ottusa e ladra di quella nazionale con i suoi Rumor e Bisaglia, per non parlare di quella attuale talmente inesistente e corrotta che soffia sull’unico fuoco che trova. E magari si chiederebbe se una piccola regione non finirebbe per essere governata ancor più ferreamente da altrove, magari da qualcuno che non chiude un occhio sull’evasione fiscale e che comunque imporrebbe le stesse regole draconiane e anti sociali. L’Austria che aumenta la tassazione per tappare il buco fatto dalle sue banche nell’est europa dovrebbe essere una severa maestra: si preparino a trasformare il tanko in panzer, perché sarà l’unica variazione sul tema.

Ma il fatto è che l’intelligenza politica collettiva è completamente scomparsa, anche nei valori minimi per cui ciò che prevale non sono idee e prospettive, pensiero del futuro, ma solo uno sciatto e ipocrita istinto identitario applicato tra l’altro non a una vera regione storica ma a territori non omogenei, spesso in conflitto, legati solo dal fatto di essere man mano divenuti l’entroterra di sfruttamento intensivo della Serenissima. E questo non riguarda solo il Veneto, ma l’Italia intera che formalmente non può chiedere l’indipendenza e dove questi processi di  illusorio rifugio sociale cominciano ad essere visti come un salvagente. Invece di agire politicamente perché l’Italia possa avere più peso e sottrarsi così alla spada di Brenno delle politiche liberiste e dall’impoverimento, dal’iniquità che esse impongono, si cerca di fuggire alla spicciolata per essere catturati più facilmente. Forse perché questo conviene a chi si sente dalla parte dello sfruttamento. E certamente perché è stata cancellata la capacità di pensiero politico.

Del resto, diciamolo, è davvero impossibile combattere con qualche speranza di successo in un Paese dove la classe politica e il ceto dirigente hanno il solo obiettivo di ubbidire all’Europa della finanza e grazie a questo costruire una solida arca della salvezza dentro un regime oligarchico. In un Paese dove persino quelli che dovrebbero rappresentare un pensiero alternativo sembrano accettare il massacro pur di mantenere intatta l’immacolata e astratta concezione internazionalista. Un’ambigua via d’uscita per le piccole elite formali e informali di conservare il commercio marginale col potere. Non aver compreso che proprio grazie alla complicità della deviata governance continentale che si sta finalmente realizzando il progetto autoritario di Gelli e Berlusconi, sarà l’epitaffio finale. E forse l’inizio di un nuovo cammino, sempre che non sia troppo tardi per fermare i tanko. Quelli messi insieme con la lamiera e quelli costruiti dalla finanza come Renzi: entrambi ridicoli, entrambi letali.

 

 


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