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Hic sunt frescones

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ecco, ci siamo fatti un’altra volta riconoscere! Avevano pensato, da quei provincialotti che sono, preoccupati di far vedere il pavimento lustro e le maestranze che tolgono le ragnatele col piumino, dove, come si dice, passa il prete, o Hitler, Obama o la Merkel.

Era successo che un’assemblea dei lavoratori  richiesta nei tempi e nei modi previsti dalla legge e che, il sovrintendente aveva autorizzata,  aveva chiuso fuori dal sito archeologico di   Pompei un certo numero di turisti. Così lo stesso Ministro, che ieri tuonava per la figuraccia che i sindacati avevano provocato al Colosseo, monumento simbolo della Capitale e della “romanità”, aveva riparato, come è d’uso del governo, con un opportuno camouflage, trucco molto in voga anche dalle parti dell’Expo, riaprendo i fretta e furia alle visite un’area fino ad allora interdetta e sottoposta a interventi di restauro istantanei e eccezionali, con giubilo della stampa che aveva gridato al miracolo. Si trattava della “palestra”, inaugurata in pompa magna alla presenza di Franceschini e dei media esultanti. Peccato però che il giorno dopo la festa  la parte restituita al pubblico fosse stata di nuovo chiusa, che  il parcheggio utilizzato dal ministro, molto vicino ai reperti, fosse  stato autorizzato e “allestito” in deroga alla normativa vigente, solo per l’occasione e che quindi il sito fosse stato “restituito”  ma non a tutti,   a uno solo e per una volta.

Per il  Colosseo chiuso ai visitatori per un’assemblea sindacale anche quella ampiamente annunciata e autorizzata, si vede che era più complicato allestire un instant show di quelli che piacerebbero al ministro che li vagheggia e annuncia da tempo, coi gladiatori, i giochi d’acqua, le matrone e i consoli, ma soprattutto coi leoni che, per rispettare le leggi dello spettacolo-verità, si mangiavano gli scioperanti, col premier in prima fila col pollice verso a prestarsi ai selfie. In modo da riguadagnarsi la credibilità del mondo e da offrire una rappresentazione rispettosa della nostra fama di pasticcioni, incapaci, indolenti che risolvono tutto con lo sberleffo, i trucchi, le patacche.

Così si è dovuto accontentare di portare un po’ di provvidenziale acqua al mulino della cancellazione dei diritti e delle garanzie dei lavoratori, di additare alla gogna mediatica e al pubblico ludibrio i famigerati sindacati rovina d’Italia, come non aveva il coraggio di dire nemmeno la maggioranza silenziosa, esautorandoli e mettendoli fuori legge, in modo che Renzi possa fare di più di quello che fece Mussolini, che a lui – ancora con la minuscola, ma è questione di poco – di unico piace solo il partito e il resto è meglio proprio che scompaia.

E d’altra parte come non dare ragione a chi pensa che la fruizione della cultura e del patrimonio artistico siano servizi essenziali e di interesse nazionale? si direbbe anche di più di tanti pronto soccorso, della scuola pubblica, di tutta una serie di strutture per esami diagnostici. E alla pari con tunnel, alta velocità, trivelle in mare. Perché sulla necessità, la crucialità, l’indispensabilità questo governo ha decisamente le idee confuse.

Lo vogliamo aiutare: l’opinione pubblica condanna l’Italia per le condizioni di trascuratezza, abbandono e trasandatezza nelle quali lascia monumenti, siti archeologici, palazzi, opere d’arte. Si stupisce ancora, ed è strano, perché è a conoscenza del fatto che non si siano indirizzate risorse e impegnato investimenti per la tutela e la manutenzione e anche per pagare come meritano manodopera, sorveglianti, organismi di controllo e salvaguardia, malgrado sia proprio il ceto dirigente a proclamare che il nostro patrimonio è una miniera, un giacimento, il petrolio nazionale, che invece vuole andare a cercare sotto il mare. Si rammarica perché per reperire i quattrini necessari non si usino i proventi del gioco d’azzardo, anche le briciole della lotta all’evasione. Si sorprende perché quando i soldi ci sono restano nei cassetti per vari motivi, inadeguatezza, indifferenza, incapacità, irresponsabilità, o perché la fase progettuale e i preventivi di spesa spaziano nell’empireo dei Grandi Eventi, delle Grandi Mostre, dei Grandi Percorsi, dei Grandi Itinerari, quando servirebbe umile e tenace manutenzione, manutenzione, manutenzione. Si meraviglia che il pugno di ferro venga usato coi lavoratori sottopagati, precari, irregolari e non con gli speculatori e i mal affaristi che tirano su villaggetti abusivi a fianco di Pompei, coi mecenati illustri che si aggiudicano meriti, loghi, esenzioni, propaganda e lustro ma non rispettano i patti, con i costruttori che adornano colli e declivi con casette a schiera, con enti locali e amministratori che anche in virtù di leggi ad hoc inclinano verso l’autorizzazione facile, resa ormai legittima da provvedimenti che da un lato hanno avvilito e indebolito gli incaricati dei controlli e dall’altro esaltato il ruolo privato e proprietario.

Ho scritto opinione pubblica, perché invece ai governi che ci rinfacciano vizi e debolezze: l’inettitudine, la spregiudicata inadeguatezza, la boriosa impotenza, la sguaiata tracotanza di questo ceto va benissimo, incontra desideri e propositi di chi vuole cancellare lavoro e diritti per far dimenticare la democrazia, lasciare nell’incuria bellezza e cultura, così si compra a metà prezzo, umiliare cittadinanza e partecipazione in modo da comandare meglio e senza proteste.

Mi viene in mente una barzelletta che spopolava al tempo nel quale si mettevano le basi per la futura endemica disoccupazione: un neo laureato in architettura vede un cartello che suggerisce di presentarsi al Colosseo per un impiego ben pagato. Va e scopre che il lavoro consiste nel mettere la testa in bocca alla belva. Ci pensa, ci ripensa, poi – è disperato – accetta. Lo vestono da gladiatore e lo buttano in pista davanti alle fiere. Una in particolare si avvicina a lui, tremante e “non ti preoccupare”, lo rassicura, “sono un architetto anch’io”.

Ecco architetti, medici, avvocati, giovani laureati e diplomati, cinquantenni incazzati, esodati incolleriti, donne a casa a badare alla famiglia e a fare assistenza dovrebbero a andare a fare da pubblico al Colosseo insieme ai dipendenti dello storico monumento e invitare governo e rappresentanti a consolarci della sorte che ci hanno riservato prestandosi a qualche comparsata. Ci accontentiamo dei circenses, non vogliamo nemmeno il pane. Ma per favore, i leoni siano veri.


Informazione canicolare

Canicola_SeidlMa chi scrive sul Messaggero? Voglio sperare che si tratti di una sostituzione estiva caldeggiata dall’impavido Razzi perché, parlando dello sciopero dei mezzi pubblici dell’Atac che si va preparando come un nuovo nubifragio per il 7 agosto, il cronista lo chiama “serrata”. Non sa che si tratta del’esatto contrario dello sciopero essendo la chiusura della fabbrica o comunque del luogo di lavoro da parte del padrone, in modo da rifiutare la prestazione d’opera e non pagare i dipendenti? Non si tratta di un lapsus calami perché l’espressione è ripetuta più volte e ribadita nel titolo, né può essere dovuta al maldestro tentativo di far rientrare un titolo nello spazio tipografico assegnato, visto che si tratta dell’edizione online. La realtà è  che coloro che dovrebbero informare non sembrano più in grado di decifrare i termini elementari del discorso pubblico e politico, ignorano qualsiasi storia e come libro di lettura hanno solo il presente.

Le parole sono importanti e perciò spero che si tratti di un caso umano, di una giornata senza l’aria condizionata, che non sia il prodotto di qualche personalità pluri masterizzata, pluri corseggiata, abituata ai test quizzari piuttosto che agli esami.  E che si sa, quando non c’è da spuntare la risposta nelle apposite caselle non paiono più evolute del ragazzo lupo.  Se il lettori fossero così sensibili da sentirsi in imbarazzo di fronte a certi errori e decidessero di non leggere per un giorno il quotidiano cosa farebbero?

Cattura

Forse così è più facile.


Squilla il telefono ma nessuno risponde

call-centerQualcosa è cambiato. Lo sciopero dei lavoratori dei call center non è delle tante vertenze che esplodono da ogni parte, ma rappresenta una rottura di paradigma, una crepa nel materiale duro e politicamente granitico oltre che consociativo. su cui si è costruita la precarizzazione del lavoro. I call center sono stati il settore pionieristico della mutazione italiana, quella con cui le grandi aziende operanti nei servizi di pubblica utilità, si sono sottratte al confronto diretto con gli utenti, servendosi di un muro umano, spesso anonimo e totalmente estraneo ad esse; quella attraverso cui è stata sdoganata un’imprenditoria senza idee, ma basata esclusivamente sullo sfruttamento intensivo, senza tutele e spesso attraversata da veri e propri comportamenti illegali di ogni tipo. Per queste ragioni è anche quella che ha rappresentato la desindacalizzazionee  e l’acquiescenza delle generazioni più giovani a queste forme di schiavismo incipiente, dapprima considerate come un momento di passaggio in vista del meglio, sfruttate sulle loro spalle per la retorica anti posto fisso e preludio alla società nuova, poi desolatamente riconosciute come l’unico lavoro da tenersi ad ogni costo sotto il ricatto dei licenziamenti e delle altrettanto continue riduzioni di paga.

Proprio la riuscita dello sciopero, il primo che oltretutto attesta il fallimento delle filosofie del job act,  segnala che si è determinata una frattura con questa mentalità corriva con i “valori del padrone”, sotto l’infuriare della disoccupazione, delle ristrutturazioni aziendali e della caduta del welfare familiare.  Così c’è stata una risposta positiva all’appello dei sindacati che erano considerati balocchi anacronistici fino a qualche tempo fa proprio dalla stessi scioperanti di ieri. Da notare che la situazione va rapidamente mutando se è vero nel giugno scorso una analoga, anche se meno generale protesta  poneva l’accento sulle delocalizzazioni e non sulla logica di sistema.

Disgraziatamente non si può non constatare che questa frattura avviene in totale assenza di una sponda politica in grado di estendere il nucleo rivendicativo dei lavoratori, vittime del modello ultra liberista, dalla specifica vertenza a una nuova e diversa idea di sviluppo. Per cui alla constatazione dello stato di schiavismo e povertà contrapposti a grandi profitti finali, non segue molto alle rituali deprecazioni di turno. In fondo di massacrare il lavoro in nome della competitività ce lo chiede l’Europa, lo chiedono i pescecani delle grandi aziende, lo chiede il piccolo capitalismo opaco e da rapina che si è affermato nell’ultimo quindicennio, lo chiedono i centri finanziari e lo chiedono indirettamente quelle forze ingenue che non contestano il modello, ma solo la sua gestione. Dunque in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, finisce per chiederlo anche tutto l’arco politico, mentre l’informazione di regime si limita alle notazioni folkloristiche, anzi trova spazio per l’ironia nel bollettino renziano chiamato Repubblica.

Pochissimi sembrano cogliere la novità delle vittime che cominciano a mangiare la foglia riguardo alla loro condizione e ancora meno paiono pronti a vedervi i segni di una possibile rinascita, anche se non soprattutto per la sinistra. Anzi ho tutta l’impressione che le vecchie elite temano di essere scalzate dalle loro nicchie, minime ma accoglienti, i nuovi potenziali protagonisti siano aggrappati alle poltrone mentre le fasce più radicali dimostrino un certo smarrimento per ciò che non arriva direttamente dall’antagonismo o dalla fabbrica. Così è: il telefono squilla, ma nessuno va a rispondere.

 


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