Archivi tag: Sardine

I cori della quarantena

cori ep Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi mi conosce attraverso i post che pubblico su questo blog sa che di volta in volta sono accusata di essere velleitaria, frustrata, invidiosa, anarcoide e poi ribellista, snob, schizzinosa, sofisticata, sguaiata. Retorica se parlo di riscatto e di uguaglianza, cinica se non mi unisco al coro di Fratelli d’Italia affacciata al balcone.

Per via della mia idiosincrasia a farmi arruolare in una delle tifoserie che fanno finta di contrastarsi con le sciabolone di legno come i pupi in commedia, sarei ovviamente salviniana se non mi accontento di Carola Rackete e invece mi interrogo sulle correità personali e collettive che hanno fatto accettare guerre di conquista e sfruttamento. E probabile simpatizzante della destra se non mi basta cantare Bella Ciao perché sono convinta che il fascismo è una declinazione del totalitarismo che oggi si manifesta come supremazia dell’economia finanziaria.

Ah, dimenticavo, sarei populista se mi piacerebbe che fosse restituita al popolo partecipazione non solo in forma di quel consenso coatto e manovrato che si chiama voto, sovranista quando manifesto il mio   dissenso per l’espropriazione di poteri e competenze, avocate a sé da una entità sovranazionale che ha apertamente rivendicato il suo intento di limitare l’area di influenza e di decisione delle democrazie nazionali, ree di essere nate da guerre di liberazione.

L’elenco sarebbe lungo, mettiamoci anche che non sono una fan della povera Greta oggi oscurata da altra emergenza, portavoce di una propaganda che affida alla collettività e ai singoli individui la salvezza tramite azioni volontarie, comportamenti di ecologia domestica, consumi già peraltro forzosamente  più ragionevoli e sobri per il consolidamento di una crisi di sistema, nutrita dalla fine dell’economia produttiva, dall’eclissi dell’egemonia occidentale, dalle fortune della roulette globale, e che ci racconta la favoletta  della realizzazione di  una transizione industriale virtuosa e “responsabile”, “light”, “equa” e “sostenibile”, con meno CO2, ma più tolleranza per tutti gli altri inquinanti e veleni.

E nemmeno sono soddisfatta che a rompere il soffitto di cristallo della cultura patriarcale sia la fionda della meccanica sostituzione nei posti chiave di donne al posto dai maschi, che le piazze vuote quando è stata adottata una controriforma intesa a cancellare i diritti e le garanzie del lavoro, quando si è umiliata l’istruzione pubblica per convertire le scuole in fabbriche di esecutori  specializzati in obbedienza, si siano riempite per deplorare maleducazione come se invece fosse garbato, gentile e mite la pratica dello sfruttamento, della consegna a potentati e della frattura dell’unità nazionale.

Non può mancare l’estrema offesa sempre di moda: radical chic.  Insieme a supponente se cerco di non contribuire al processo di infantilizzazione in corso nel paese, tramite scuola affidata a manager che cercano di fare scouting di delfini di riccastri pronti a contribuire per conquistare una corsia preferenziale verso il successo die loro rampolli, informazione e intrattenimento necessariamente indissolubili, linee guida dell’università della strada indicate dai social network, e cerco di mettere a frutto anni di studio e di buone letture, cui si sono sdegnosamente sottratti esponenti del ceto dirigente che condannano la rozzezza dei plebei professando l’ignoranza dei signori.

Adesso però si è aggiunta una nuova accusa fresca fresca, la stessa che viene mossa quando muore un potente e subito salta su qualcuno che chiede silenzio, implora pietas, rinviando i giudizi della storia e pure della cronaca all’indomani, e peccato che l’indomani non arriva mai, perché si stende una pudico coltre di oblio, in modo che non si ricordi che il “povero” taldeitali è stato votato, lusingato, blandito, assolto da tribunali del popolo pronto pure a intitolargli una strada.

Così in questi giorni è sciacallo chi invece di avviarsi su per gli impervi sentieri della medicina, della virologia, della statistica applicata  all’epidemiologia, si interroga sugli effetti venefici della limitazione di libertà imperniate sulla disuguaglianza: profilassi e prevenzione per tutti salvo i pony, i metalmeccanici, gli operai delle fabbriche irrinunciabili, diventati eroi dopo essere stati parassiti.

È sciacallo chi non si stupisce che l’informazione delle autorità scientifiche sia contraddittoria, confusa, alla lunga inaffidabile, se anche in quel contesto fanno la parte del leone le star molto presenti sui media più che nei laboratori.

E’ sciacallo chi non è estasiato e commosso per le cavatine di tenori respinti dai teatri dell’opera, affacciati sul poggiolo, per i cori da ubriachi che si levano dalle finestre sul cortile che suscitano l’appassionato consenso del giornalismo investigativo impegnato a riferirci le cronache dall’interno 11. E’ sciacallo perché sa bene che questi  riti consolatori, che non comprendono mai l’aggiunta pepata della collera per la devastazione dei sistema sanitario, quella si causa prioritaria dei decessi, per l’impoverimento delle attività di ricerca e sperimentazione universitaria e pubblica, sono favoriti perché aiutano a persuadere la gente impaurita che è meglio il coraggio privato all’audacia di scegliere, criticare, opporsi.

E’ sciacallo chi si premette di criticare l’anatema lanciato contro la cittadinanza indisciplinata che fa rifornimento al supermercato, mentre non si condannano gli speculatori che in Borsa, in Europa, nelle imprese, nel mercato fanno profitti con l’aggiotaggio, l’accaparramento, il ricatto.

E’ sciacallo chi è preoccupato del passato, è preoccupato del presente, ma è ancora più preoccupato del futuro quando il sollievo del passato pericolo spingerà a far tornare tutto come prima, anzi peggio di prima, più gente a spasso ma nell’altra accezione anche se i parchi e i centri commerciali saranno riaperti, più alti i prezzi delle merci, più passivi in bilanci familiari e statali, messi alla prova dallo stato di necessità, che impedirà di realizzare le promesse fatte durante la crisi.

Si tornerà come prima, perché l’aspetto positivo dei comandi superiori e esterni è che esonera i governi dall’agire, per mancanza di quattrini e di potere decisionale. Anzi, peggio di prima perché ospedali al collasso, personale sfinito e umiliato, collettività sfiduciata concorreranno al successo di quelle pretese di autonomia e di consegna al privato rivendicate da regioni cui, alla prova dei fatti, occorrerebbe togliere le competenze.

E’ sciacallo chi stando a casa, con la rete che va e viene perché è molto frequentata, la fibra è peggio del rame, la banda larga è uno slogan della Leopolda, alla faccia dello smart work della telescuola, dei recapiti a domicilio delle major al collasso, fino a  ieri denigrate oggi promosse a Onlus, non si sente orgoglioso e fiero di essere italiano proprio come chi si è ingoiato la perdita di beni, diritti, garanzie, lavoro, istruzione, in cambio di promesse di ordine e ordini.

Vuoi vedere che sciacallo è solo il sinonimo di critico, raziocinante, indipendente?

 


Via dalla pazza folla

1582224053888.jpg--mattia_santori__addio_sardine___la_stagione_delle_piazze_forse_e_gia_finita____sospetto__poltrone_in_arrivoUna delle cose notoriamente più difficili per i cuochi casalinghi è riconoscere il pesce fresco da quello che già comincia a puzzare: molti sono i sistemi per far apparire come appena pescati e quasi guizzanti pesci già in decomposizione. E lo stesso è accaduto con le sardine metaforiche sulle quali sono stati usati tutto il monossido di carbonio, l’acqua ossigenata e i polifosfati del sistema per renderle attraenti in vista delle regionali emiliane dove il Pd rischiava la ghirba. Non è stato facile vista l’assoluta mediocrità di Santori e compagnia, un ensemble abbastanza incompetente da non porsi le domande giuste, sufficientemente servo da accettare quelle preconfezionate e così ottuso da non distinguere le due cose. Una volta però raggiunto lo scopo o almeno dopo aver creato abbastanza distrazione  e confusione le sardine sono state tolte dal banco con un’eutanasia programmata prima che la puzza diventasse insopportabile. Ma non bastava la palese incapacità di Sartori a far fronte a qualsiasi domanda che uscisse fuori dal canovaccio messo a punto dagli spin doctor, si è ricorsi alla famosa fotografia in compagnia di Benetton, l’uomo del ponte, che ha tagliato i rifornimenti artificiali di credibilità dando il via alla disgregazione.

Così dopo i flop delle ultime adunate, sempre più scarse di partecipazioni e la fuga  da Napoli dove Santori è stata cacciato dai precari, ecco che lo stesso leader stacca il respiratore artificiale e con abbondante anticipo sui fantomatici stati generali delle sardine sott’olio extra vergine piddino, dichiara che “la stagione delle piazze è forse già finita”  trascinando con sé all’inferno anche gloriose organizzazioni purtroppo legate al Pd e dunque ormai insensate rispetto ai fini e alle origini  come l’Anpi: a Pesaro ultima desolata piazza sardinesca con poche centinaia di persone, il capo del nulla ha ricevuto in dono dalla presidente di Pesaro, Matilde Della Fornace, il fazzoletto tricolore dell’Associazione partigiani.” Così l’offesa al presente si coniuga con quella al passato, perché signori miei se la buona politica, come dice Santori, è seguire i competenti o sedicenti tali (ogni sistema di potere crea i propri competenti in maniera autoreferenziale) allora la Resistenza non avrebbe senso. Ma francamente questa storia è fin troppo mediocre, troppo costruita dall’alto e troppo di pancia in basso, per meritare attenzione politica e non finire invece nel calderone generale dell’antropologia neo liberista, come il nome stesso del  movimento, completamente acefalo e aggregante insieme suggeriva sin dal principio. Il fatto è che creare qualcosa di abbastanza vago e anodino per raccogliere i delusi dei Cinque stelle, è stato un buon obiettivo mirato in Emilia, ma una sua estensione sarebbe alla fine incontrollabile e molto pericolosa per gli assetti del Pd, potrebbe insomma rivelarsi un Cinque sardine molto scomodo.

Ma naturalmente se quella delle sardine è già storia passata, lo smorzacandele non calerà su Bellofigo (è meglio usare  la cultura di base di questa specie ittica destinata ad essere alla base della scala alimentare del consenso): Santori e forse  qualche suo luogotenente, di quelli che per esempio tengono i cordoni della cassa, dovrà essere ricompensato per l’opera compiuta e per essere riuscito in circa due mesi a fare politica senza esprimere alcun concetto politico, ma anche per non rivelare a nessuno come è nato davvero il movimento e chi lo ha effettivamente organizzato e finanziato. Ci sono dunque poltrone in arrivo per il fancazzista bolognese e certamente ci sarà una candidatura alle prossime politiche di autunno o primavera, magari come indipendente nel Pd o a capo di una lista civetta. Lui ha già fatto sapere di pensare a qualche carica locale, cosa questa che  introduce il discorso in maniera morbida e dimessa per non far arrivare la sua designazione al Parlamento come un fulmine a ciel sereno.


Erasmus, elogio dell’idiozia

erasmAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rimbocchiamoci le pinne!”. Anche solo per questo appello all’ittica attiva, le sardine meriterebbero di essere collocate in un cono d’ombra, la punizione più severa per loro come per il loro nemico n.1, il Male Assoluto, uniti come sono dalla stessa bulimia presenzialista.

Ma a volte parlare di loro è irresistibile e pure doveroso. Grazie a un’attenzione che copre l’arco costituzionale, stando a cuore a poteri forti dei quali sono evidente emanazione, godendo della simpatia di Soros e dei Benetton, ricevuti da ministri, vezzeggiati unanimemente dalla stampa ufficiale, oggetto del delirio passionale di pensatori e intellettuali navigati ridotti al ruolo di Humbert Humbert soggiogati dalla loro “innocenza” che si augurano possa farli galleggiare ancora un po’ seguendo le correnti modaiole, proprio come un movimento politico della contemporaneità dopo l’eclissi della democrazie e della partecipazione, dimostrano il medesimo disinteresse per il consenso e la stessa indifferenza per i bisogni della gente.

Gente, plebe,  massa, che come è noto serviva a portare acqua al loro candidato e al loro partito di riferimento (il Pd  “quello più vicino e affine”) e che adesso può restarsene a casa, lasciare deserte le piazze presidiate dalle forse dell’ordine con la mano di ferro grazie alla permanenza di leggi di sicurezza: vedi mai che ci vada qualche lavoratore incazzato, qualche antagonista anti sistema, qualche insorto anti-Tav settantenne.

È per quello, per la certezza che  è stata loro concessa di essere intangibili, intoccabili come dei santini lavacoscienza dai persuasori del politicamente corretto, che possono sparare cazzate un giorno si e l’altro pure.

L’ultima, una delle più invereconde, consiste nella proposta che hanno recato come viatico ai ministri che li hanno ricevuti con la benevola attenzione che un preside riserva agli alunni leccaculo, rampolli dei papà che pagano di tasca loro quei valori aggiunti che fanno più appetibili gli istituti dove non esiste quella rischiosa mescolanza di ceti sociali, quella, cito, di “ inaugurare una nuova stagione di politica sardina che passa dalla contaminazione tra Nord e Sud, tra giovani e pensionati, tra cittadinanza e politica …. che trasformi il Sud e tutta Italia in un acquario da riempire invece che in un bacino condannato a svuotarsi”.

E come? Ma è facile, ripristinando “fin dall’Università una sorta di Erasmus tra regioni del Sud e del Nord. Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”.

Ora a nessuno sfugge che cosa sia Erasmus, perché abbia avuto tanta presa nell’immaginario di una classe agiata retrocessa per via dell’erosione di sicurezze, garanzie, beni, che si sente impegnata a pagare la colpa insinuata dal pensiero mainstream di aver dissipato, di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, di non avre saputo riservare alle generazioni future il benessere immeritato di cui hanno approfittato. Si sa che è un sacrificio e una condanna, ma anche uno status symbol e un obbligo sociale che si paga in cambio dell’appartenenza a un ceto superiore per conservare intatto il mito dei patti generazionali che la cultura e l’ideologia liberista ha invece fatto rompere per sempre.

Non a caso in occasione della Brexit a sottolineare la barbarie prevedibile nella quale sarebbe precipitata la perfida Albione c’era anche la possibilità che la Gran Bretagna uscisse dalla rete del progetto europeo, che da sempre ha l’obiettivo di consolidare una concezione della collaborazione e cooperazione colturale tarata sugli standard della Nato e della colonia europea dell’impero del male in modo da sostituire l’internazionalismo con il cosmopolitismo turistico. E infatti quanti genitori si sono indebitati (sfido chiunque sia pure sobrio come di volevano Fornero, Monti, Cancellieri a mantenere un figlio in Germania, Francia, Spagna con una borsa mensile di 250 euro) per regalare ai figli il loro sogno di qualche mese di manca, sbronze e sesso esotico, magari secondo il modello sardine:  “Salvini è un erotico tamarro e noi proponiamo un modello erotico romantico”, in collocazioni che ricordano loro l’atmosfera dei college americano dove i delfini del ceto abbiente si godono un parcheggio dorato in attesa di proseguire poi col loro bullismo a Wall Street o in qualche impresa di esportazione di democrazia.

Ecco, deve essere questa la chiave con la quale interpretare la Weltanschauung dei leader delle Sardine, applicare su scala regionale il volonteroso intento di portare e far provare al Mezzogiorno la bellezza dell’export-import di ideologia e pratica della crescita, del dinamismo laborioso di località e popolazioni che vantano primati di evasione fiscale, consumo di suolo, corruzione, speculazione, inquinamento anche sottoforma di conferimento al Sud di veleni. E al tempo stesso di favorire l’incremento della vocazione turistica di posti che non hanno e non meritano altro che diventare parchi tematici e disneyland nostrane, avendo mostrato l’inettitudine perfino a farsi sfruttare dal padronato interno e esterno, sottraendosi come  a Taranto all’obbligo civico di ammalarsi per conservarsi il posto e di essere sottopagati per conquistarsi il salario.

Non stupisce, in fondo le sardine sono state create per dare appoggio a una regione schierata in prima fila a favore dell’autonomia differenziata, alla stregua di Veneto e della Lombardia, legittimandola e rafforzando la retorica della disuguaglianza tra Nord e Sud come effetto incontrastabile di una legge naturale, riportando alle origini la cosiddetta questione meridionale ed il tema del dualismo e delle due velocità di un Paese troppo lungo, con le terre sotto il confine del sacro fiume affette da un ritardo antropologico e che beneficiano del contributo generoso delle ricadute dello sviluppo di quelle del Nord, prospere e dinamiche ormai logorate dall’obbligo di fare l’elemosina  a un Mezzogiorno borbonico, arretrato, indolente e spendaccione.

È in nome del riscatto che ispira secessione dei ricchi che parlano e agiscono la Lega di Bossi,  Maroni, Salvini e Zaia e di Bonaccini e di chi l’ha votato con l’ambivalenza equivoca di interessi sostenuti da un impianto ideologico divisivo e feroce, di un sovranismo regionale che sogna l’annessione alle province carolinge dell’impero, mentre giù in basso altre geografie vengono giustamente spinte verso l’Africa, verso la subalternità che meritano al servizio del turismo e dello sfruttamento coloniale di risorse, paesaggio, beni artistici.

E infatti possiamo immaginarcela questa scrematura della bella gioventù, che conosce il Sud attraverso i film con Bisio, le storie d’amore nei trulli, dove si realizzano le fortune di startup dell’accoglienza, al suono di mandolini, mentre si intrecciano carole e tarantelle, e in grandi cucine industriose si friggono melanzane e si fa la conserva di pummarola.

Peccato che il loro pensiero sia poi lo stesso di quelli che sul piatto di spaghetti vedevano la pistola fumante, condanna morale e sociale perpetua a essere inferiori, poveri e dunque criminali.


Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: