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Da Gutenberg alle sardine

1539007919project-gutenbergProbabilmente tutti noi da bambini abbiamo letto della rivoluzione della scrittura e poi dell’invenzione della stampa attribuita dall’ipocrisia euro centrica a Gutenberg, ma  quasi mai ci è trovati di fronte al tentativo di spiegare in cosa consistesse esattamente quella rivoluzione. Ancora oggi la tesi corrente sulla nascita della scrittura corrisponde ai criteri del capitalismo borghese, ovvero la necessità di fare i conti sugli accatastamenti di generi alimentari nelle palazzi del potere, insomma sarebbe nata dalla ragioneristica. Magari sarà anche stato così, ma il passaggio alla scrittura ha rappresentato un enorme vantaggio  rispetto alla tradizione orale perché dava la possibilità di confrontare i testi, di approfondirli, di interpretarli, di scoprirne la logica o le antinomie, di meditarli e andare avanti. Nulla del nostro mondo sarebbe possibile senza la scrittura e la lettura, senza le facoltà che essa sviluppa e lo spirito critico che suggerisce. L’introduzione della stampa a caratteri mobili che rese possibile la lettura a molte più persone rispetto a prima. fu in un certo senso uno scandalo per il potere che ama visceralmente l’ignoranza e lo fu non solo in Europa, ma anche in Cina, dove la stampa era stata inventata tre secoli  e mezzo prima. Un’ignoranza che però può anche apparire ricca, quasi sontuosa, può essere declinata in molti modi.

Infatti in maniera inconsulta tra il secolo scorso e l’attuale la lettura è diventata marginale nella formazione delle persone: la televisione e la rete con i suoi video e il suo linguaggio standardizzato, disarticolato, quasi soltanto di natura esclamativa l’hanno in gran parte sostituita, con qualcosa che torna paradossalmente verso il passato, che ricorda la tradizione orale e la sua mnemonica, la sua passività intellettuale accompagnata dall’elefantiasi emotiva, necessaria a colpire l’uditore. Possiamo facilmente immaginare le reazioni all’ aedo che canta primitivi nostoi omerici o rinverdisce il mito con i versi o comanda il coro, nucleo della futura composizione drammatica : come in quei lontani giorni, senza ancora un sistema di notazione delle idee, sarebbe stato possibile sottrarsi alla malia e immaginare un altro mondo? Si potrebbe dire che il pensiero unico e il neo liberismo con le sue insensatezze logiche ed etiche è un prodotto dei nuovi media ancor prima di essere una sua conquista perché essi hanno creato una diversa antropologia e scardinato la coerenza della realtà, disaggregato la società e destrutturato i suoi strumenti, semplicemente rendendo arduo il controllo critico. In queste condizioni non è difficile comprendere come questo degrado cognitivo abbia ucciso la politica che anche ai livelli più semplici richiede un sentimento congruente di realtà e di evoluzione non vissuta passivamente e dunque anche la capacità di resistere ai predatori di risorse e di diritti. Non è certo la prima volta che viene notato questo rincretinimento generale che si manifesta persino nei test del QI per quello che valgono. La sostituzione del libro con il computer e il cellulare ovvero lo stupidphone non ha affatto funzionato come si pensava: non hanno esteso la conoscenza, ma anzi l’hanno ridotta in brandelli inutili, in frammenti che nessuno si dà pena di ricostruire. Sono strumenti impagabili per chi ha acquisito una cultura per sfruttarli e per non farsene ingannare, ma come produttori di cultura sono un disastro, non sono che ripetitori  inconsci del pensiero unico e dei suoi presupposti.

Lo si può benissimo vedere lungo il crinale delle inquietudini che hanno attraversato gli ultimi settant’annni: la generazione della lettura divenuta facoltà di massa, ha prodotto le rivolte giovanili decennio fra il ’68 e la fine degli anni ’70 che ad onta del revisionismo unico obbligatorio ha prodotto una quantità incredibile di idee e di prospettive pur manifestandosi come moto verso la soggettività, quella della televisione è stata capace al massimo di sviluppare il girotondinismo  e quella dei social prima maniera, ancora su pc si è manifestata nella protesta pentastellata poi dissoltasi nel nulla e quella del cellulare ha invece dato come suo massimo il sardinismo, non una protesta, ma anzi una manifestazione di collera verso chi osa mettersi contro il potere costituito di cui sono la massa di manovra. In un certo senso è come vivere in una dittatura non conclamata di cui peraltro ricorrono le piaghe. Leggendo le Memorie del Terzo Reich, di Albert Speer, l’architetto di Hitler, ci si imbatte in un passo quasi profetico a questo proposito: “Fino a un certo livello, i membri del partito venivano educati a pensare che la grande politica fosse una faccenda troppo complicata perché essi potessero comprenderla e giudicarla. Tutta la struttura del sistema tendeva a non lasciar neppure nascere conflitti di coscienza.” Non sentiamo in questo parole l’eco del concezioni del caposardina secondo cui la buona politica è lasciar fare agli esperti?


La scoperte della domenica

pizza servizio domicilio pizzeria-2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chiunque, sia pure a malincuore, si sia piegato all’acquisto online di prodotti, a ordinare una cena o dei generi alimentari  su Justit o su Foodora o su Easy Coop, ha avuto la smentita di una delle balle stratosferiche più in voga: quella secondo la quale gli immigrati servono non per abbassare il livello di pretese dei lavoratori locali, persuasi con la forza e le intimidazioni  ad accontentarsi di salari minori e di minori garanzie  in modo da trascinare in basso anche quelli degli indigeni, macchè, ma per sostituire invece gli italiani che non vogliono più prestarsi a mestieri servili, non qualificati e umilianti.

Non solo le cronache estive, infatti, riportano le vicende di italiane soggette al caporalato che schiattano sotto la canicola, ma ogni giorno suonano alla porta connazionali in veste di pony, facchini, trasportatori. E si tratta non solo di giovanotti e ragazze che arrotondano la paghetta settimanale di mammà, o che hanno alternato il volontariato all’Expo o il disonore a Eataly con l’Erasmus, che si parcheggiano nell’ipotesi remota che si tratti di una tappa intermedia e provvisoria in attesa delle fortune di una startup creativa, ma di quarantenni e cinquantenni che hanno dovuto mettersi in competizione con ridenti bengalesi o enigmatici peruviani,  sfiniti e mortificati e che accettano le rare mance come una vergogna, tutto sommato meno disonorevole dei testimonial di Eni, Enel, inviati a intimorire i consumatori e utenti in veste di racket per strappare un contratto.

La rivelazione del ricambio su base etnica ha colpito anche qualche nostro  pensatore che, effettuato un test per scoprire la deriva del lavoro ai tempi della fine del lavoro, si è fatto  consegnare la domenica di prima mattina qualche delicatessen e che dopo la tremenda agnizione di veder accontentata in tempo reale la sua pretesa, si chiede se non sarebbe giusto che andasse al corriere l’importo della consegna, o se non sarebbe preferibile rinunciare a certi lussi avvelenati,  o meglio ancora se non sarebbe ora di proclamare lo sciopero generale della clientela delle aziende della distribuzione online.

È che di tanto in tanto succede che qualcuno che ha fatto sega a scuola il giorno che spiegavano il plusvalore, tiri fuori il capino dalla cuccia calda della rinuncia volontaria di ricchezze morali e dignità in cambio della sicurezza, per interrogarsi sui confini della responsabilità collettiva e di quella individuale,  dimenticando  che ci sono geografie nelle quali non esiste il mercatino rionale e dove, qualora sopravviva, impone dei prezzi alti destinati a consumi di eccellenza, dove il commercio al dettaglio è stato spazzato via, imponendo il pellegrinaggio nelle nuove cattedrali periferiche, o che qualsiasi merce online costa meno anche con l’aggiunta del recapito del prodotto peraltro assolutamente uguale a quello acquistato nei negozio.

O che dipende anche dalle scelte, sia pure condizionate, dei consumatori il successo di una globalizzazione che ha decretato il successo di sedicenti prodotti di nicchia – quanto grande dovrebbe essere Bronte per rifornire tutti i gourmet di pistacchi? Quanto  estesi gli appezzamenti di fagioli di Lamon e le cave di marmo di Colonnata per appagare il provincialismo gastrico dei fan di Masterchef? – in modo da consolidare l’idea che un prodotto o un oggetto sia più desiderabile e valorizzi chi lo compra e se lo mangi solo se costa di più e se è più raro e quindi esclusivo, e che di conseguenza chi spende è autorizzato a pretendere che chi vende e incarta e consegna la merce sia al suo servizio.

Ogni volta che si affronta il tema dell’apertura festiva dei supermercati, sono gli stessi che si indignano per il destino rio delle cassiere e dei commessi e dichiarano la loro estraneità e innocenza grazie alla rinuncia delle birre da bere davanti a Quelli del Calcio, e più o meno gli stessi che stranamente non hanno collegato questo ennesimo sopruso alla progressiva e accelerata cancellazione dei diritti, delle garanzie e delle conquiste del lavoro, alla base delle “riforme” che hanno obbligato in aggiunta a tutto quello che è stato tolto, il dovere di essere grati ai padroni che concedono un posto e un salario e perfino uno straordinario festivo.

Non stupisce, perché sono perlopiù quelli che delegano il riscatto – ma solo quello della cattiva coscienza, non quello della dignità propria e degli altri – alle piazze delle sardine, dei Fridays for Future, ai flashmob delle Nonunadimeno, cui le commesse di cui sopra non possono partecipare, alle associazioni umanitarie e agli avventizi dell’antifascismo, purché l’ambientalismo si limiti al giardinaggio, con la raccolta delle lattine, quella differenziata, insomma all’ecologia domestica che salva i grandi inquinatori, la giustizia sociale si restringa nei confini della compassionevole prima accoglienza, quella di genere si accontenti di sostituire gentaglia e sopraffattori di sesso maschile con analoghi esponenti del peggio di sesso femminile, mentre intanto, indisturbato,  il liberismo più feroce persegue il suo disegno demoniaco.

Si tratta di un ceto che per occupazione, istruzione, piccoli privilegi ereditati possiede un patrimonio ideale di aspettative e ambizioni, ma che non ha i mezzi per realizzarle nella quantità e qualità che ritiene di meritare. E si limita a un impegno virtuale per le ultime rivoluzioni borghesi concesse quando ormai i diritti fondamentali sono stati alienati e cancellati e ci si deve accontentare dei riconoscimenti elargiti al minimo sindacale come mancette a alto contenuto psicologico.

Tra queste erogazioni controllate e anestetizzanti ci sono anche i mestieri e i lavori inesistenti dei quali ha parlato con un grande successo un libro di David Graeber di qualche tempo fa che ha descritto con tanto di esempi i cosiddetti Bullshits Job, i lavori inutili fini a se stessi, che non hanno lo scopo di produrre,  ma di introdurre nuove forme di controllo sociale nel settore pubblico, nelle grandi istituzioni economiche, nelle multinazionali che agiscono proprio come i regimi socialisti, creatori di milioni di posti per i proletari, come quelli capitalistici che sceglievano la guerra e il colonialismo anche allo stesso scopo, quelli strettamente militari che avevano inventato l’ammujUena:  scavare fossati per poi riempirli.

Ai nostri tempi è la finanza soprattutto che tiene occupato così il ceto dei suoi sudditi di prima categoria, che non rinuncerebbero mai al salario anche se raggiungono al consapevolezza del loro status, ma è una cifra delle grandi “burocrazie” statali e sovranazionali (vi viene in mente un esempio a caso? l’Ue forse?) nelle quali sopravvivono e prosperano topologie bene identificabili di leccaculi, impegnati unicamente a dire si e soddisfare i capricci dei superiori, o a rattoppare i loro disastri, o quelli che il libro definisce gli sgherri, indicando come esempio  i professionisti incaricati di convincere un potenziale cliente che la Bocconi è meglio della Luiss (e in questi giorni li abbiamo visti in opera a magnificare la rigida divisione in classi sociali delle classi scolastiche), o i kapò che non hanno altro compito che controllare altri kapò o alimentare l’attività dei grandi uroburoi generando altre occupazioni altrettanto inutili come in un moto perpetuo.

Non è una consolazione pensare che anche i ricchi piangono, che l’insoddisfazione e la frustrazione sono i mali del secolo, che non è detto sia meglio stare tutto il giorno davanti a un computer a cincischiare invece di consegnare merci col motorino, grazie alla desiderata confusione  tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra posto e fatica, indotta proprio per tenere sotto col bastone e la carota  tutti quelli cui è stata offerta un’unica uguaglianza, quella di servi.


Emilia, la via delle illusioni perdute

torre-prendiparte-5Quando frequentavo l’università o cominciavo a capire il mestiere di giornalista mai e poi mai avrei potuto immaginare che un giorno la corazzata del Pci in Emilia – Romagna avrebbe rischiato l’affondamento da parte di un tizio come Salvini: le città erano ben governate, comunque certamente meglio che nel resto dello Stivale, i servizi funzionavano decentemente, l’assistenza sanitaria altrettanto, mentre i legami sociali erano ancora forti, inclusivi. E tra una manifestazione e l’altra, segno di una vivacità politica vigorosa, spirava anche una certa sensazione di futuro: a Casalecchio di Reno grazie alla collaborazione delle università di Bologna, Padova e Venezia già funzionava il Cineca, il più importante centro di supercalcolo per la ricerca scientifica in Italia, nonché uno dei più importanti a livello mondiale, mentre sui colli della città turrita, facilmente raggiungibile con la 50 special, era in attività un reattore nucleare sperimentale dove si facevano le ossa i laureati in fisica. Era una fetta d’Italia che non esiste più, ma già allora si intuiva la trasformazione di un’idea e di un progetto politico in  sistema chiuso di potere, la trasformazione del Modello Emilia in  Sistema Emilia dove politica, istituzioni, coop e imprese amiche gestiscono ogni cosa.

E’ impossibile dire quale sia stato il momento nel quale le idealità si sono trasformate in affari, è stato un lungo processo iniziato ben prima della dissoluzione dell’Urss, ma forse è più facile identificare il momento in cui questa struttura è entrata in avvitamento, ovvero con la crisi del 2008 che ha portato una parte del sistema a cercare il miglior offerente anche al di là della cerchio magico. E le liste per le imminenti elezioni regionali sono un’immagine speculare di questa situazione con una quantità di transfughi e di passaggi da un’area all’altra che è quasi come seguire i cavallini della giostra  tra i quali spiccano i fuoriusciti cinque stelle. Ma forse la vicenda più emblematica per definire lo stato reale delle cose è che nel centro sinistra di Bonaccini, già governatore dal 2014, nonostante alcune ombre sulle spese pazze, figura come candidato di lusso l’imprenditore Carlo Fagioli già rifiutato dalla Lega. Fagioli è noto per aver tolto un appalto a una cooperativa di facchinaggio, la Gfe, colpevole di aver migliorato le condizioni di lavoro dei dipendenti extra comunitari, applicando anche per loro il contratto nazionale: 500 lavoratori indiani furono licenziati con via sms. Ci furono manifestazioni per mesi, e alla fine vennero riassunti, in cooperative diverse solo i lavoratori che accettavano paghe più basse.

E’ un episodio che smentisce in maniera clamorosa tutti i temi del centrosinistra e conferma invece il fatto che condizioni di lavoro e accoglienza sono solamente strumenti retorici dietro cui si nasconde l’ideologismo globalista, come dimostra anche la vuotaggine del sardinismo di origine renziana che invece di portare sul tappeto temi reali fa del generico qualunquismo anti sovranista, come se poi Salvini fosse davvero un sovranista e non facesse tappetino di fronte a qualsiasi potere esterno. A parte il fatto che proprio il centrosinistra nella richiesta di maggiore autonomia dallo stato centrale ha per l’appunto  espresso un suo sovranismo di natura bottegaia. Non so se quella di riempire le piazze con i rampolli delle coop sia stata una buona idea per far brillare gli ultimi fuochi anche senza più legna da bruciare o se non abbia ancor più mostrato l’inconsistenza e la contraddittorietà di una posizione politica, ma chiaramente è stata una mossa dettata dalla disperazione perché perdere la regione che è la seconda per Pil dopo la Lombardia, significa perdere quasi tutto sul piano nazionale: anche se i voti dem e cinque stelle ci sono anche altrove sulla fascia appenninica, solo in Emilia Romagna fanno davvero sistema e trainano la carrozza. Di certo queste elezioni non avranno vincitori, ma solo perdenti: se il sistema emiliano perderà non sarà per Salvini, ma per un suo collasso interno, per una perdita di senso  e un cambiamento ai vertici  in questo senso non sarà aria nuova, ma solo solo un’altra illusione.

 


Pesce d’aprile o pesce in barile

fis Anna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se sono solo di frutto di fantasia le voci di corridoio che sussurrano come dopo il pistolotto di Rula Jebreal a Sanremo si starebbe negoziando una comparsata del fondatore della sardine, Santori.

Diciamo la verità, la sua presenza avrebbe un’autorevolezza superiore perfino a quella della giornalista che pure annovera nel suo passato una relazione d’amore con l’ex Pink Floyd Roger Waters, per via della competenza musicale che l’idolatrato piccolo imperatore delle piazze ha maturata nell’organizzazione del concerto di sostegno alla campagna elettorale del Pd in Emilia, al quale parteciperanno, come lui stesso ha trionfalmente annunciato,  i Subsonica, gli Afterhours e altri, che ci auguriamo non saranno costretti a intonare l’inno del movimento: “6000 (siamo una voce)” che recita “In questi giorni di politici né carne né pesce tutti cambiano partiti come cambiano scarpe. Papà Mameli ci voleva desti, un po’ in ritardo, ma adesso siamo svegli! Siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando!”.

Ma intanto, sempre a proposito di colonne sonore,  il simpatico giovanotto ci ha tenuto a sottolineare che le sardine avevano già scelto la loro canzone guida: “Come è profondo il mare” di Dalla, ma che poi la piazza invece li ha superati a sinistra cantando Bella ciao.  E i capi, senza il timore di essere tacciati di populismo pop, l’avrebbero assecondata benevolmente: perché, è sempre Santori, un fan degli ossimori,  a fare outing: “Io sono un “moderato di sinistra” ma le Sardine no, nel momento in cui raccogliamo consenso trasversale. La componente più forte del movimento è progressista, ma non lo possiamo definire ufficialmente di sinistra“.

E’ stata una benigna concessione, quella che ha permesso alle piazze di cantare Bella Ciao, ma, ha ribadito più volte,  il movimento “spontaneo” ha  bisogno invece per crescere di disciplina, di autorità riconosciuta  nelle figure che ne incarnano la leadership autonominatasi, e che, sono le sue parole, “prima di insegnare bisogna fare silenzio”, ma non il suo,  se invece reclama l’imposizione di regole, quelle che devono servire all’affermazione della buona politica – come un Veltroni qualsiasi –  quella  con la P maiuscola che consiste nel “delegare qualcuno che è competente e affronta temi complessi”. Insomma  quella  della rivoluzione pacifica e educata che ha come primo obiettivo, propagandato anche in musica con le bande del 19 gennaio, una settimana prima del voto,  battere la candidata leghista in lizza in Emilia Romagna  sullo stesso terreno, quello del federalismo che Bonaccini chiama   pudicamente necessaria autonomia mentre la Bergonzoni lo rivendica sgangheratamente come riscatto secessionista, ma che poi è proprio la stessa cosa  tenersi parte degli introiti fiscali, favorire il passaggio dei servizi ai privati, penalizzare le regioni “fardello” del Sud chiudendo gli occhi indulgenti sulle proprie evasioni locali, consolidare le suole “paritarie” e le università come propedeutiche al lavoro flessibile, impoverendole della loro funzione formativa e pedagogica.

E che guarda con trepida attesa all’altra rivoluzione pacifica, quella del Pd di Zingaretti, l’unico partito che “ha dato retta alle sardine”, come si può osservare dalla determinazione messa nel cancellare le infami misure del nemico n.1.

Se invece poi non ci avesse  pensato, ci sarebbe da suggerire alla Rai di aggiudicarsi la presenza di un così prestigioso influencer, a dimostrazione che, contro quello che in troppi abbiamo affermato alla sua irruzione sulla scena della politica spettacolo, che cioè incarnasse un vuoto di idee, pensieri, valori,  si tratta invece  dell’elemento di coagulo, nelle piazze benpensanti, dei principi del politicamente corretto che ha coperto il massacro sociale al servizio delle oligarchie dominanti.

Tanto è vero che la loro citazione di quella desiderabile nonviolenza, che andrebbe inserita come ingrediente primario nelle ricette del confronto politico,  inteso come negoziato e contrattazione tra i bisogni della classe meno disagiata  che vive qualche rimasuglio di benessere  e i poteri, reclama la fine dell’unico conflitto che fa paura, quello di classe.

Sarebbe un  palcoscenico appropriato il festival canoro, per quel “pieno” moderatamente di sinistra di quei ragazzi dell’età di Giorgiana Masi, di Walter Rossi, oggi vezzeggiati da quelli che hanno preferito dimenticare chi sono stati o che forse non sono mai stati come dicevano di essere, quel “pieno” di chi accomuna nella repulsione per Salvini largamente condivisibile, il disprezzo per chi sta sotto e che non condivide la loro adesione entusiastica alla visione (che unisce Lega, Pd, Forza Italia, Meloni)  neoliberista, mercatista e privatizzatrice, che corre festosa nel ventre europeo sulle rotaie dell’alta velocità, dentro ai tunnel cadenti d’Italia, sui motorini dei pony di Foodora e JustEat, dentro al cosmopolitismo del turismo, dell’Erasmus, e della cucina fusion che offre opportunità i reduci dai master acchiappacitrulli come lavapiatti a Londra o “volontari” all’Expo o a Eataly trasmessa per via dinastica.

Chissà se qualcuno in quelle  piazze si è accorto che era uno scherzo, un pesce d’aprile o un pesce in barile, quando nessuno ha chiamato a raccolta per quell’effetto del succedersi di decreti sicurezza che si chiama “Dosio in carcere” per il reato di opposizione, o contro i crimini della potenza militare che ha colonizzato anche il loro immaginario, pure quelli ampiamente deplorati e messi al bando dalla Carta costituzionale.

Eppure la loro pretesa di innocenza che per opinionisti innamorati rappresenta la loro cifra, la non “compromissione”  cioè “di chi non porta le (tante) colpe di chi in questo ventennio ha assunto ruoli e funzioni politiche”, non li esonera certo dalla responsabilità per il presente e il futuro.

Sono quelle le  responsabilità che sentono invece tanti  che senza tribune, interviste, presenze televisive,  che non hanno i mezzi potenti e gli appoggi necessari a organizzare concertoni che hanno il loro discutibile precedente nelle celebrazioni del Primo Maggio alla memoria dei valori e delle conquiste del lavoro, magari ecumenicamente insieme a Confindustria, rave, adunate, ma che lavorano invece con la controinformazione per far circolare la volontà dei cittadini a partecipare ai processi decisionali che interessano i loro territori, quelli che si battono contro la Tav, le trivelle, le militarizzazioni di intere aree delle loro regioni, per il diritto alla casa, perché Sigonella e Aviano non siano le servitù che dobbiamo a quello che ancora vorrebbe essere il padrone e il guardiano del mondo, alle organizzazioni di terremotati e volontari che da tre anni vivono la vergogna infamante del dopo sisma, di quelli che hanno capito che il razzismo – quello contro gli stranieri e contro il terzo mondo interno – è una declinazione del totalitarismo, come l’imperialismo, il colonialismo, la xenofobia. Che hanno capito che  non basta detronizzare uno scellerato se non si contrasta il reame e il suo sistema, anche quando assume fattezze più accettabili, ma ne applica le stesse regole, le stesse misure, stringe gli stessi patti osceni nell’inferno libico con despoti e tiranni.

Qualcuno degli entusiasti del fan club ha scritto che “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Una teoria che assomiglia tanto alla infatuazione delle croniste “fashion victim” e dei sociologi un tanto al metro per Mary Quant, per il look di Carnaby Street, insomma per la moda che a loro dire veniva dalla strada, per le trovate ispirate agli stilisti dagli outfit della ragazze che mettevano insieme gli abiti di mamma, l’usato militare, le pellicce sintetiche e quelle delle star incantevolmente tarmate.

E infatti si parlava di moda. E   di moda si parla anche in questo caso, e la moda è una cosa seria perché muove capitali, però non smuove invece il capitalismo e non vuole nemmeno lontanamente insidiarne l’egemonia e nemmeno il prestigio, semmai aggiungerci qualcosa che lo rafforzi come l’auspicata “democrazia digitale” in sostituzione futurista di quella reale, in fondo al cassetto dei sogni.

Ma non c’è da stupirsi: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero» hanno rivendicato i leader nel loro manifesto così glamour, che non annovera tra i pericoli ingiustizia e iniquità, catalogati come adolescenti ancorché trentenni, in corsa verso il domani, e che amano “le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

E dire che per anni abbiamo pensato che era da combattere quella pretesa normalità artificiale che omologava, spingendo a una uguaglianza verso il basso: tutti più poveri salvo pochi, tutti più umiliati salvo gli eletti, tutti più servi salvo i padroni, tutti più rinunciatari senza nemmeno il desiderio e l’attesa dell’utopia.

 

 

 

 


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