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Pesci in barile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tremate le sardine sono tornate. Nel mio caso a tremare è solo il buongusto, urtato dall’immaginetta votiva della ventina di esponenti del movimento che ha organizzato una movida sotto al Nazareno, con alla testa gli inossidabili Mattia Santori, Jasmine Cristallo e Lorenzo Donnoli  che esibiscono una t-shirt rossa con la scritta «Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai? 6000 sardine», e  muniti di sacchi a pelo per dimostrare simbolicamente la volontà di proseguire la lotta finchè non troverà ascolto.

E ascolto l’hanno avuto, e vorrei ben vedere, accolti solennemente come Greta dai grandi della Terra più sporcaccioni, blanditi come Lerner quando andava a protestare contro la stampa padrona subito prima di diventare inviato,  vezzeggiati come i “riformisti” dei movimenti studenteschi ricevuti dal rettore in attesa di tutti 30 sul libretto,  assecondati come certi sindacalisti trattati coi guanti dal padrone e piegati a doverosi compromessi in cambio di una gratifica personale.   

Difatti, arrivati, è stato confermato dal coro compiaciuto dei giornali, mascherati e tamponati, muniti, immagino, di un permesso speciale per la trasmigrazione da regione a regione all’uopo trascolorate, accordato, a sostegno della pretesa di autonomia, dal loro presidente smanioso di esibirli in qualità di moscerini cocchieri o dalla sua Coraggiosa vice, dopo aver concionato con l’intento di trasformare il tavolino di Conte in una tribuna “di massello” sono stati ammessi alla presenza di Valentina Cuppi, della quale – colpevolmente – mi ricordo  solo oggi avendo a conferma della sua esistenza politica solo il merito di essere sindaca di una città martire.

Trovando longanime ascolto nella presidente: “nel Pd ci vorrebbero più Cuppi e meno Morassut”, hanno fatto sapere su Twitter, hanno denunciato, ancora su Twitter,  la stanchezza “per una politica fatta sugli schermi e con decine di comunicati”.   “Noi facciamo parte di un campo progressista e chiediamo che si apra una fase Costituente, non per il Pd o per le Sardine, ma per migliaia di persone che da anni aspettano”.  E’ vibrante il tono  di Santori. “Noi tutti in 15 anni, i partiti, le associazioni, i cittadini, non siamo riusciti a costruire una alternativa, e questo perché siamo tutti innamorati delle nostre etichette e delle nostre sigle. L’alternativa ci sarà comunque, spetta al Pd decidere se esserci o no”.

 E siccome “noi ci mettiamo il corpo e la faccia”, dice, “siccome serve una proposta politica credibile, farla non spetta a loro. incaricatisi di portare aria fresca nelle aule sorde e grigie, possibilmente fritta però, perché il fritto per la sardina è la morte sua, no,  non spetta a loro, “bensì ai partiti politici”

Vuoi vedere che aveva ragione Tolstoi quando scriveva che nessuno è più conservatore dei giovani, riferendosi probabilmente ai ragazzi Rostov, a Vronskij,  a Oblonskij, a pallide  dinastie di rampolli aristocratici il cui posto fu poi occupato dai Buddenbrook e dalle casate della grande borghesia.

Così, andando sempre peggiorando, le bandiere della reazione e della moderazione  le sventolano educatamente i carini, i furbetti, i cocchi dell’establishment che puntano su una meccanica annessione ai piccolo potentati locali e nazionali, favorita dalla fine della democrazia e della consegna in forma di delega  ai fantasmi della rappresentanza e da questi ai tecnici e competenti che i baldi giovinotti avevano già implorato di prodigarsi per noi. Sono le stirpi mediocri di un ceto sopravvissuto che fonda la sua pretesa di superiorità sociale, culturale, economica e quindi  morale, sull’inferiorità economica – con quel che ne consegue – di classi scaraventate nella voragine della povertà e della subalternità.

I loro mentori sono Prodi, Fornero, Monti,  i guitti della commedia del benessere che dal profitto di chi ha e accumula e specula per avere di più cospargerebbe un po’ di polverina d’oro sui diseredati, sono gli scribacchini della Gedi che seminano paura per raccogliere servitù, sono gli opinionisti del progressismo che profondendo retorica miserabile mostrano le invidiabili sorti future a disposizione del capitale umano pronto a adeguarsi alla distruzione creativa.

Così ci tocca leggere Concita De Gregorio, la becchina dell’Unità di Gramsci, che ne fa l’apologia per dire che le sardine interpretano i popolo senza populismo:  “Non quella degli opinionisti, dei disillusi, di “culi pesi e tastiere pesanti”, no. Non quella degli intellettuali e dei benpensanti, non quella delle penne fini. La sinistra di chi si sporca le mani, come loro. La sinistra “degli apolidi” che da Nord a Sud cercano casa e non la trovano. Moltitudini, effettivamente. Brava gente che manda avanti l’Italia e non si stanca”. 

C’è da sospettare che gli italiani brava gente che invece conosce lei siano quelli della concorrenza sleale, dei volontari in Africa sotto Graziani, dei fascisti che guidavano su per le montagne i nazisti fino a Sant’Anna di Stazzema, gli italiani braa gente che dice si, che si compiace della delazione allora come oggi contro i dissenzienti della mascherina, del conformismo interessato a mantenersi qualche privilegio grazie a clientelismo e familismo, della spirale del silenzio che assorbe critica e opposizione come fossero colpevoli eresie.

Perché invece la brava gente che conosciamo noi è fatta di quelli obbligati a lavorare senza garanzie, sicurezza, diritti in qualità di essenziali, di ricattati che resistono nel Porto di Genova, di giovani che protestano per la casa e il territorio, di ragazzi che da anni si battono contro l’occupazione militare della loro terra, di anziani che si fanno arrestare per dimostrare che non cedono all’intimidazione della bulimia delle grandi opere.

Pare che una sardina abbia detto, convinta: «Se il Pd non va al popolo il popolo deve andare al Pd». Dovesse essere una scorciatoia per andare al Palazzo d’Inverno, calpestare i sontuosi tappeti, ammanettare presidente e ministri e esporli alla gogna, ci staremmo in tanti, ben più di 6 mila pesci in barile, tanti, almeno quanti un tempo andarono in montagna.     


I Competenti: e se fossero stupidi?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dubito che sia un caso fortuito che pochi mesi dopo che 945 parlamentati hanno approvato la cancellazione del tema di storia dalle prove della maturità, i protagonisti di un fermento ittico che ha occupato le prima pagine e qualche piazza lanciassero un appello rivolto ai competenti chiedendo a gran voce che si prodigassero per salvarci dalla brutalità,  dall’ignoranza, dall’inettitudine e dal dominio di chi trovava ascolto nelle pance di un popolino antropologicamente, ancor prima che socialmente e culturalmente  e dunque moralmente, inferiore.

Dopo il  passaggio meteorico di Mario Monti e del suo esecutivo, avevamo avuto modo di consolarci dell’eclissi del mito leggendario dei tecnici prestati alla politica, degli esperti cui affidare il funzionamento degli ingranaggi della macchina  pubblica, ridotti ormai a somministrare  le loro diagnosi e le loro prescrizioni dalle colonne della stampa ufficiale, con quella spocchia irriducibile e  incurante dell’inanellarsi di fallimenti accumulati in una trentina di anni: scommettendo sull’UE, sulla “disciplina” dei conti, sull’austerità espansiva, sul rispetto dei trattati, sulla doverosa riduzione del debito, sulla bontà delle privatizzazioni, sull’adesione cieca all’atlantismo, sulla coltivazione irragionevole del primato dell’Occidente da salvaguardare dal meticciato e dalle mire espansive di nuovi attori incompatibili con la democrazia e la crescita sostenibile.

Tanto che abbiamo ritenuto si potesse configurare come una naturale reazione alla loro occupazione del sistema, la fiducia data a soggetti di comprovata inesperienza, che rivendicavano la loro impreparazione come una virtù e la loro imperizia come la dimostrazione della estraneità ai vizi e alle contaminazione della combinazione tra malapolitica e malaffarismo.

D’altra parte contava anche il gap generazionale, quello  tra i notabili incrollabili e finora inamovibili e gente che quella stessa nomenclatura aveva condannato a “buone scuole”, università e “esperienze” formative, volontariati e avvicendamento scuola-lavoro, mirate a produrre ignoranti  specializzati, iniziati predisposti a premere lo stesso tasto durante l’intera carriera professionale, tanto da far tornare in auge i fasti dei praticoni diplomati con Radio Elettra.

E come dargli torto se il mantenimento delle leve del potere doveva e deve restare in altre stanze, altri uffici, altri palazzi, e se come, scriveva Rosa Luxemburg, doveva e deve essere accentrato nella mani dei “custodi del tempio del sapere” che è quello accumulato e limitato alla conservazione del dominio economico e dei privilegi che ne conseguono, e amministrato da un esercito di funzionari e burocrati.

Ci voleva l’incidente della storia prevedibile, ma, pare, incontrastabile, di una epidemia diventata una minaccia apocalittica e in quanto tale impiegata per creare una situazione di emergenza civile e uno stato di sospensione dei diritti, per sfrenare la fantasia della corte dei miracoli che propone la salvezza attraverso un redentore in veste di tecnico super partes, che spazzi via, insieme agli avventizi e ai dilettanti, tutte le comparse in scena nelle meschine repliche del teatro della politica,  a sancire definitivamente che il peso e la parola degli uni deve avere più forza di quella di altri una volta, finalmente,  tolte di mezzo le arcaiche regole democratiche (ne ho scritto nella prima parte, qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/02/10/i-competenti-la-corte-del-re-taumaturgo/ ).

Eppure qualche dubbio si è sollevato in passato: il filosofo marxista Costanzo Preve molto esibito dalla destra che si aggiorna sui risvolti di copertina e ancora meno letto dalla sinistra, ebbe a dire che “gli intellettuali sono più idioti degli altri”, intendendo è meglio non fidarsi troppo degli esperti, degli studiosi che basano il loro giudizio e la loro interpretazione sul sapere accumulato più che sulla realtà che li circonda, restii come sono ad ammettere che possa esserci qualcosa che sfugge loro, qualcosa  che non conoscono e che sfugge al loro controllo.

E in effetti questo spiega tutti gli effetti che non hanno previsto, gli errori che non hanno evitato e anche il fatto che le loro profezie, i loro moniti e i loro allarmi siano stati largamente inascoltati.

Un libro stimolante “Radical Choc” di Raffaele Alberto  Ventura riporta il parere del padre della teoria del Cigno nero Nassim Nichlas Taleb – secondo la quale un singolo evento sia pur raro è sufficiente a invalidare un convincimento frutto di un’esperienza millenaria, persuaso che l’incapacità di prevedere il prevedibile insieme all’uso “accademico” di sostenere una tesi basandosi su dati non accertati, di parte susciti il legittimo sospetto che intellettuali e esperti siano stupidi.  Ed è la sociologia che parla di “incapacità addestrata”, riferendosi a quel paradosso secondo il quale a una maggiore competenza corrisponde una superiore incapacità di reagire a situazioni anomale e inattese. Proprio come un eccesso di specializzazione finisce per dare luogo a soluzioni più dannose del problema che si voleva affrontare, confermando un antico proverbio veneto secondo il quale quasi sempre xe pezo el tacon del sbrego (è peggio il rammendo dello strappo).

Tesi questa quanto mai puntuale pensando al ruolo svolto dalla scienza di fronte all’incidente della storia dell’epidemia di Covid, che, con buona pace di Taleb, non può essere definito un cigno nero se da anni era stata preconizzata, se erano state poste tutte le premesse perché un contagio diventasse globale, se le condizioni dei sistemi sanitari nazionali non erano da tempo adeguati gestire un’emergenza.

E difatti mentre le discipline scientifiche, medicina, virologia, dovrebbe essere i territori della ricerca, del dubbio e del confronto di metodi che devono precedere e accompagnare ipotesi, verifiche e sperimentazioni, abbiamo visto i competenti del settore accecati da pregiudizi e posseduti da vanità e deliri di onnipotenza esprimersi per dogmi, dare responsi contraddittori, ricorrere a procedure azzardate che non hanno avuto conferme o sono state addirittura sconfessate, imponendo così scelte politiche, condizionando la giurisprudenza, determinando gerarchie di diritti e garanzie, intervenendo sulle decisioni economiche e gli investimenti.

La potenza  degli esperti e dei tecnici nei momenti di crisi è tale da assumere una rilevanza morale: in questi mesi chiunque osasse contestare la loro influenza esercitata sul processo decisionale è stato prima accusato di ignoranza e primitività, poi automaticamente arruolato nelle file della destra più bieca, quella che nega, insieme alla storia, le conquiste del Progresso, i successi della tecnologia, tutti quei trionfi “innocenti” anche quando la loro traduzione nella realtà comportano disuguaglianze, tremendi effetti collaterali, guerre di rapina, dissipazione di risorse, fame e sete per altri lontani e rimossi. 

Per questo, in nome della fiducia che va concessa ai detentori della conoscenza, a una aristocrazia che abbiamo colpevolmente contribuito a accreditare come élite e che si dimostra nei casi migliori esecutrice grigia e impersonale di dati, procedure e modelli formalizzati da esponenti superiori della classe dominate, oggi siamo stati richiesti di ripetere lo stesso atto di fede nei confronti di un “esperto” della più inesatta, arbitraria, improbabile  e poco plausibile delle discipline, l’economia, esercitata con poderosa autoreferenzialità malgrado abbia nei secoli inanellato fallimenti,  capacità di previsione inferiore a quella degli astrologi, dipendenza ideologica e partica dai poteri, tecnicismi e primato della teoretica.

E così si conferma la convinzione di Bakunin sulle élite di chi vanta delle competenze e le vende sul mercato, in modo da mettersi al servizio del potere in modo che “chi sa di più domini chi sa meno”, ma anche l’intuizione di tanti di noi che hanno capito che il potere simbolico e morale di certi esperti e la loro influenza sia strettamente connessa con la loro dimostrata capacità di garantirsi posti, rendite e prestigio.

Si apre però da ieri la possibilità di diventare noi, da cittadini “dilettanti” a autorevoli psichiatri chiamati a diagnosticare un nuovo caso clinico, quello di un soggetto di studio affetto di delirio di onnipotenza che si crede Napoleone, con in testa lo scolapasta, la mano nel panciotto e la sveglia al collo, che ha messo insieme una accozzaglia di diversamente abili ora forniti di acconcio dicastero, di matti con manie di grandezza, di maniache religiose, di xenofobi compulsivi, persuaso di primeggiare su questa armata di relitti in attesa di diventare primario del manicomio e di poter spendere e spandere il contenuto del forziere dei pirati, anche quello frutto di fantasia malata.  

E magari scopriremo che hanno ragione Preve e Taleb: i competenti potrebbero essere semplicemente idioti. (Fine)


Ora e sempre Maletton

sardine-benetton-toscaniNon sono riuscito a sottrarmi al dovere civile di recitare anche io, come i vergognosi giornaloni padronali, un atto di contrizione per quanto hanno dovuto subire i poveri Benetton, ovvero l’ingresso della mano pubblica in autostrade per una quota del 51%. Un atto profondamente ingiusto a fronte della puntuale e magnanima manutenzione della rete autostradale e ad appena una quarantina di morti: di questo passo dove andremo a finire? Ed è consolante sapere come i grandi giornalisti a tariffa forfettaria, si scaglino contro questa offesa al buon senso,  a questo esplodere devastante dello statalismo che nasconde il diavolo del sovranismo: un buon tema di reprimenda morale per i Serra che hanno cominciato col prendere per il culo i possessori della Golf nera, ma che se la sono accattata alla prima occasione e suonano all’impazzata il clacson contro i pedoni poveracci e populisti. Tuttavia, nonostante i lai e le lamentazioni rituali che servono a fare da schermo, la vicenda si è conclusa a tutto vantaggio dei Benetton, già miracolati da una concessione che per opera di Berlusconi e Prodi è stata una delle più assurde regalie che mai si siano viste:  non perderanno nemmeno un’azione e a detrimento degli italiani che saranno invece costretti, attraverso la Cassa depositi e prestiti, a metterci i soldi necessari ad avere il 51 per cento nella nuova società autostrade in via di costituzione, così che finiranno per pagare la gran parte delle spese di ricostruzione e i 10 miliardi di debiti dei Benetton nonché la manutenzione autostradale da essi trascurata. In più a condizionare lo stato dei nostri servizi pubblici essenziali, come in un terzo mondo accuratamente ricreato, ci saranno partecipazioni di colossi come Blackstone che di ponti ne lascerebbero crollare anche cento prima di mollare l’osso.

Infatti l’ eccezionale aumento azionario che si è verificato alla notizia di questo fallimentare accordo, fatto passare come sventura per i Benetton e grande vittoria del senso di cittadinanza,dimostra come si tratti sia  in realtà un compromesso al ribasso aperto ad ogni possibile futura manipolazione, che non revoca la concessione, ma semplicemente la ammorbidisce e l’allarga a nuovi soggetti consentendo ai Benetton di continuare a guadagnare sulle autostrade e presumibilmente di continuare a brigare per tenersi in gioco in un’attività ormai cruciale per il gruppo: i maglioncini sono ormai un ricordo e costituiscono il 5 % dell’attività  che con i soldi facili raccolti ai caselli si va specializzando nella gestione viaria anche in altri Paesi a partire dal Sudamerica. E da oggi questo avverrà anche con i nostri soldi.

Ma la cosa più stupefacente di tali cronache è il fatto che il vecchio  patriarca, Luciano Benetton si lamenti di essere stato trattato come una cameriera, senza nemmeno gli otto giorni di preavviso, (ma in un Paese decente sarebbe stato sbattuto fuori un mese dopo il crollo del ponte Morandi e senza un soldo) nonché di essere stato “espropriato”. Questo la dice lunga sulla mentalità di questi imprenditori che si prendono la concessione, magari  senza nemmeno metterci un quattrino , ma che si sentono ugualmente padroni assoluti forse aiutati in questo dalla complicità di un ceto politico indecoroso e da scriba e farisei di ogni tipo. Forse bisognerebbe spiegargli che i “muri”, ossia la autostrade, sono e rimangono dei cittadini italiani, che lui è solo un gestore pro tempore, la cui incapacità ed immoralità  è sotto gli occhi di tutti. Ma pare che per inveterata tradizione le concessioni in Italia entrino immediatamente nell’asse ereditario e che per nessuna ragione possano essere revocate. Nemmeno la più sconquassata o la più criminale e del resto ci troviamo in un mondo dove la coerenza e lo stesso diritto vacillano: pensiamo che nel 2015 l’Europa di scagliò contro le concessioni eterne, mentre in questi giorni sono giunte forti pressioni per non “danneggiare” Benetton e gli interessi tedeschi in Autostrade.

Il fatto è ancora più irritante perché Benetton non è uno che magna e tase o che come certi tycoon fa sfoggio di  stupida tracotanza, anzi  da decenni ha intrecciato la propria immagine pubblicitaria con una sorta di programma didattico politicamente corretto sul mondialismo neoliberista costruito con gli scatti di Oliviero Toscani. Così ci vende miriadi di united colors, ma poi fa una strage di oltre mille persone persone in Bangladesh per la quale ha pagato meno di un ricevimento in una delle sue ville, magari di quelle con le Sardine, lascia cadere ponti in Italia facendo decine di morti e protesta perché vuole continuare ad avere la concessione, devasta il palazzo veneziano dove sorgevano le poste e sempre in laguna fa scempio di un isola costruendo un  mega albergo poi rivenduto alla speculazione internazionale. Quello a cui tiene in realtà è solo il colore dei soldi, ma non bastano mille Toscani a cambiare la natura di un  magliaro. E dei suoi complici al governo.


Il Bel Ami dei potenti

sardinaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Noi saremmo per lo ius soli puro, ma siamo convinti che prima serva un’opera di sensibilizzazione, di educazione del popolo“, comunica pensoso all’AdnKronos, Mattia Santori, dopo il raduno  tenutosi a Roma, con “circa 3mila persone in piazza, con il massimo della sicurezza e delle norme per il distanziamento sociale e precauzioni sanitarie“, per manifestare contro il razzismo e in memoria di George Floyd.

Occorrerebbe insomma una “educazione di massa“, per dare dignità “ad un argomento così importante e per sottrarlo al rischio di strumentalizzazione“, in un Paese che, a detta dell’altra sardina leader in quota rosa, “è il più ignorante d’Europa”.

Niente paura, mica  è Pol Pot quel fessacchiotto che è piaciuto alla gente che piace e vuol piacere,   venuto su più che  col Libretto Rosso con Smemoranda, più in sintonia con la Fedeli che con Lan Ping.

Volendo  proprio rifarci a precedenti pedagogici a me fa venire in mente un delizioso romanzo di Colette, Gigi, da cui è stato tratto un incantevole film degli anni ’50, nel quale una zia, conclusa la sua carriera di mondana di lusso, indottrina con lezioni settimanali la nipotina in modo che possa intraprendere la sua stessa carriera, imparando le buone maniere a tavola e a letto, per mettersi al servizio di danarosi protettori che possano garantirle la sicurezza economica in cambio delle sue prestazioni.

Ricordando la celebre scenetta nella quale la cocotte insegna all’ingenua fanciulla come si mangia la caille en sarchophage o come si sceglie un sigaro cubano o un Porto d’annata, si può sospettare, scorrendo il curriculum dell’intraprendente Bel Ami che ha sedotto opinionisti, sociologi, comunicatori, chi abbia avviato alla professione il Sartori giovinetto, quale maestro  gli abbia impartito quella didattica che ne ha fatto un cortigiano d’alto bordo: qualche patriarca in perenne apostolato a testimonianza incrollabile del verbo dell’Europa che crolla, qualche principe di una dinastia imprenditoriale  così dinamico da travalicare anche gli angusti confini della legalità per affermare il suo spirito di iniziativa.

Sono sicuramente loro che lo hanno ammaestrato prima di tutto alla ripulsa per un altro slogan: servire il popolo, occupati come sono sempre stati a servire invece qualche padrone.

Anche la parola popolo è probabile oggetto di disapprovazione, per via della radice comune con l’osceno fenomeno designato come populismo e che definisce la condizione di malessere, preambolo di fermenti rozzi e irrazionali, della plebe quando è stufa e arcistufa delle scelte dell’establishment che la danneggiano.

E d’altra parte la sicumera del fenomeno, che sarebbe durato una breve stagione se non fosse oggetto del sostegno dell’establishment né più e né meno dell’antagonista, anche quello funzionale in qualità di nemico .1, nasce anche dai riconoscimenti di status e di missione:  il vocabolario Treccani riserva un lemma,  accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”)  definendo Sardinechi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Ma è sicuro anche  che il giovanotto ormai imbolsito ci metta qualcosa di suo quando parla di educazione, intesa come bon ton. E che la interpreti   proprio come la zia di Gigi, scegliere la pinze giuste per asparagi e chele di aragosta, essere sorridenti per non andare a noia degli augusti sponsor che altrimenti vanno a scapricciarsi altrove, realizzare quella leggerezza compiacente che tira più di un carro di buoi.

Quella cioè che consente di galleggiare in superficie con il materassino di un antifascismo circoscritto alla condanna della “comunicazione” di certi  vecchi arnesi nostalgici o di certi nuovi attrezzi rei della stessa ignoranza sboccata che trova seguito nella plebaglia zotica che va in piazza senza mascherina, di un progressismo che riserva le occasioni ai meritevoli, quelli nati bene, provvisti di rendita e protezioni, disponibili a fidelizzarsi fiduciosamente, cosmopoliti grazie a esperienze di turismo low coast, Erasmus (ma da Sud a Nord), master all’estero pagati dai nonni, gli stessi cui poco educatamente, viene rinfacciato di pesare sui bilanci statali e di avere rotto i patti generazionali.  O di un antirazzismo inteso come generosa accoglienza a termine di braccianti, donne delle pulizie, manovali e pony provvisoriamente emergenti dalla colpevole clandestinità, di un solidarismo retrocesso al compassionevole permesso di ammissione ai suoi flash mob in qualità di casi umani, di testimonial di condizioni di disagio: disoccupato, nero, islamico, donna.

Purchè naturalmente la denuncia tramite intonazione di Bella Ciao o Com’è profondo il mare, non contenga nemmeno la più velata allusione a possibili valori anti-sistema, a irresponsabili e sterili contenuti anticapitalistici e pure alla contestazione di trivelle, alte velocità, ponti e altri interventi illuminati che potrebbero avere l’effetto di educare la marmaglia al lavoro, nei cantieri, sulle impalcature, sulle strade, mentre lui li osserva dal suo monitor grazie alle portentose opportunità delle attività a distanza che hanno ormai convinto anche i pensionati che controllano gli stradini dal sofà di casa con il tablet sulle ginocchia.

È veramente un paradosso che a voler insegnare qualcosa sia qualcuno che irrideremmo su Fb in qualità di frequentatore dell’università della vita e che guarda come a riferimenti culturali i padrini della Buona Scuola e  che a voler mostrare la bontà dell’integrazione e del riconoscimenti identitario degli ospiti sia qualcuno che si è speso per l’elezione di chi vuol mandare nei campi gratis, in sostituzione dei lavoratori immigrati a salario irrilevante, i detentori di reddito di cittadinanza e gratis.

O che a parlare di ius soli, al minimo concesso dalla realpolitik  riformista – sotto forma di regolarizzazione di un esercito di manodopera già presente e utile a creare le condizioni per il ricatto e l’abbassamento della richiesta e dell’aspettativa di remunerazione e diritti, sia qualcuno che lo ritiene una necessaria elargizione controllata da riservare a chi si “merita” la cittadinanza e da somministrare con cautela anche alle tribù indigene che mostrino le doverose qualità di garbo, indole all’obbedienza e all’affiliazione.

Non varrebbe neppure la pena di parlare ancora del successo di critica di quelle faccine pulite  che hanno potuto effettuare la scalata ai titoli di testa della stampa padronale per via dell’incarnazione dell’innocenza infantile, dell’integrità che non è stata mai messa alla prova dal compromesso indispensabile alla sopravvivenza, che ci hanno pensato mamma, papà e poi padrini influenti, sociologi adescati da quei musino sorridenti e da quella festosa superficialità al servizio di ogni causa politicamente corretta: nozze gay quando i matrimoni e le convivenze sono un lusso, adesione alla religione del mercato e al mercato delle religioni, adempimento della funzione difare da tramite tra l’impegno civico e il mondo politico”,   come ebbe a scrivere alla loro apparizione il Manifesto reclutato in veste di house organ del Pd applaudendo a quell’incontro di società civile virtuosa e buona politica di Zingaretti, Bonaccini, De Micheli, Franceschini & Co.  

E quanta ammirazione è stata riservata all’adattamento entusiastico alle regole della convivenza civile e del decoro, dalla Bossi-Fini alla Turco Napolitano fino alle disposizioni di Minniti, fino alla promulgazione dei decreti sicurezza dell’innominabile, oggi ormai largamente superati dallo stato di eccezione sanitaria e democratica che ha fatto dire a qualcuno innamorato delle sardine, come certi professori alle prese con qualche Lolita, preoccupati dei fermenti di quei “margini” zotici e ignoranti, che questo ultimo 25 aprile dimostra che “l’obbedienza è una virtù civile”.

Per non parlare di quei richiami all’unità nazionale che è legittimo rompere solo odiando chi odia, che consente di arruolare qualsiasi voce critica nelle file dei salviniani e dei pappalardoni, e che è lecito sospendere solo quando si divide in due un paese, chi ha diritto a essere protetto dalla malattia quando il livello di emergenza ha superato la normalità criminale nella quale ci è concesso di sopravvivere per meriti generazionali, contributo al bilancio padronale, e chi è obbligato a esporsi da predestinato al sacrificio e all’abnegazione imposti dalla comando: o la borsa o la vita.

Ma d’altra parte succede che le cose importanti  vengano affidate ‘mmane e‘ criature, come ‘a pazziella, per impotenza o volontà esplicita di chi le ha rotte, rovinate, buttate via e umiliate, come l’educazione e la volontà e dignità del popolo.


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