Archivi tag: Rizzoli

Manganelli e segnalibri

1354202455-Farenheit451Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Il Paradosso. Sottotitolo L’inquieta storia di un giovane del XX secolo”, editore Pagine, 2011. Il volume (218 pagine) si colloca nel panorama editoriale come un’analisi coraggiosa, una ribellione morale ed intellettuale, un gesto di responsabilità nei confronti degli italiani …. per rivendicare l’esigenza di una politica sana, mirata a salvaguardare gli interessi dei cittadini, contro una politica, invece, totalmente aliena e lontana da quest’ultimi. È Silvio Berlusconi a scriverlo in veste di prefatore dell’autobiografia di Antonio Razzi, cui seguirà qualche anno dopo un nuovo bestseller “Le mie mani pulite” e poi “Un senatore possibile”.

Da un male si deve far nascere un bene ancora più grande. Questa filosofia, con la sua semplicità e con il suo ottimismo di fondo, mi ha sempre accompagnato in tutte le vicende della vita” Qui è lo stesso Berlusconi che presenta una raccolta dei messaggi ricevuti in occasione dell’empio attentato di Piazza del Duomo per i tipi della Mondadori. Almeno lui per pubblicare i suoi sacri testi, si è comprato una casa editrice, che però mette a disposizione di suoi fidi quando si producono in opere e operette ad alto contenuto morale.

E infatti la fascetta sul libro della Mondadori, 2016, recita: “Resteremo vigili e lo faremo per i nostri figli, per consegnare loro un’Italia ancor più libera e sicura nella quale vivere. Il nemico è forte; i nostri valori democratici e i nostri principi liberali lo sono di più. Molto di più. Per questo vinceremo” e riassume il messaggio di “Chi ha paura non è libero”, autore Angelino Alfano.

Mi sono sempre chiesta il perché alla destra e ai suoi dirigenti venga l’uzzolo prima o poi di dedicarsi alla letteratura, con l’ambizione, dopo aver menato le mani, come Francesco Polacchi, manager della Casa editrice Altaforte che dice di sé: “Io sono un editore, ma prima di essere un editore sono un militante di CasaPound, e non mi vergogno di questo”, di menare la penna, come Salvini che già nel 2016 dava alle stampe “Secondo Matteo” per la Rizzoli dove si raccontava per la prima volta in un libro in cui ripercorreva la sua lunga militanza e presentava il suo progetto politico. Anche l’altra destra non si è sottratta all’obbligo di erudire il popolo sulla buona politica e il suo impegno epurato di certi eccessi grazie al bon ton neoliberista: La differenza tra la sinistra e il nazionalpopulismo consiste proprio in questo: la sinistra ascolta, mentre i populisti fanno finta di ascoltare, quando invece il loro unico obiettivo è di tenere incatenata la gente alle proprie paure, scrive Minniti ministro in “Sicurezza e libertà”, Rizzoli, 2018, ammonendo che  la connessione del mondo è ormai irrefrenabile, per illustrare ai lettori il suo progetto ordoliberista.

Me lo chiedo ancora di più in occasione della polemica che scuote il Salone del Libro disertato da una inorridita schiera di autori per via appunto della presenza di Altaforte, che ha editato e presenta “Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio”, a cura di Chiara Giannini, nel pieno della campagna elettorale per le europee, e cui la pilatesca  direzione della kermesse, che pure in passato ha boicottato presenze disonorevoli, purché però d’oltremare, ha risposto che “Casapound non è fuorilegge” e dunque legittimata a partecipare con tutti gli onori a un “progetto culturale”.

E dire che un tempo avevamo pensato ingenuamente che per certi tipi il riscatto dalle frustrazioni e dalla marginalità trovasse sfogo in bombette incendiarie, botte, olio di ricino, pogrom contro i rom, irruzioni in sezioni di partito, sodalizi con delinquenza e malavita sanciti da vigorose e maschie strette di mano e saluti romani sugli spalti delle curve.

Invece da qualche anno, troppi per la verità, è in corso un affrancamento da questi stereotipi arcaici e la promozione a attori e operatori culturali per soggetti noti alle forze dell’ordine per altre performance ma mai sufficientemente puniti e estromessi dal consorzio civile, grazie alla benevola accettazione di chi indovinava in loro affinità dimostrate da qualche dichiarazione espressa proprio in questi giorni da dirigenti del Pd di Torino: contro No Tav: “Finalmente la polizia fa assaggiare i manganelli”, all’indulgenza bonaria di chi li definiva innocui fenomeni folcloristici,  alla tolleranza non disinteressata di chi voleva persuaderci che fosse arrivato il tempo della pace sociale per cancellare anche la memoria dello scontro di classe e l’età dell’uguaglianza: buoni eguali ai cattivi, ragazzi di Salò uguali ai Cervi, Riva uguali agli operai dell’Ilva, banchieri uguali a chi riba la mela al supermercato.

E figuriamoci se anche per via del nome stesso, non veniva favorita la redenzione del circolo ospitato in una sede prestigiosa concessa da un sindaco progressista  anche lui autori di testi immortali, e dei suoi vertici che tanto hanno fatto per cancellare l’indegna abiura e l’anatema lanciato dalla mafia culturale della sinistra contro autori in odor di fascio-nazismo,  con particolare preferenza per quelli che con sdegnosa fermezza non hanno mai fatto autocritica. Si deve a questi non temporanei accordi di impresa la presenza di certi figuri non solo nelle liste elettorali invece che in quelle di proscrizione, non solo nelle piazze della Lega che inneggiano ai killer di Cucchi proprio come i confindustriali applaudono agli assassini della Thyssen Krupp, ma anche nelle feste della morta Unità, nei seminari delle leopolde periferiche, nei faccia a faccia sorridenti con Mentana e altri intrattenitori, nei garbati confronti con intellettuali di ambo le parti diventate ormai la stessa.

Se tutti i protagonisti di questa vicenda altro non sono che gli esponenti di un ceto vecchio e marcito nelle varie declinazioni del consociativismo politico e pure sindacale, nell’omologazione feroce che rende tutti innocenti per via delle stesse colpe, che poi sono quelle di chi promuove interessi opachi e privati contro quello generale, di chi impiega il permissivismo e le licenze arbitrarie come schermo della repressione di diritti e garanzie e conquiste, quelli che consentono la morte di lavoro magnificando un futuro in cui la fatica la faranno i robot, allora un evento come quello di Torino diventa un congruo contenitore.

La grande editoria così come i media tradizionale annaspano cercando delle scialuppe di salvataggio nel mare  della rete, delle tecnologie, dell’innovazione, senza averne mai saputo e voluto coglierne le opportunità che per loro sono ormai e largamente ostacoli, perchè ne minacciano l’egemonia, perché prevedono l’estensione dell’accesso alle informazioni e al sapere  che è il loro territorio di dominio più ancora che di mercato  se diamo retta alle statistiche sulle vendite in calo, alla percezione sulla “qualità” dei lettori, ai cataloghi di titoli, nei quali i fenomeni editoriali d successo di  critica e di pubblico destano raccapriccio in chi non è tifoso della Roma, nemmeno dell’Europa salvata da Rumiz, o delle narrazioni in giallo-rosa, o delle considerazioni dall’amaca degli irriducibili del Pd, o degli escursionisti del revisionismo storico.

In fondo siamo in presenza di una moderna rivisitazione di Fahrenheit 415, non occorre bruciare i libri, basta scrivere, pubblicare e far circolare quelli brutti e vigerà l’ignoranza e l’ubbidienza.

Ps

Mentre pubblico questo post, scopro che la scrittrice Michela Murgia motiva con dovizia di particolari la sua partecipazione al Salone del Libro: io ci andrò, dichiara orgogliosamente,  e ci andranno come me molti altri e altre. Lo faremo non “nonostante” la presenza di case editrici di matrice dichiaratamente neofascista, ma proprio “a motivo” della loro presenza. Siamo convinti che i presidii non vadano abbandonati, né si debbano cedere gli spazi di incontro e di confronto che ancora ci restano. Ci sono casi – casi come questo – in cui l’assenza non ci sembra la risposta culturalmente più efficace. Per questo motivo non lasceremo ai fascisti lo spazio fisico e simbolico del più importante appuntamento editoriale d’Italia.

La tentazione è sempre quella di punire la femminista che fa campagna elettorale con Adinolfi, la visionaria che in barba alla Clinton e alla Pinotti, pensa che basterebbe cambiare Patria in Matria per fermare le guerre, quella che ha prodotto l’etilometro per le sbornie di salvinismo, con la pena più tremenda per una come lei: collocarla in un meritato cono d’ombra, senza degnarla di attenzione e visibilità.

Ma vale invece  la pena  di segnalare il corso che sta prendendo l’antifascismo grazie agli attuali usignoli dell’imperatore, non certo inedito né sorprendente, quello dell’entrismo, della resistenza integrata al sistema neo liberista. E poi dicono dei 5stelle al governo con il babau…quando guarda che si fa per qualche salto in alto nella classifica dei più venduti

 


Un premier in salsa Thai

Anna Lombroso per il Simplicissimus

THAILANDIA: GOVERNO INSODDISFATTO DEI MEDIA, PUBBLICHERÀ SUO GIORNALE (Adn Kronos/Dpa). Eh si, veniamo informati che il governo militare thailandese è in procinto di pubblicare il proprio organo si stampa per contrastare quella che viene vista come una copertura mediatica negativa.  “For the People” (pare che questo sia la testata),  sarà pubblicato alla fine di marzo e verrà distribuito gratuitamente. Recentemente, il primo ministro Prayuth Chan-ocha,  è rimasto irritato dalla copertura mediatica del suo governo, chiedendo ripetutamente ai media di smettere di criticarlo, dal momento che stava facendo del suo meglio in circostanze difficili.

La notizia non deve essere sfuggita al Prayuth Chan-ocha de noantri, che l’avrà presa come caso di studio da imitare nella delicata fase di “razionalizzazione” e “valorizzazione” dell’informazione, grazie alla sua riforma della Rai, alle previste restrizioni della comunicazione in rete, a quelle prevedibili in materia di intercettazioni, alla caccia spietata a gufi, rosiconi,  alla criminalizzazione di una opposizione peraltro taciturna ed ammansita dalla minaccia di una esclusione elettorale, soprattutto  all’uso di mondo della menzogna e del ricatto come sistema di governo, dopo l’era della lusinga, dell’illusione e  del marketing delle promesse.

Se ci aggiungiamo, a conferma che il patto del Nazareno è soprattutto una inossidabile operazione commerciale per assicurare la posizione dominante a un azionariato industriale e politico, l’annunciata “fusione” tra Mondadori e Rcs – con la quale Mondadori acquisirebbe i quotidiani (Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, lo spagnolo El Mundo), i periodici (Oggi, Amica), le radio (Radio 105, Radio Montecarlo), tv sul digitale terrestre e sul web, agenzie di pubblicità, servizi di distribuzione e altre attività, ha pure una divisione libri che detiene circa l’11,7 per cento del mercato trade (secondo gruppo italiano, dietro Mondadori), oltre ai “marchi” Rizzoli, Adelphi, Archinto, Bompiani, Fabbri, Marsilio, Sonzogno e la spagnola La Esfera de los Libros, Rizzoli Lizard  e la storica Bur – allora abbiamo la conferma di un futuro segnato dal Partito unico, dall’Informazione unica, dall’Editore unico e presto dal Libro unico dell’Autore unico e tremo immaginando quali possano essere. Mentre non ci sarà il Pensiero unico, solo a causa dell’assoluta mancanza di pensiero dietro ad azioni dinamiche e perentorie finalizzate solo a escludere i cittadini da ogni processo decisionale, sociale, civile e democratico in modo da favorire profitto, nutrire insaziabile avidità, promuovere sfruttamento su larga scala.

Franceschini, che non ha battuto ciglio sulla scalata alla Rai rivelando un’arcaica propensione a ritenere   spettacolo, intrattenimento  e informazione come corpi estranei alla cultura,  continua a dirsi preoccupato per il “settore molto sensibile” del libro ma si affida all’autorità garante della concorrenza e del mercato   “un’autorità indipendente che valuterà secondo le regole del nostro ordinamento se c’è un rischio di trust o meno”. Stiamo sereni:  la stessa autorità prendendo spunto dal piano  Renzi per la banda larga, si è estasiata:    “è uno sforzo che raramente abbiamo visto prima. Anzi è uno sforzo mai visto. A cosa porterà vedremo”, esprimendo entusiasmo incondizionato per l’azione del governo.

Insomma saremo dominati da  un colosso editoriale che non avrebbe pari in tutta Europa, fagocitando il mercato del libro in Italia per il 40 per cento, esercitando  un formidabile potere  condizionante nei confronti degli autori, delle librerie, condannando a lenta morte le piccole case editrici. E da un ancora più tracotante monopolio televisivo se il Biscione si man­gerà il Cavallo, con la  con­trol­lata di Media­set, che a sua volta con­trolla la rete di tra­smis­sione della società,  pronta a mettere le mani su Rai Way, l’omologa società della tv pub­blica, in parte quo­tata, da novem­bre, in borsa, cosicché  l’Italia potrà vantare il primato di essere l’unico Paese europeo nel quale i produttori di contenuti possiedono anche le reti.  Operazione favorita  dalla improvvisa e sospetta smania del premier ad accelerare la riforma della gover­nance della tv pub­blica, sulla quale si attende il parere anche quello non imprevedibile del consiglio di amministrazione  di viale Maz­zini, dove alloggiano tra l’altro   quell’Anto­nio Verro, del quale si dice effettui monitoraggi quotidiani dei programmi sgraditi al patron della concorrenza,  e Anto­nio Pilati, suggeritore a suo tempo  della legge Gasparri.

Le rottamazioni dell’esperto in telecomunicazione in virtù della partecipazione alla Ruota della Fortuna, vanno sempre nello stesso verso: esautorare le gestioni correnti controllate da quel che resta dei partiti, per accentrare in capo al governo la scelta dell’amministratore unico,   con poteri ampi, come in qualunque azienda privata.  Così sul cavallo di Viale Mazzini salirà in groppa un Cavaliere solo, anzi due, quello vero e il suo scudiero, tramite personalità insospettabile, uno di quegli spaventapasseri, di quei manichini impagliati che Renzi sceglie per fare da paravento alle sue magagne.

Per oltre vent’anni le nostre scelte, i nostri consumi, i nostri desideri, il nostro voto sono stati condizionati dai format Mediaset, da quella realtà artefatta che scorreva parallela alle nostre esistenze, che ibridava politica e spettacolo, cittadinanza e visibilità, e che ci ha convertiti da cittadini in teleutenti, da elettori in spettatori che si esprimono con sms sulla sopravvivenza all’Isola dei Famosi o sull’affermazione di giovani e ambiziosi talenti.

In molti devono aver dato la preferenza a uno di loro, il più cinico, il più spregiudicato, tanto che è stato scelto e incaricato al di fuori delle regole democratiche, anzi, contro di esse. Aiutato dal disprezzo che quel che restava della sinistra riservava all’immaginario della “gente comune”, consegnata ai giochi dell’illusionista e poi del suo figlioccio.

Personalmente mi fa paura la minaccia della costruzione di quella tremenda macchina propagandistica che ha in mente, replica su scala di quella dei suoi padroni fuori di qui e al loro servizio, per trasmettere i diktat ricattatori delle sanzioni europee, per amplificare i messaggi intimidatori di chi guida le grandi campagne contro i nemici della civiltà, per dirigere la quotidiana diffamazione nei confronti di chi è renitente all’ubbidienza, ma anche per animare l’atmosfera elettrizzante delle false promesse, dei falsi risultati, della falsa occupazione, per somministrarci l’euforia fasulla delle Grandi Opere, dei Grandi Eventi, dei Grandi Manager. E che non ha nemmeno bisogno della vecchia televisione universalista,  e meno che mai dell’informazione, superflua in presenza di una comunicazione pilotata,  rivolta com’è  a instaurare relazioni solo private e personali, magari tramite tweet, con individui sempre più soli e labili, sempre più spaesati e diffidenti.

Macché fiction, la nostra realtà è un cinema verità, ma del filone catastrofista.

 


La scrittrice di papà

Massimiliano+Fuksas+Elisa+Fuksas+tGro7cICYs0mAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non passa giorno che insieme a qualche sciabolata non ci venga inflitta qualche puntura, come quelle provocate dalle spine delle rose, che quando ci passi un dito ti rammentano il piccolo dolore o il malumore. Viviamo tempi di feroce riscatto di premier fighetti, ministre squinzie, ancorché, ambedue le categorie, pericolosissime, esponenti quanto mai rappresentativi di batterie allevate nel privilegio e destinate a coronare ambizioni, collezionare successi facili, percorrere carriere puntellate da fidelizzazione, appartenenza, assimilazione spregiudicata.

Di sicuro sono più gradevoli a vedersi di no tav incazzati, operai di Pomigliano umiliati, inservienti di Autogrill stremati, che vengono di tanto in tanto mostrati in ostensioni dolorose quali esponenti di un’altra Italia,  resi casualmente visibili come monito e raccomandazione a subire, a ubbidire, per non finire nella loro stessa voragine di esclusione.

E così si può far finta che, a meno che non si provenga appunto da sacri lombi, da famiglie e dinastie, da allevamenti ben curati di legioni sia pure esigue di vincenti, esistano ancora pari opportunità sia pure a costo della rinuncia a dignità e rispetto di sé, a costo di conformismo o di illegalità, a costo di compromessi e abiure.

Così se si vuole pubblicare un libro o si paga un editore Juke box, o ci si prostituisce con qualche illustre protettore e sponsor, o su cucina in Tv, o si partecipa al più feroce dei reality. Oppure, meglio ancora, si è figli di …  E ieri sera la Sette – che non manca mai di proporci vecchi e nuovi boiardi, trasgressori redenti da rughe e muscoli frolli, venerati maestri che ammirano nei giovani coglioni la memoria di come sono stati, tutti in odor di renzismo, che se qualche volta dà voce alla luce dell’intelligenza e dell’anticonformismo, lo fa fuori dalle fasce protette, vedi mai che mietano qualche vittima – ha esibito il “divertentissimo” ma al tempo stesso profondo parto letterario di una figlia di.. che il un barlume di autocoscienza ha intitolato proprio così il suo libro edito da Rizzoli. Il tutto davanti a un Remo Bodei sconcertato di essere stato chiamato a dialogare e discettare con quei due monumenti di fatuità, arroganza, iattanza giovanile e non, futilità vanesia: Gruber e appunto la figlia di, in questo caso, Fuksas, l’archistar più costosa di Calatrava, più burbanzoso di Piano, più snob di Mendini. Il tema, prendendo spunto dal libro della graziosa e schizzinosa ragazza che ne parla così: “Non è la mia storia, ma quella di coloro che come me cercano di realizzare se stessi”, era l’originale confronto tra padri e figli, i patti generazionali, i vincoli che gli uomini hanno stretto tra loro anche nelle grotte di Altamira e che oggi sembrano farsi più labili, più fragili, più minacciati.

Di architetti ne conosco, spesso invece di progettare nuvole vorrebbero trovarne una dove collocarsi invece di insegnare applicazioni tecniche, di figli di architetti ne conosco e di solito i genitori li dissuadono da seguire le loro orme, a meno che non siano titolari di studi ben avviati e tenacemente posizionati nel sistema di piccoli e grandi appalti. Così a pensarci bene anche se la giovane Fuksas ha studiato architettura, le dobbiamo gratitudine, meglio un probabile brutto libro, che un ponte sbilenco, una nuvola inutile, un altare di cemento dedicato allo sperimentalismo e inabitabile.

Guardandola, pensosa, meditativa, con quel distacco dalle terrene miserie come a volte succede di vedere negli imbecilli riflessivi, sollecitava l’immancabile urlo: va in miniera, va a lavura’, servono braccia all’agricoltura e più ancora alla raccolta dei rifiuti. Soprattutto sentendo quella sua delicata rivendicazione di “servizio”, quella sua ammissione di appartenenza al ceto privilegiato che la leggiadra creatura offre come un dono agli altri, perché conquistino ragione di esistenza, coscienza di sé e si “risolvano” anche nelle complicate relazioni con padri ingombranti, in quanto ricchi, potenti, affermati, prevaricatori, influenti.

Mai vorrei tornare indietro, in famiglia si raccontava che le due intelligenti e creative figlie di Cesare Lombroso, che spesso il padre italiano dell’antropologia criminale condannava a ruoli di ghost writers da vero padre padrone, per affrancarsi scrivessero favole, una con il nome di Zia Mariù (e qualcuna di quelle storielle morali è arrivata anche agli ultimi sussidiari). Mai vorrei che giovani donne di genio fossero costrette ad esprimersi tramite diari segreti, destinati a veder la luce alla loro morte. Mai vorrei che una mente creativa fosse condannata alla rinuncia ragionevole, al sacrificio ineluttabile della propria vocazione. Ed è per questo che quella spina punge, tramite quella signorina di buona famiglia, affetta dall’ineluttabile complesso di Edipo,  che invece di andare in terapia, trova accoglienza nella prestigiosa casa editrice e poi  su tutti i media, come esemplare rappresentativo e molto carino dello scontro generazionale, risolto per i tipi della Rizzoli.

Verrebbe da dire come Woody Allen che non dobbiamo niente alle generazioni future, visto che loro non hanno fatto niente per noi. Invece , proprio come Bodei ha cercato di dire tra una ciarla e una risatina, un sospiro e un pigolio, ci sono doni da consegnare e dovremmo sentirci in dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi, almeno qualcosa in più di quello che abbiamo ricevuto in sapere, bellezza, conoscenza, civiltà. E invece sono questi, ben al di là dei tormenti privati, delle battaglie emotive dei singoli, la nostra condanna, la nostra inadeguatezza, il nostro fallimento, non lasciare un’impronta salvo quella del tallone di ferro di nuove miserie, di autoritarismi che annientano conquiste e diritti, della rinuncia obbligatoria all’utopia e a un futuro che ha perso la luminosa bellezza del desiderio e della speranza.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: