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Scene di bassa norcinieria

conte-bianconiLa politica politicante di questo disgraziato Paese è giunta a un tale punto di degrado che ormai non si distingue nemmeno più da una farsa: così mentre un Berlusconi rincoglionito continua a raccontare barzellette sporche a Rete 4 per un pubblico che politicamente che è come il residuo fisso di stronzio nelle acque minerali, in Umbria si assiste a una “fabula”, come avrebbe detto Plauto, che ha dell’incredibile e che testimonia dello stato di coma profondo della cosa pubblica. Ed è giusto che vada narrata come si deve. Dunque ad agosto il Pd di Norcia, probabilmente in vista delle regionali anticipate alle quali ora mancano due settimane, pensa di attaccare la giunta di centro destra che governa la città, chiedendo che fine hanno fatto i soldi statali per la ricostruzione dopo il terremoto del 2016. E in vista dell’appuntamento elettorale, il sindaco Nicola Alemanno ha risposto all’interrogazione rivelando che più dell’80% dei fondi destinati alla ricostruzione post terremoto  sono finiti agli alberghi ed alle società di Vincenzo Bianconi, disinvolto ristoratore fra tradizione e innovazione cui evidentemente non dispiacciono i manicaretti dell’avvoltoio.

Insomma su 27 alberghi e strutture ricettive danneggiate dal terremoto solo 3 hanno già ottenuto i permessi per ricostruire e di questi solo due hanno già in mano i decreti con i fondi previsti. I due alberghi in questione, il Grotta Azzurra ed il Les Dependances sono appunto di proprietà di Bianconi e la cifra a disposizione sarebbe di quasi 6 milioni di euro. Ma non  basta, perché dalle carte presentate dal sindaco vi sono documenti che mostrano come nella longa manus di Bianconi e delle società riconducibili alla famiglia siano finiti altri due milioni e mezzo per i servizi di trasporto e di mensa per i moduli abitativi. Mai i piddini potevano pensare alle evoluzioni contro natura della politica nazionale, che all’ improvviso si sarebbero alleati con il M5s e che nell’ambito di questa alleanza si sarebbero trovati  con un candidato ibrido e auto propostosi alla presidenza di una regione martoriata dagli scandali sanitari prodotti dalle giunte targate Pd. E tale candidato è proprio quel Bianconi cui hanno lanciato un siluro. Qui va aperta una doverosa partentesi: in un  piccolo centro come Norcia è praticamente impossibile, specie sedendo in un consiglio comunale, non accorgersi che la ricostruzione ha un proprio monopolista, quindi l’interrogazione non era stata congegnata per sapere quel che già si sapeva, ma probabilmente come avvertimento  per qualcosa che si voleva ottenere o ripicca per ciò che non si era ottenuto: siamo dunque sempre dentro lo stesso paradigma del cortocircuito affari – politica dal quale non ci si riesce a liberare e in cui sono confluiti a pieno titolo i pentastellati.  Non a caso sulla vicenda Bianconi che fino a pochi mesi fa avrebbero cavalcato indignati, adesso tacciono.

Il tocco di classe su questa orrida e paradossale vicenda la dà Bianconi stesso che prima dello scandalo, pardon della macchina del fango come la chiama, senza peraltro smentire di una virgola i fatti o dare altre spiegazioni, aveva organizzato il solito canovaccio parolaio e al momento della candidatura aveva dichiarato: “Ho detto sì perché ho sempre cercato di contribuire al cambiamento”. Alla faccia, ma qualche tempo prima della candidatura aveva anche avuto il coraggio di dire che “In questi tre anni ( dal terremoto ndr) abbiamo stretto i denti ma non basterà. Le aziende non ce la fanno più, chi deve prendere decisioni per questa terra non vede e non sente. Non ci ascolta nessuno”. Invece qualcuno lo ha proprio ascoltato, ma solo lui, mentre tutti gli altri rimangono col culo per terra. .

Ci si dovrebbe indignare se la cosa non fosse così comica, con il Pd che si auto affonda e i pentastellati attoniti come conigli, ma anche con una stampa di regime che invece di dare la notizia la fornisce solo indirettamente partendo dalle repliche – peraltro inconsistenti dal punto di vista fattuale – di Bianconi. Dei cinque stelle non rimarranno che gli alberghi di un candidato presidente destinato alla sconfitta per un democratico avvicendamento di avvoltoi.

 

 

 

 

 

 

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Il Nuovo che indietreggia

old-and-newNon ho voglia di insistere sul risultato delle elezioni, anche se le grottesche interpretazioni che vengono elucubrate dal bamboccio di Rignano e dal suo cerchio magico dopo il fallimento del gioco di prestigio, gridano vendetta. Ma insomma ciò che ho detto ieri a botta calda mi sembra sufficiente anche se scritto a risultati ancora parziali: soprattutto mi pare evidente che con queste regionali il potere renziano (o meglio i poteri che lo hanno assunto come co.co. premier), passa da una legittimazione mediatico – salvifica a quella di ultima spiaggia. Un giro di boa nel quale ciò che ora garantisce il disegno reazionario di una terza repubblica oligarchica, non è tanto l’apparente spinta propulsiva verso il nuovo, ma la semplice mancanza di un’opposizione organizzata ed efficace.

Si tratta di un passaggio chiave che riguarda nello specifico Renzi e l’Italia, ma che in realtà serpeggia sotto varie forme ed esperienze in tutto il continente: indica, al di là delle contingenze e delle differenze, che sta perdendo slancio la trentennale egemonia culturale del liberismo il cui progetto è stato sostanzialmente quello di invertire il senso comune dei cittadini facendo percepire loro il welfare come fattore inessenziale e negativo, la solidarietà come sospetta, i diritti come un abuso, le Costituzioni come un ostacolo all’economia, i sindacati come superflui o disdicevoli, lo Stato stesso come un oltraggio nei confronti del privato. Alla luce di questa egemonia  è stato possibile ” diminuire la democrazia” come predicavano i chicago boys, vuoi attraverso la paura, il ricatto sul lavoro, le monete uniche e persino progetti ideali come quello europeo. Tutto questo è stato giocato da una parte sulla illusione di modernità e dall’altra sull’aggancio a un passato precedente come fu con Thatcher  che turibolava l’ultra capitalismo finanziario e insieme la buona Inghilterra vittoriana, o mutatis mutandis, come ha mostrato l’infinitamente più modesto Renzi persino nella scelta dei candidati, mettendo da un parte il presunto nuovo di impresentabili favorite e dall’altro i più opachi rappresentanti del notabilato meridionale e di un vetusto sistema di potere.

Il protrarsi di una crisi economica sistemica e delle sue conseguenze ha finalmente interrotto il circuito egemonico, mostrando tutta l’inefficacia e anzi la negatività dei topoi economici e politici martellati nella mente delle persone. Siamo così dentro un maelstrom, un punto zero nel quale sia il progressivo deterioramento della “modernità” liberista, sia la permanenza di una visione imposta nel corso di molti decenni e fattasi sistema, sembrano avere quasi la stessa forza portando ad una situazione di stallo. O meglio a tentativi e precursori di cambiamento che tuttavia non riescono ad individuare bene il nemico, perché esso è in fondo dentro di loro. La situazione greca che ha saputo creare Syriza ed è in via di sfasciarla è esemplare da questo punto di vista. Come lo è anche l’assenza, il frazionamento e/o l’inefficacia di un’opposizione in Italia, oggetto misterioso che batte colpi formidabili al tavolino del medium, ma non si palesa e soprattutto non sembra determinata se non in modeste frange a elaborare e poi imporre nuove e diverse interpretazioni della situazione nella quale ci troviamo. Nuove parole, nuovi memi: invece  spesso si rimane  ancorati a quelli vecchi magari traducendoli in inglese, mentre qualcuno pensa addirittura che sottrarsi alle messe cantate del dibattito pubblico sui media, sia un modo di distinguersi coerente e sufficiente.

Capisco che tutto questo possa in apparenza essere percepito come un’astrazione lontana dalle regionali. Eppure il risultato concreto che si è determinato nell’insieme consiste proprio nell’aver strappato il pane di bocca a Renzi , ossia l’egemonia sulla parola “nuovo”. Ora sa che per restare saldo al comando dovrà riempirlo con cose che non ha.


Renzi, l’insaputello

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi i quotidiani e i talkshow gossip-victim ci mettono a parte dei retroscena di quella che viene definita la “fuga di notizie” dalla Commissione Antimafia con la rivelazione di 4 nomi di “impresentabili” candidati nelle liste delle regionali in Puglia. L’identità dei 4 in una rosa di una dozzina, sarebbe stata svelata da un parlamentare 5 stelle, fortemente stigmatizzato dalla presidente Bindi. Il deputato, ma anche la Bindi, sospettata forse di essersi presa qualche vendetta per via di antiche ruggini con i boy al governo, sono stati oggetto di reprimende da parte dell’abituale parterre dei commentatori, al solito critici con provocatori e agitatori degli umori dell’antipolitica – ne va dell’onorabilità della loro pagnotta  – e al solito garantisti ad intermittenza, al solito custodi autonominati della percezione dei cittadini, facilmente condizionabili e potenzialmente fuorviati da propaganda di disfattisti ostili al regime.

E infatti dei 4 (uno corre con una lista d’appoggio a Michele Emiliano, un altro è candidato con Forza Italia  per Adriana Poli Bortone, gli ultimi due sostengono il fittiano Francesco Schittulli in rappresentanza della lista “Oltre con Fitto” e di Area Popolare), tutti,   si sa che sono in attesa di giudizio, quindi temporaneamente innocenti. Anche se colpevoli di “inopportunità”, reato non annoverato nei codici penali, e assente anche nei codici di comportamento dei partiti che sono tenuti per legge e non per rispetto degli elettori, non per buonsenso, non per correttezza, né tantomeno per osservanza di elementari leggi morali, a non candidare bricconi, a non far eleggere criminali, a non esibire come gioielli di famiglia individui ricattabili, vulnerabili, esposti a intimidazioni e minacce per via di comportamenti discutibili e cattive frequentazioni, se condannati. Altrimenti, purché portino voti, assicurino alleanze e amicizie utili, sono bene accetti, invitati più che tollerati, opportuni.

Mentre è stata considerata invece inopportuna la “violazione del segreto”,  che ha infranto le “regole di correttezza e reciproca fiducia tra i membri dell’ufficio di presidenza”, facendo conoscere strumentalmente quei nomi. Così a scopo pedagogico, per insegnare agli esuberanti  la necessità di osservare criteri del bon ton, ma anche in attesa, pare, di completare l’attività “investigativa” su altri imbarazzanti candidati in Campania, la pubblicazione della lista incriminata ma impunita, slitta opportunamente a venerdì  prossimo, un giorno prima del silenzio stampa, così a ridosso del voto da rendere risibile e ridicola ogni azione  di moralizzazione seppur tardiva, comunque solo “raccomandata” dalla Commissione, le cui segnalazioni non hanno natura vincolante.

Il Pd è legalità, proclama il premier, deriso anche dal Financial Times che lo accusa di non contare nulla in Campania, dove farebbe il bello e il cattivo tempo un attrezzo del “vecchio sistema”.  “Campania poll shows limits of Italian PM Matteo Renzi’s influence”, le elezioni in Campania mostrano i limiti dell’influenza di Renzi.  Secondo l’influente testata la nostra politica locale sarebbe  ancora nelle mani di personaggi sgradevoli e reti clientelari estremamente difficile da smantellare: “il signor De Luca rappresenta la tenacia di quel vecchio sistema di potere”.

Come è ormai dimostrato, i prestigiosi quotidiani economici le sbagliano tutte. E infatti ci vuol poco a capire che il tour elettorale di Renzi, in Campania come in Liguria come a Venezia, non è il tardivo tentativo di mettere il cappello di partito su scelte che  potrebbero premiare il governo, che non ha la funzione di  registrazione postuma di liste predisposte a livello locale, secondo alchimie periferiche estranee e sconosciute al centro. C’è da credere invece che non solo siano un accreditamento, ma siano coerenti con lo spirito che anima questa classe politica, non solo interpretino quello stesso delirio a un tempo di ambizione e impunità, non solo corrispondano a quei requisiti di rottamazione applicati a pulizie etniche esercitate contro poteri e poterucci residuali o competitivi, dissidenti o disubbidienti magari solo per garantire sopravvivenza in vita, ma rappresentano proprio la cifra del clan al governo, il sigillo imperiale su una modalità che si dispiegherà interamente domani, con una Camera di nomi­nati, in grado di  agire da organismo di pura  rati­fica; con un Senato di podestà e sceriffi  a sancire la definitiva consegna delle decisioni nelle mani dell’esecutivo.  Sono gli impresentabili e quelli che presto forse lo diventeranno gli uomini e le donne giuste per il consolidamento e la conferma del regime, per garantire che si possano continuare a votare e approvare  misure impopolari, nel senso che vanno contro gli interessi del popolo, leggi che interessano interi comparti avversate da tutti gli interessati, “riforme” che stabiliscono la loro stessa inadeguatezza, impotenza e la slealtà nei confronti dei rappresentati. Uomini e donne senza scrupoli, premiati per aver svolto con solerzia giochi sporchi, destinati a far fuori antagonisti scomodi o a far passare azioni spregiudicate ai danni dei cittadini, selezionati secondo criteri di affinità, ubbidienza, fidelizzazione, carrierismo.

Ogni tanto qualcuno mi fa sapere che non ci sono alternative, che occorre turarsi il naso e votare Pd. Eppure quelle facce normali degli eletti di Podemos,  che poco assomigliano ai bei faccini dei carini per il rinnovamento di Renzi, dimostrano che si può, se si vuole. Che dobbiamo rafforzare il dissenso intorno alla Buona Scuola, che bisogna stringersi intorno a comitati e comitatini locali irrisi dal premier, che lottano per il territorio, che bisogna rispondere si, anzi no, ai referendum, compresi quelli già vinti e continuamente messi in discussione, che è necessario informarsi ben oltre al Financial Times, che se una risata li può davvero seppellire, allora De Luca, Emiliano sempre in tv, la Paita stragista alluvionale, sono abbastanza oltraggiosamente ridicoli da armarci.

 


Crescita per improrogabili ragioni elettorali

39097Forse non è vero che le bugie abbiano le gambe corte, anzi in politica sempre più spesso parrebbero avere la coscia lunga della seduzione più banale e scontata. Esagerare però può far diventare la narrazione politica una specie di repellente millepiedi con innumerevoli zampette ingannevoli che cercano la presa sugli specchi di aspettative e speranze indotte senza ragione: il pericolo dell’effetto delusione è sempre in agguato rischiano di bruciare il guappo di Rignano, ancor prima delle elezioni politiche.

Per questo  la straordinaria enfasi su una fantomatica ripresa e sul lavoro, potrebbe rivelarsi imprudente ben sapendo che si tratta di scenari di cartapesta: quanto all’aumento di pil esso è collegato soprattutto a una variazione di criteri di calcolo (vedi qui) e pure l’aumento a marzo dell’indice di produzione industriale, con una crescita  tendenziale annua dell’1,5% è una pura illazione visto che nei primi tre mesi dell’anno si è verificata una caduta dello 0,1% della produzione industriale stessa. Già l’impalpabilità di questi numeri decimali tutti abbondantemente dentro il range di errore statistico dovrebbero dar da pensare, visto che secondo i canoni liberisti ci sono oggi le condizioni ideali per una forte crescita e questi numeri così esili, anche se fossero veri sarebbero già una cattiva notizia. Dunque non ci vuol molto a comprendere che  l’utilizzo improprio e sconsiderato di luminarie in fondo al tunnel è strettamente legato alle elezioni regionali e alla necessità per Renzi di vincerle.

Per un caso paradossale il premier non ha più un vero avversario dopo la dissoluzione del blocco berlusconiano, eppure è a rischio in tre regioni tra le più importanti: in Campania l’armata brancaleone messa in piedi da De Luca, personaggio tutt’altro che nuovo, pullula di impresentabili, al punto che lo stesso premier ha dovuto prendere le distanze da qualche candidato e Saviano ci ha visto lo schieramento di Gomorra. Insomma il campo del cosiddetto centrosinistra appare ampiamente screditato agli occhi della buona politica e non abbastanza accreditato agli sguardi di quella cattiva: così gli avversari potrebbero avere ragione di questo opaca macchina clientelare più che politico.

Poi c’è la Liguria dove la candidata del Pd, Raffaella Paita – moglie di Luigi Merlo, presidente dell’autorità portuale di Genova,  indagata per “mancata allerta”, “concorso in disastro colposo” e “omicidio colposo” per  l’alluvione del 9 e 10 ottobre dell’anno scorso, rappresenta in pieno la conservazione del gruppo di potere politico – affaristico che per tanti anni ha dominato la regione nel nome di Burlando – Scajola. Sempre nel centrosinistra si è aperta dunque una frattura con un candidato, Pastorino che potrebbe prendere anche il 20% e favorire l’avversario Giovanni Toti. Senza dire che qui potrebbe anche esserci un’exploit dei Cinque stelle.

E infine il Veneto, dove nonostante l’incomprensibile (o forse comprensibilissima) mossa di Tosi è più che prevedibile una vittoria di Zaia contro la inesistente Moretti , pappagallino della voliera Renzi. Ora è abbastanza chiaro che una vittoria in queste regioni chiave darebbe ancora più forza al premier e al suo progetto oligarchico e neo democristiano, mentre una sconfitta potrebbe essere l’inizio della fine, mostrando il riemergere di una opposizione a livello locale anche dentro il suo stesso schieramento e complicando di molto l’ascesa al potere del bullo. Ecco perché non si risparmiano le luminarie di una inesistente ripresa pur di strappare il risultato: l’eventuale contraccolpo di una ennesima delusione delle aspettative, sempre attribuibile a fattori esterni, è di certo meno rischioso di una sconfitta che in definiva colpisce al cuore proprio l’idea del partito della nazione che imbarca tutto e il peggio di tutto.


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