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Invettive

Se proprio devo dirlo in questo sconquasso , in questo fine di mondo, quelli che mi repellono più di tutti non sono certo le comparse con le corna espressione di quel folklore americano che tanto ci piace nei film o nelle canzoni e che è sciamato per un attimo tra i palazzi del potere, ma che è assolutamente visibile anche nelle manifestazioni Blm. No sono i chierichetti inconsapevoli del neoliberismo, quelli che cantano sempre messa senza sapere cosa vogliano dire le formule che con tanto ottuso candore ripetono, quei cuor di leone che sono corsi alla tastiera per “difendere la democrazia americana” contro i “golpisti” veri o presunti di Trump. La democrazia americana  era invece defunta non solo per i brogli  che evidentemente stanno bene a questi difensori di formalismo senza sostanza, ma anche perché da molti  anni l’oligarchia del denaro è riuscita a determinare interamente il discorso pubblico, la sua direzione, i suoi scopi, a creare storie assurde come il Russia gate, favole senza alcuna consistenza, illusionismi, ologrammi tenuti in vita da costosi meccanismi di proiezione sugli schermi mentali e insomma  un complesso manipolatorio che impedisce la reale vita della democrazia. E’ quasi impossibile fare l’elenco di ciò che abbiamo dovuto subire in questi anni dagli ” angeli” siriani, ai gas utilizzati  -come si è poi scoperto – dai terroristi e non da Assad, alle campagne contro il Venezuela, alle menzogne continuate della Nato, all’assurda dinamica di certi attentati, alla vergognosa  prigionia di Assange così grata ai giornaloni – giornalacci, ai presunti tentativi di Putin di assassinare gente che non conta nulla, senza mai riuscirci, una farsa veramente indegna nella stessa misura in cui è ridicola e infine il Corona Gates che ci tiene inutilmente prigionieri oggi e ci terrà disoccupati domani a fronte di dati visibilmente manipolati. Si, costoro sono in grado di mentire in eterno nella misura in cui una piccola borghesia privilegiata o che tale si ritiene vuole in eterno mentire a stessa, che agisce come una macchina di Turing che fa andare avanti e indietro un nastro con scritte le parole del tempo, populismo, sovranismo, agenda globale, accoglienza, fake news, negazionismo, complottismo, democrazia, stato di diritto  e quant’altro che scorrono avanti e indietro, senza mai minimamente affrontare l’ Entscheidungsproblem della politica.  Come le borse in rapido ed entusiastico  rialzo dopo i fatti di Washington dimostra.

Ecco di fronte a tutto questo, a queste folle variopinte, incazzate, ingenue, rozze ed inermi sino alla violenza, mi viene in mente Pasolini e l’inversione di quell’articolo -poesia  in difesa dei poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia nel ’68:  figli di proletari contro gli studenti della buona borghesia che in realtà non stavano facendo alcuna rivoluzione, ma una guerra civile generazionale, un conflitto con i padri. Era una interpretazione assolutamente realistica e più lucida di molte altre che sono giunte decenni dopo, ma insomma quell’accreditare i meccanismi repressivi dello Stato in virtù dell’estrazione sociale o di classe mi pareva retorica oltre che sorprendente visti i guai di Pasolini con la polizia. Eppure adesso mi sento, sia pure in tutt’altro  contesto di invertire il discorso e di fare il tifo per quella società povera e sempre più proletarizzata, che ha un senso solo per riprodurre il consumo, che si sente derisa e colpita nei suoi diritti e nelle sue speranze, nelle conquiste che parevano ormai acquisite, che sciama per le strade e odia i palazzi del potere e le loro strutture reali. Poco importa che indossi un gilet giallo o si metta le corna o non abbia letto l’ultimo risvolto di copertina, suprema prova di appartenenza alla civiltà del nulla, o che appaia rozzo: esso è esasperato dalla strategia delle mistificazioni e dei linciaggi su bit e su carta di giornale, offesa dalla mancanza quasi pneumatica di argomenti che non siano le frasi rituali che sono la maledizione del futuro e che  fanno la la gioia di “postfascisti”, sindacati gialli, giornalisti da talk-show, commentatori pavloviani. Da quel culturame  che ha ridotto a prodotti light e rimacinati a pietra anche i corsari, gli eretici, i rivoluzionari. Compreso ovviamente anche Pasolini che tanto per dire fu attaccato al tempo per la sua omosessualità persino dal Manifesto che oggi è tutto casa e gender.

Non mi interessa che siano folclorici, rozzi e ignoranti, che esprimano male il loro disagio o anche in maniera sbagliata perché attraverso di loro passa il conflitto sociale che è del tutto scomparso dal discorso pubblico, messo sotto il tappeto, soffocato, zittito, oscurato da mitologie fasulle e che naturalmente viene demonizzato non appena mette fuori la testa.  Essi sono la prova che il mondo non è ancora morto, non ancora del tutto conquistato e naturalmente essi attirano il risentimento  di chi non sa essere così grezzo, così goffo, non avendo mai provato la spietata eleganza della necessità. Essi vengono deplorati e odiati dai probi difensori di una democrazia che non esiste se non come scenario dello spettacolo pubblico e dunque difensori solo del potere. A loro direi con i versi di Pasolini ” i vostri adulatori non vi dicono la banale verità: che siete una nuova specie idealista di qualunquisti”.


Invettive

Se proprio devo dirlo in questo sconquasso , in questo fine di mondo, quelli che mi repellono più di tutti non sono certo le comparse con le corna espressione di quel folklore americano che tanto ci piace nei film o nelle canzoni e che è sciamato per un attimo tra i palazzi del potere, ma che è assolutamente visibile anche nelle manifestazioni Blm. No sono i chierichetti inconsapevoli del neoliberismo, quelli che cantano sempre messa senza sapere cosa vogliano dire le formule che con tanto ottuso candore ripetono, quei cuor di leone che sono corsi alla tastiera per “difendere la democrazia americana” contro i “golpisti” veri o presunti di Trump. La democrazia americana  era invece defunta non solo per i brogli  che evidentemente stanno bene a questi difensori di formalismo senza sostanza, ma anche perché da molti  anni l’oligarchia del denaro è riuscita a determinare interamente il discorso pubblico, la sua direzione, i suoi scopi, a creare storie assurde come il Russia gate, favole senza alcuna consistenza, illusionismi, ologrammi tenuti in vita da costosi meccanismi di proiezione sugli schermi mentali e insomma  un complesso manipolatorio che impedisce la reale vita della democrazia. E’ quasi impossibile fare l’elenco di ciò che abbiamo dovuto subire in questi anni dagli ” angeli” siriani, ai gas utilizzati  -come si è poi scoperto – dai terroristi e non da Assad, alle campagne contro il Venezuela, alle menzogne continuate della Nato, all’assurda dinamica di certi attentati, alla vergognosa  prigionia di Assange così grata ai giornaloni – giornalacci, ai presunti tentativi di Putin di assassinare gente che non conta nulla, senza mai riuscirci, una farsa veramente indegna nella stessa misura in cui è ridicola e infine il Corona Gates che ci tiene inutilmente prigionieri oggi e ci terrà disoccupati domani a fronte di dati visibilmente manipolati. Si, costoro sono in grado di mentire in eterno nella misura in cui una piccola borghesia privilegiata o che tale si ritiene vuole in eterno mentire a stessa, che agisce come una macchina di Turing che fa andare avanti e indietro un nastro con scritte le parole del tempo, populismo, sovranismo, agenda globale, accoglienza, fake news, negazionismo, complottismo, democrazia, stato di diritto  e quant’altro che scorrono avanti e indietro, senza mai minimamente affrontare l’ Entscheidungsproblem della politica.  Come le borse in rapido ed entusiastico  rialzo dopo i fatti di Washington dimostra.

Ecco di fronte a tutto questo, a queste folle variopinte, incazzate, ingenue, rozze ed inermi sino alla violenza, mi viene in mente Pasolini e l’inversione di quell’articolo -poesia  in difesa dei poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia nel ’68:  figli di proletari contro gli studenti della buona borghesia che in realtà non stavano facendo alcuna rivoluzione, ma una guerra civile generazionale, un conflitto con i padri. Era una interpretazione assolutamente realistica e più lucida di molte altre che sono giunte decenni dopo, ma insomma quell’accreditare i meccanismi repressivi dello Stato in virtù dell’estrazione sociale o di classe mi pareva retorica oltre che sorprendente visti i guai di Pasolini con la polizia. Eppure adesso mi sento, sia pure in tutt’altro  contesto di invertire il discorso e di fare il tifo per quella società povera e sempre più proletarizzata, che ha un senso solo per riprodurre il consumo, che si sente derisa e colpita nei suoi diritti e nelle sue speranze, nelle conquiste che parevano ormai acquisite, che sciama per le strade e odia i palazzi del potere e le loro strutture reali. Poco importa che indossi un gilet giallo o si metta le corna o non abbia letto l’ultimo risvolto di copertina, suprema prova di appartenenza alla civiltà del nulla, o che appaia rozzo: esso è esasperato dalla strategia delle mistificazioni e dei linciaggi su bit e su carta di giornale, offesa dalla mancanza quasi pneumatica di argomenti che non siano le frasi rituali che sono la maledizione del futuro e che  fanno la la gioia di “postfascisti”, sindacati gialli, giornalisti da talk-show, commentatori pavloviani. Da quel culturame  che ha ridotto a prodotti light e rimacinati a pietra anche i corsari, gli eretici, i rivoluzionari. Compreso ovviamente anche Pasolini che tanto per dire fu attaccato al tempo per la sua omosessualità persino dal Manifesto che oggi è tutto casa e gender.

Non mi interessa che siano folclorici, rozzi e ignoranti, che esprimano male il loro disagio o anche in maniera sbagliata perché attraverso di loro passa il conflitto sociale che è del tutto scomparso dal discorso pubblico, messo sotto il tappeto, soffocato, zittito, oscurato da mitologie fasulle e che naturalmente viene demonizzato non appena mette fuori la testa.  Essi sono la prova che il mondo non è ancora morto, non ancora del tutto conquistato e naturalmente essi attirano il risentimento  di chi non sa essere così grezzo, così goffo, non avendo mai la spietata eleganza della necessità. Essi vengono deplorato e odiati dai probi difensori di una democrazia che non esiste se non come scenario dello spettacolo pubblico e dunque difensori solo del potere. A loro direi con i versi di Pasolini ” i vostri adulatori non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti”.


L’involuzione della specie politica

images (1)Sardine, aringhe, acciughe e merluzzi sono tutte specie gregarie che possono formare gruppi coesi, dal movimento molto coordinato che danno luogo a evoluzioni spettacolari. Tuttavia ogni singolo componente del gruppo agisce in coordinazione con gli individui a lui immediatamente vicini senza avere nessuna cognizione della struttura globale del gruppo, né a maggior ragione alcun  progetto. Dunque il neo movimento delle sardine costituisce al tempo stesso un clamoroso scacco cognitivo rispetto agli scopi e  una magistrale consapevolezza riguardo al nome. Adesso che Repubblica (giornale che ha come consigliere di amministrazione il capo di uno dei leader del movimento, vedi Sardine in scatola ) ha pubblicato il manifesto di questa specie ittica si può avere la certezza di non essere di fronte a un tema politico, ma semmai a un classico problema di sistema complesso.

Il documento infatti, scritto in uno stile che ricorda molto da vicino quello degli spin doctor della Leopolda, non contiene alcun tema politico, nulla che possa assomigliare a un programma o a un progetto o anche a una vaga idea, non vengono citate né le destre (dire le “destre che non vogliamo” è un capolavoro di ambiguità), né il fascismo e nemmeno Salvini, ma ci si contrappone soltanto a un fantomatico populismo, tipico tema dell’ oligarchia europea, tanto che sembra una specie di manifesto che appoggia la sua esile struttura di cartapesta sullo status quo continentale e sulle tradizionali gerarchie economico – politiche del Paese. Del resto non si capisce nemmeno bene cosa intendono costoro per populismo visto che lo accusano semplicemente  di  “buttare tutto in caciara” e di insultare sui social. Insomma qualunquismo allo stato puro che si batte contro il populismo come in uno  di quegli antichissimi film di Ercole contro Maciste o di Godzilla contro King Kong oppure recentissimi come quelli dei supereoi che salvano il mondo. Insomma sono i morettiani di una ventina di anni fa, quelli di “giro, vedo gente, faccio cose”, solo un tantino più rozzi, visto il declino dell’istruzione e non lo dico io, lo dicono loro nel manifesto in cui esprimono un orizzonte incentrato sulle loro case, sul loro lavoro, sull’attività fisica e il volontariato in dose qb: in due parole la vita e la prospettiva residuale del ceto medio alto, spesso incistato nell’amministrazione pubblica, con un’idea vaga delle povertà e della precarietà tuttavia oscuramente presago della possibilità di farne parte. Sono l’equazione del piddino medio.

Chiaro che questo ceto in gran parte privilegiato nel massacro sociale di oggi, quando si avvicina il predatore, che non è qualcuno, ma la logica stessa del declino, perde la capacità di azione strategica che renderebbe più lenta e incerta l’azione, assumendo il comportamento istintivo dei banchi di pesci o degli stormi che si può modellizzare assumendo tre semplici regole: non avvicinarsi troppo ai vicini per evitare collisioni; non allontanarsi troppo dai vicini, per non perdere coesione; muoversi nella direzione media in cui si muovono i vicini, per coordinarsi con essi. Mutatis mutandis, a seconda delle situazioni,  gli algoritmi sviluppati servono a rendere ragione del movimento dei branchi di sardine, degli stormi degli uccelli, del comportamento degli insetti sociali, così come del traffico o delle oscillazioni del mercato finanziario, dei fenomeni di affollamento o della dinamica dei social. Beninteso il comportamento collettivo umano è più complesso e ha di solito bisogno di un innesco: fino al secolo scorso esso era determinato sostanzialmente dall’incontro tra bisogni e idee, producendo  prospettive,trasformazioni e rivoluzioni, mentre oggi, nell’era della comunicazione, la cui ampiezza va a detrimento dell’informazione, ovvero dell’elaborazione, può essere avviato  da semplici suggestioni che possono essere amplificate a volontà. E come non considerare esclusivamente suggestivo e prepolitico il manifesto sardinesco che grottescamente manifesta contro l’opposizione e non contro il governo di cui peraltro è una filiazione? Il vuoto, di idee e di prospettive è tale da essere angosciante, così immerso nella palude dei luoghi comuni e del politicamente corretto e dal non senso  da costituire il quadro desolato di persone sopraffatte da un’esistenza che non capiscono e che quindi possono essere manipolate come si vuole per esaurire la loro forza senza che essa provochi alcuna  trasformazione, anzi facendo in modo che l’amo nascosto dall’esca si conficchi ancora più in profondità delle carni.  Di fatto le manifestazioni non esprimono affatto una dialettica alto – basso, ma invece una centro – periferia intendendo con questo non solo la dislocazione spaziale, ma anche quella sociale e dunque sono di fatto sterili, privi di vera capacità di elaborazione, non hanno il carattere forte di altri fenomeni come , ad esempio, quello dei gilet gialli  che appunto esprimono la battaglia fra basso – periferia e alto – centro.

Paradossalmente essi esprimono invece una forte resistenza alle trasformazioni che sono in atto, di cui avvertono soltanto il rischio, rinunciando fin da subito ad avere una voce in capitolo. E sono tutte dentro e al servizio della banalizzazione politicante che li terrà in vita fino alle elezioni.

 


Pesce azzurro

azz Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avevo giurato a me stessa di non cadere più nella rete delle sardine e degli Omega 3,  in attesa di vederle sfilare con i loro bei faccini innocenti,  puliti, educate come fossero finte (lo scrive Myrta Merlino che le ha invitate in felice avvicendamento con Sgarbi e la Mussolini,  in estasi quanto Giuliano Ferrara e gli house organ  aziendali, Repubblica in testa) in qualità di bifidus activo alla Leopolda per dare ulteriore voce a fermenti sul territorio che peraltro hanno rappresentanza bipartisan in Parlamento e fiancheggiatori al governo a differenza di altri movimenti, quelli degli innumerevoli No.

Quei No, compresi quelli a un referendum vinto ma già dimenticato, che prima o poi troverà nuova vita vista l’immortalità politica e ideologica dei promotori, colpevoli invece di essere contro Salvini, è ovvio, ma anche contro il sistema che interpreta alla pari con chi vuole la Tav, ha  ridotto Taranto a città martire, ha salvato banche criminali, ha assassina Venezia e lo sta facendo anche con Ravenna che sta per ospitare una piazza anfibia, ha svenduto la Sardegna alla Nato e la Sicilia al Muos, ha siglato accordi empi  finalizzati al neo colonialismo ma affettuosamente assimilati alla “cooperazione”, ha riconferma l’acquisto di armamenti farlocchi e poi geme per le invasioni di chi fugge dalle guerre e dalle carestie indotte dai predoni occidentali, quelli che non vogliono la secessione dei ricchi, in testa proprio l’Emilia, acquario di allevamento della specie ittica più amata dagli italiani,  e che non hanno mai registrato consenso in rete e nei giornali che li hanno collocati nelle sfere dello sterile insurrezionalismo, quanto i loro espliciti o sommersi sponsor.

Nel loro Manifesto riportato da Repubblica manco fosse la lettera della signora Berlusconi a ribadire una linea editoriale improntata a una certa emotività, venuta meno in occasione dei processi per i morti di amianto, non si fa menzione tra le passioni: amiamo le cose divertenti, hanno scritto, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto, la fedeltà all’Europa, forse per la paura di riempire troppo il vuoto di pensiero che ha decretato il loro successo, alla quale c’è da immaginare appartengano con lo stesso trasporto che si riserva a una fede incrollabile e che caratterizza le generazioni dell’Erasmus, delle start up, dei lavoretti alla spina che illudono di essere indipendenti dia padroni quando si ha la libertà di organizzarsi la consegna delle pizze secondo le regole del neo caporalato.

Qualcuno ha scritto in margine al mio post (https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/20/i-beccafichi/ ), che  dobbiamo accontentarci perché questi giovani che proclamano di credere ancora “ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie”,  si battono con audacia “contro la destra che non vogliamo”, secondo una Interpretazione estensiva degli slogan di questo rave party su scala nazionale.

E’ opportuno dargli corda insomma perchè le sardine  rivendicano di non essere né di destra né di sinistra, la stessa colpa che fino a ieri veniva addossata fino a poco tempo fa ai 5Stelle,  confermando l’impressione che oggi non esista una sinistra che ragiona, agisce, lotta solo perché non c’è una destra buona e desiderabile, così come invece ci sarebbe una Lega cattiva, Salvini, e una buona che vuole le stesse cose del Pd, di Italia Viva, di Forza Italia, pure della Meloni e quindi si colloca nel contesto democratico, unanimemente schierato in favore delle politiche imperiali comprensive della svendita del Paese  in nome del contrasto alla bieca pretesa di sovranità, avanzata da una marmaglia ignorante, avara, egoista composta, me lo hanno ricordato proprio le cheerleader dei fighetti, da artigiani che non fanno la fattura, professionisti impoveriti e rabbiosi, impiegati un tempo garantiti dallo stipendio fisso e ora ridotti a classe disagiata.

È proprio vera quella definizione del populismo secondo la quale viene chiamato così il malessere della plebe quando non sopporta più le malefatte e i crimini degli oligarchi, delle élite, dell’establishment, comprensivo dei ceti che non si arrendono a essere stati declassati e vomitano la loro bile  di schifiltosi e schizzinosi contro il volgo ignorante, rozzo, xenofobo, per riconfermare una superiorità alla quale hanno rinunciato, preferendo adeguarsi, obbedire, appiattirsi nella tana calda e comoda dello status quo più comoda dell’immaginare e realizzare una alternativa.

Così è unanime la condanna del populismo messa in scena nei suoi luoghi deputati, le piazze e la rete, che si vorrebbero sottrarre all’altra speculare occupazione, anche quella promossa dalla stampa ufficiale e dalle televisioni impegnate a rispettare la par condicio invitando sardine e squali, cozze e piranha, e che ci regalano il delicato sentimento di nostalgia della Balena bianca ma anche del qualunquismo di Giannini.

E infatti se è vero che quella che è diventata una deplorata parolaccia sta a indicare la retrocessione della lotta di classe a blocco sociale indifferenziato e grezzo assunta quando ha perso identità e coscienza, è proprio quella memoria sepolta, quella origine soffocata che mette una gran paura a chi non vuole il risveglio e il riscatto, una rivoluzione cittadina che ricostruisce le condizioni di una reale partecipazione democratica al processo decisionale, la possibilità di una reale redistribuzione del reddito che metta a rischio il totalitarismo economico, del quale il fascismo è la declinazione sempre attiva,  e rovesci il tavolo, con una potenza sovversiva.

Qualcuno ce l’ha quella potenza, e mette spavento, se perfino Erri De Luca viene trattato  da mandante morale del terrorismo, mentre la madamine  Si Tav riempiono la piazza di Torino, se Corbyn e Sanders che sarebbero stati un tempo guardati come innocui riformisti, che spargono un po’ di Mozart sul capitalismo per addolcirlo, paiono gagliardi rivoluzionari, se nessuno dà la parola ai giovani che combattono per le loro città, ai senzatetto cui i sindaci progressisti sanno solo togliere luce e acqua, ai ragazzi dell’inferno di Quirra che contestano la conversione della loro terra in poligono di tiro e di test per armi che ammazzano ancora prima di essere vendute ai signori della guerra, agli stranieri che alzano la testa per combattere il caporalato legalizzato cui sono negate le piazze, le panchine e i posti in autobus, nell’acquario  e nel nostro “migliore dei mondi possibili”.


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