Annunci

Archivi tag: Pisapia

Il “più Europa” dei grulli

fdbce7da-6952-4f02-80d2-513c79d597adUna cosa non si può negare: mentre la politica del Paese vira sempre più a destra e comincia persino a mostrare qui e là tratti sudamericani, le sinistre nascono come funghi dopo il temporale, si affollano sotto la quercia del potere: c’è il Pd renzista con la sua maschera strappata, c’è il gruppo Pisapia che tenta l’ennesima operazione macedonia di sigle e siglette non si sa bene in nome di che cosa visto che il lider maximo è uno che ha votato Si al referendum costituzionale e infine c’è il tentativo di Anna Falcone e Tomaso Montanari che riunisce o tenta di riunire il progressismo liberale.

Ora dubito molto che tutto questo abbia qualcosa a che vedere con una sinistra che si ponga come antagonista del neo liberismo e lo si vede chiaramente dal fatto che queste neo sinistre hanno un punto fermo in comune: l’europeismo ad ogni costo quando ormai appare  del tutto evidente che ad esso si deve far risalire la caduta di ogni concezione solidaristica mentre non è nemmeno tecnicamente ipotizzabile un cambiamento delle cose all’interno delle istituzioni europee. Lo dico da sempre, sin dagli anni della comparsa del prodismo e delle nuove politiche del lavoro: la sinistra non ha più un pensiero proprio, vive come un rifugiato negli anfratti dell’ordo liberismo conservando soltanto dei topoi ormai privi di un centro e di una direzionalità, dunque dei feticci da conservare nel cassetto, una cara memopria di ciò che si era, di ciò che si sperava.  E uno di questi oggetti di culto, il più duro a morire e allo stesso tempo il più ambiguo,,è l’internazionalismo che tuttavia senza lotta di classe, senza prospettive rivoluzionare in senso marxista, si riduce a mero cosmopolitismo capitalista ed elitario. Insomma fa il gioco del nemico che proprio grazie all’Europa è riuscito a uccidere lo stato sociale, la democrazia reale, i diritti del lavoro.

Proprio ieri Vladimiro Giacché  ha dedicato un piccolo post ai “grulli del più Europa“: “chiunque pensi che l’Unione Europea sia una declinazione dell’internazionalismo e un superamento degli Stati nazionali e non – come evidentemente è – la sopraffazione organizzata del capitale sul lavoro e dei poteri nazionali più forti su quelli più deboli. Sopraffazioni che, combinandosi, stanno creando dinamiche di dominazione neocoloniale all’interno della stessa Unione Europea. 
A chi, nonostante quello che la realtà gli sbatte in faccia tutti i giorni, non riesce a vedere che questo è il senso di ciò che accade, non so davvero cosa da dire.”

Ci sarebbe da discutere a lungo su come mai nella  cultura di sinistra la sovranità, dunque lo stato e lo stato sociale venga fatta coincidere col nazionalismo e perché la nazione stessa sia una sorta di tabù, pur essendo questo un capitolo abbastanza inesplorato e contraddittorio sia della teoria marxista, sia delle conseguenti ideologie che hanno combattuto duramente per l’autodeterminazione dei popoli.  Sono questioni complesse, ma il cui precipitato dopo tanti anni si deve forse far risalire alla scelta della soggettività come centro di tutto fatta a partire dal ’68 e che ha finito per disgregare ogni idea di stato e di società al punto che oggi il progressismo è alleato dei poteri oligarchici e della Nato. Forse è anche un portato inerziale della politica del Pci che dopo una stagione di opposizione all’Europa alla fine credette di potersi inserire nella politica continentale per fare da pungolo alla politica nazionale italiana affinché venissero portati avanti alcune riforme – comequella del “welfare” – già realizzate in altri paesi europei.

Ma erano altri tempi, non c’era nemmeno lo Sme e tanto meno l’euro, che determinerà la mutazione finale e che oggi definisce in primo luogo le modalità in cui si realizza la privatizzazione delle risorse e la socializzazione delle perdite, il profitto e la precarizzazione, come appare in  maniera netta, inequivoca e chiara per tutti dalla vicenda delle banche venete. Ad ogni modo è abbastanza chiaro che europeismo e sinistra sono ornai in rotta di collisione e lo dimostra, se non bastassero le evidenze e i ragionamenti, il battage sul “più Europa” che viene principalmente dal partito di Repubblica, ansioso di tenere i voti nel recinto oligarchico senza nulla che turbi il partito della nazione, ma che offra agli scontenti del renzismo altri miraggi.  In questo senso le due nuove sinistre non costituiscono una novità, ma l’estremo accanimento su schemi vecchi di trent’anni come se niente nel frattempo fosse cambiato. Paradossalmente mentre aumenta a vista d’occhio il divario fra teoria neo liberista e pratica di mercato, aumenta anche quello fra sinistra e realtà il che spiega abbondamente perché la nuova generazione, quella attono al giro del millennio, non trovi sponde alla sua disullisuzione e spesso si rivolga a destra. Del resto assistere ai deliranti e ipocriri balletti dei nuovi soggetti sul diritto del lavoro e l’altolà alle “sirene neo stataliste” si ha un quadro preciso e deprimente della situazione.

Annunci

Lectura dantis del potere: Ricordati di me che son il Pisapia

210857219-b1bf9abe-4717-44e6-bcf8-91e0e58bb1c0In anni che sembrano ormai lontani, quando il sindaco di Firenze, battezzato da Blair e da J.P. Morgan si arrampicava verso Roma, spendeva e spandeva in cene, viaggi, in assurdi tentativi di rintracciare la Battaglia di Anghiari oltre che nello scasso speculativo della città e del contado, dissi nella incredulità di alcuni amici piddini che Renzi avrebbe distrutto il partito. E infatti ora è accaduto. Tanto accaduto che il partitone di Repubblica cerca di prevenire possibili uscite ostili a sinistra dal partito, rispolverando il crossdresser politico Pisapia, con infatuazione renziana incorporata,  come possibile leader di un sedicente Campo progressista che faccia tornare al voto “istituzionale” quel terzo abbondante di elettori dem passati al No, per poi allearsi grottescamente al Pd di Renzi che anche nel momento della sconfitta rivendica il Job act, la buona scuola, le spese militari, le trivelle, il massacro delle pensioni. Insomma una sorta di Sel 2 che ripercorra sotto forma di farsa la storia già triste della dissoluzione della sinistra in Italia.

Non viene lasciato nulla di intentato pur di evitare che il potere possa passare in mani non fidate, non disponibili a qualunque massacro sociale, svendita del Paese, umiliazione del lavoro, rifiuto di un bellicismo servile nei confronti della Nato o che pensi di mettere bocca nelle decisioni di Bruxelles sulle vicende italiane. Già in questi giorni viviamo il dramma di Mattarella che aveva firmato un contratto da comparsa e che ora si trova a recitare la parte principale, tirato per la giacchetta da Napolitano e dai potentati della Ue  in via diretta. Del resto si tratta di operazioni elitarie che sembrano facili in un contesto di politica azzerata dove i parlamentari sono semplici pedine il cui unico pensiero è mantenere il posto sulla scacchiera, i partiti delle scatole vuote disposte a a consegnarsi al primo leader che passa, mentre qualsiasi verità può venire assemblata a piacere: peccato che il referendum abbia sancito un profondo distacco, un abisso tra Paese reale e ceto dirigente nonostante  uno tsunami mediatico di appoggio al Sì, milioni di soldi pubblici spesi illegalmente dalla propaganda renziana e a quanto sembra anche frequenti tentativi di ricatto aziendale sul voto: questi giochetti hanno palesato i loro limiti, prima che la loro infamia, anzi sono in totale contrapposizione col risultato del referendum e lo spirito dal quale è nata la vittoria senza appello del No. Che è anche e finalmente la confutazione del meno peggio, di quello naturalmente fabbricato ad arte dai media e che si rivela infallibilmente essere il peggio in assoluto.

Quindi, sebbene si stia lavorando giorno e notte, non sarà facile trovare il bandolo, l’ennesimo personaggio di palazzo per sostituire Renzi e neanche salvare il Pd srl, con le manovrine alla Pisapia o chi per lui per imbastire l’ennesima falsa sinistra. Intanto perché siamo già entrati in una fase nuova e in gran parte inesplorata e poi perché nei prossimi mesi tutti i nodi lasciati intatti da Renzi e dal suo premierato su twitter verranno al pettine a cominciare dalla questione bancaria che per essere affrontata ha bisogno di una ventina di miliardi che non ci sono e in presenza di una legge di stabilità che già contiene sforamenti su cui Bruxelles mugugna e chiede conto. L’unica strada è chiedere un prestito al Mes, l’istituto di strozzinaggio  politico il quale per intervenire chiederà garanzie all’altezza della sua sinistra fama e consistenti in un programma di tagli alla greca o forse ancora peggiori, controllati dalla troika. Probabilmente Renzi pensa che standosene nascosto dentro la segreteria del Pd, mentre il suo successore che si narra potrebbe essere Grasso, sodale di Mattarella  subisce tutti i contraccolpi,  spera di scampare agli effetti nefandi del proprio stesso governo e magari tornare alla ribalta come salvatore della patria, anche questa volta contando frottole, ma sempre nella parte di utile burattino dell’ordo liberismo. Chissà magari fondando un proprio partito se il Pd risulyerà irrecuperabile.

Ma prima bisogna passare per le elezioni ed evitare anche grazie ad operazioni Pisapia che l’area piddina perda troppo, diventi insicuro come ufficio di collocamento parlamentare e dia origine a qualche fuoriuscita reale non costruita e controllata dai padroni del vapore. Poi verrà calerà la mannaia, anche se a Bruxelles fremono per il ritardo con cui si deve procedere al massacro finale, questi italiani mai puntuali, nemmeno quando devono essere scannati. L’unico modo per sfuggire a questa sorte è sottrarre potere proprio agli ambienti di soccorso finanziario che hanno permesso il degrado dell’economia e della democrazia e che si appoggiano non solo sul raggiro degli 0 virgola qualcosa, sui numeri manipolati, sulla proprietà dei mezzi di comunicazione, ma anche sulla straordinaria ambiguità e falsità delle innumerevoli forme di centro sinistra che fanno sa specchietto per le allodole. Abbiamo salvato la Costituzione e ad essa dobbiamo riferirci per dire No  a queste operazioni di bottega, a questi prodotti adulterati che tendono a renderla marginale ea relegarla in fondo al cassetto. Ma bisogna dire di No adesso, prima che le logiche messe in moto si scatenino e portino ad esiti drammatici, costruire un’alternativa vera. lasciando marcire quella falsa.


Costoletto alla milanese

Anna Lombroso per il Simplicissimus

«È la città alla quale ispirarsi. Milano ha una grande responsabilità: deve prendere per mano il resto del Paese e portarlo fuori da una situazione di difficoltà, ma che vede già tutti i segnali per poter fare il grande salto. Milano oggi è la città di riferimento dell’Italia nel mondo».

Certo che ha un vero talento il presidente del consiglio, per incarnare il peggior strapaese, per asseverare i più vieti stereotipi, per dare concretezza alle più stolte proiezioni da cumenda, quelli del “lavoro, guadagno, spendo, pretendo”,  rassicurandoli che comunque Milan l’è sempre un gran Milan, malgrado le infiltrazioni mafiose, le esondazioni del Seveso, gli scheletri dell’Expo, quelli di cartapesta e quelli nell’armadio della corruzione e del malaffare. Una macchietta di premier non poteva non contribuire alla propaganda leggendaria quanto vetusta di un’altra macchietta: quella  della capitale dell’onesta operosità in  un Paese senza produzioni,  che, grazie alle sue riforme, ha seppellito il lavoro, intossicato dai veleni della criminalità in doppiopetto, del clientelismo, del malgoverno.

L’ometto che vuol farsi bauscia, è con tutta evidenza posseduto da ingombranti figure paterne – “costola” com’è di Craxi e Berlusconi:  vorrebbe ricreare il clima eccitante e effervescente,  magari aromatizzato da Turatello, della Milano da bere, capace di convertire la maggioranza silenziosa in festose comparse della realtà parallela di Mediaset,  nelle quali la vita era quella delle fiction con Boldi, la giustizia si amministrava in Forum, il trend dei consumi era calcolato dall’on. Zanicchi in Ok, il prezzo è giusto, per ridurre tutto a miserabile imitazione dell’esistenza, perfino l’orrenda epica di scandali e icone bancarie criminali, da Calvi a Sindona, se oggi  il gotha finanziario cui guarda la sempreviva cerchia di nani, ballerine e olgettine, abita in Banca Etruria.

Come al solito è generoso di annunci, promesse e bugie, da buon ganassa di adozione, invece pidocchioso nei fatti, poderosamente descritti in 13 agili paginette di programma all’orizzonte del 2020, se dei 2 miliardi e mezzo previsti si vedranno solo i circa 150 milioni accantonati prudentemente da Pisapia e che dovrebbero finanziare gli interventi sul Seveso.

È che le smargiassate di Milano risentono già del new look del premier, che da qualche giorno cerca di contenere l’indole irresistibile alle fanfaronate, per dare un’impressione di oculata lungimiranza, con la scoperta dei ragionevoli tempi lunghi che dovrebbero connotare lo statista.  Intanto davanti al vermut in Galleria i milanesi, profughi compresi – stipati in condizioni disumane per via dell’effetto sorpresa di un’invasione imprevedibile, come ha dichiarato il sindaco impreparato a fronteggiare qualsiasi cosa: mafia nelle cordate dell’Expo, terreni del grande evento che nessuno vuole, subdole dichiarazioni dei redditi-   potranno  godersi i frutti, sia pure lenti, dei patti di sangue tra comune e privati, in via di “individuazione”, chiamati a finanziare il prolungamento della M5 fino a Monza e della M1 fino a Baggio e Muggiano e della realizzazione di una linea di metrotramvia, ma anche delle politiche di investimento sulle periferie che, per miseri 174 milioni, anche quelli solo sulla carta, dovrebbero garantire l’equa distribuzione degli  alloggi sfitti, per non dire delle misure per l’assistenza sanitaria e il Welfare, se, proprio a questo proposito, «Il Governo, ha dichiarato, assume Milano come modello di riferimento», anche guardando alla tradizione di accoglienza degli immigrati interni, insomma i terùn .

Ciapa …. Che poi le Olimpiadi non le vuole il suo sindaco, preferito perfino al suo clone a Firenze, ma possiede già la ricetta per cosa fare, prima, durante e dopo un Grande Evento, visto che il flop dell’Expo viene rivendicato come modello ripetibile, e ci credo, come format per la festosa integrazione della criminalità organizzata nel comparto delle costruzioni, come laboratorio per il consumo di suolo, come arena creativa per esuberanti e visionarie destinazioni d’uso dopo il disastro, quando quinte e scenari soggetti a frettolosi camouflage e ridotti a tetre rovine dovrebbero risorgere sotto forma di Zes (zone economiche speciali), di start up, di poli tecnologici, insomma di quella paccottiglia, anche quella di cartapesta, che dovrebbe mascherare il malinconico declino di una Paese senza produzione, senza lavoro, senza innovazione, senza futuro.

È che un immaginario ipertrofico, che non sa nemmeno sognare se non la manutenzione e prosecuzione di ambizioni, privilegi, rendite, appannaggi, proietta solo il film delle virtù del Mercato, bonario eufemismo usato al posto di capitalismo, dello “stile di vita” che permette a pochi a danno dei più, ­di godere di beni, di allinearsi a tendenze commercialmente promettenti, di approfittare del diritto a consumare, che per noi è un obbligo morale anche se ci hanno tolto tutto, come della libertà dal bisogno, dal quale sono affrancati per nascita, fidelizzazione,  appartenenza.

È la loro divinità il Mercato ed è giusto che abbia la sua santa sede, dalla quale celebrare i suoi riti pagani, dettare i suoi spietati  imperativi morali, lanciare i suoi anatemi contro chi si sottrae alla sua egemonia, grazie alla mobilitazione internazionale dei suoi sacerdoti, all’ombra dell’impassibile, bela Madunina, che, beata lei, brillet de luntan.

 

 

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: