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Buon 26 aprile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni anno arrivo a questo giorno combattuta tra il desiderio invincibile di sottrarmi alla ambigua glorificazione retorica e un altrettanto invincibile spirito di servizio  in difesa di quella verità che oggi più che mai è impalpabile, sfuggente, tanto che è inafferrabile la meta e perfino il cammino per arrivare.

Che il 25 aprile sia ormai una data svuotata, una coperta troppo corta che si tira da tutte le parti per occultare vergogne con un po’ di retorica, un po’ di propaganda, un po’ di manipolazione, è evidente e da anni.  Chi pensava di tutelarne la  memoria è stato battuto dalla fine della storia, concessa a giornalisti e divulgatori a dispense un tanto al metro, quando anche grazie alla irreparabile perdita del passato, alla sua mercificazione e consumazione senza residui e alla sua reinvenzione postuma come fiction,  si è riusciti a proibirci di immaginare il futuro, condannandoci a un  arido presente. Così quello che  rimane  è  tutta la plastica tecnologica e i suoi rottami, la polvere tossica della supremazia immateriale della finanza quella modernità che ha smesso il sogno di progresso, per marchiare una cesura insuperabile col prima a dimostrazione che quello che non esiste più forse non c’è stato, che 20 mila anni di storia sono andati perduti o sono stati inutili e con quelli il coraggio e la ragione, la collera e la dignità, il riscatto e l’utopia.

Così hanno potuto vincere gli altri, quelli così ben rappresentati nelle parole di uno dei consulenti di Bush, incaricati di vendere bene il loro prodotto: noi siamo l’impero e quando  compiamo un atto creiamo la realtà ….siamo noi gli attori della storia e tutti voi nel migliore di casi resterete a studiare quello che noi facciamo.

Così abbiamo permesso e permettiamo che il loro bieco e ferino affaccendarsi occupi e diriga la nostra vita e che la loro cronaca spiccia punteggiata dalle grida delle vittime, dagli spari e dagli scoppi, dai loro inevitabili effetti collaterali diventi la nostra storia e il nostro presente.

Li abbiamo aiutati della loro azione di biasimo e castigo delle ideologie che ha provveduto a farci seppellire idee e ideali in favore del loro totalitarismo, così ci si muove leggeri nel percorso che compiamo in terra senza lasciare impronta di noi, convertiti all’ubbidienza alla necessità.

E li aiutiamo in tanti modi anche in questo 25 aprile, con incuti rigorismo e professione di purezza pelosa: il no alla brigata ebraica che come ha scritto bene Portelli sul Manifesto di qualche giorno fa, non è la stessa cosa della Brigata Garibaldi, ma nel ’44 nel fronte contro i nazisti c’era eccome, combattendo come  corpo militare inquadrato nell’esercito inglese, cui invece viene riconosciuto lo status di nostri liberatori malgrado la loro schizzinosa  indole coloniale fosse palese anche allora, esigendo che i partigiani tornassero a casa, erogando lanci discrezionali con aiuti offerti come elemosina, e poi arrogandosi l’incarico di concedere il brevetto di combattente per la libertà, distinguendo tra buoni e cattivi, proprio come hanno fatto i nuovi balilla del Pd, che preferiscono sempre  i ribelli morti da richiamare a schierarsi per il si referendario e il no alla costituzione nata dalla resistenza, col tavolino a tre gambe.

Se chi oggi vuole marciare sotto la bandiera della Brigata Ebraica viene chiamato a distinguersi da ogni correità con uno stato repressivo e razzista, chi lo chiede – scagliando l’anatema contro una nazione e un popolo che non sa essere “eletto” e dal quale si esige, unico al mondo, di trarre dalla sofferenza del passato la ricetta per non infliggere a altri quello che ha subito e perché il torto non doventi diritto – dovrebbe essere sicuro di essere senza macchia per l’appartenenza a un paese e a una gente parimenti  succube dello stesso impero, dal quale va a negoziare  devotamente il rincaro della quota associativa della Nato, che presta basi e compra aerei e li arma contro popolazioni civili, che critica i muri altrui e ne erige in casa perfino a Rio Bo e in ameno e finora pacifici paeselli, che dimentica di aver mandato e di mandare in giro per il mondo i suoi figli ma respinge quelli degli altri che scappano da guerra e fame. E che consente che si introducano e applichino per legge tremende differenze, tra chi può e ha e chi non ha non può avere, tra noi e noi, tra noi e chi arriva qui che non ha diritto ai diritti, come, andando avanti così, succederà alla gran parte dei cittadini.

È per questo che l’operosa cancellazione del vero spirito della festa passa per la commemorazione del gesto di liberarsi dal nazismo, preferendo l’epica del riscatto dall’invasore all’utopia di sottrarsi alla condanna di sfruttati, oppressi, censurati e repressi da un sistema economico fondato sulla speculazione, la corruzione, m’iniquità esercitata da un padronato autoritario, ladro e criminale quanto il regime che aveva favorito e dal quale si era fatto servire.

Per quello le parate ufficiali non vogliono la presenza delle bandiere di chi resiste, che per carità non diano il buon esempio i curdi o i palestinesi, che per carità non qualcuno non pensi di sventolare  la bandiera rossa,  sempre più lisa e stracciata, sempre più tradita e derisa:  da chi finge che il fascismo sia quello di ieri e che quello di oggi sia folclore inoffensivo e nostalgico, da chi non vuole ammettere che ha perso le sembianze di un totalitarismo che conserva i suoi elementi essenziali, classismo, razzismo, terrore, propaganda della paura e dell’intimidazione, procedure di controllo e lager, perfino il partito unico incaricato di attuare il dominio totale e un esercito professionale, che colpisce anche solo premendo un interruttore per caricare bombe da un drone o per introdurre e diffondere nuove povertà implacabili.

Quando chiedevano a mio padre perché era andato in montagna, rispondeva “che non c’era altro da fare” se si voleva immaginare un giorno dopo meno buio. E allora cominciamo a darci un buon 26 aprile.

 


Dalla padella a Nardella

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovevamo aspettarcelo, tutto era stato preparato per smantellare l’edificio democratico costruito tenacemente su rovine e morte, grazie alle picconate alla storia, alla memoria del riscatto, a quella pacificazione che doveva sortire l’effetto di mettere tutti alla pari, vincitori e vinti, vittime e carnefici, eroi e vigliacchi. Ci avevano pensato negli anni fiori di figure istituzionali e alte cariche, dalla pietas comprensiva di Violante per i ragazzi di Salò, a Ciampi, restauratore di parale militari, indulgente con “i giovani che fecero scelte diverse”, come un successore iscritto al Guf in tempi sospetti, dalla benevola attenzione e generose ospitalità offerta perfino alle feste dell’Unità ai “pensatori” di Casa Pound al negazionismo istituzionale di un presidente del Consiglio che taglia i fondi alle associazioni partigiane.

Adesso siamo alla stretta, ostaggi di un’Europa che più volte ha messo in guardia dai rischi “morali” di carte costituzionali nate dai movimenti di resistenza nazionali e ispirate a principi socialisti, a ridosso di un referendum segnato dalle istanze bonapartiste e plebiscitarie di un napoleone formato bonsai, perfino i figuranti, perfino i caratteristi dialettali, perfino  i gregari rispetto ai neo costituzionalisti del Si, diplomati per corrispondenza a Radio Elettra,  sono chiamati a dare segnali simbolici e  dimostrativi.

Duole doversi occupare di una mezza figura come Nardella, un mezzo sindaco sotto tutela dell’augusto predecessore, del quale si sente chiamato a suggellare le nefandezze avviate contro la città di Firenze. Ma l’ometto, ha anch’egli una valenza allegorica: impegnato com’è a vario titolo a svendere patrimonio pubblico, territorio, diritti e buonsenso (è noto per volersi guadagnare l’approvazione dell’Unesco non attraverso la tutela dei monumenti, fermando l’alienazione dei beni comuni, limitando il sacco delle risorse e del suolo, non circoscrivendo la pratica oscena della trasformazione del tessuto abitativo in strutture a uso turistico, B&B residence, non rinunciando a una risibile alta velocità,ma multando energicamente gli extracomunitari per il reato di spaccio di stracci etnici e kebab, che oltraggia il decoro urbano), ma anche democrazia, partecipazione, radici storiche.

È stato lui a decidere di rottamarle, come vuole il padroncino, non invitando nessun rappresentante dell’Anpi alla ricorrenza della giornata della Liberazione di Firenze dall’occupazione tedesca.

Per dir la verità ragione  e onore dovrebbero persuadere le associazioni partigiane a procedere con celebrazioni proprie, lasciando al regime le sue giornate del tradimento e della slealtà, tanto sono stati  screditati la lotta e il sacrificio di chi ha combattuto ed è morto per consegnare a loro una libertà che non vogliono conoscere, amare e rispettare. Ma forse hanno ragione a fare della loro presenza una superstite denuncia, una residua forma di resistenza, se poi il Nardella per bocca della sua vice sindaca ha motivato la sua selezione con l’opportunità di offrire una immagine unitaria e coesa, in ragione dei pericoli che ci sovrastano: “il clima geopolitico mondiale e i recenti accadimenti terroristici hanno suggerito al sindaco di affrontare i temi della libertà religiosa e della convivenza civile tra popoli, collegandoli alla Liberazione”.

E come no, meglio far tacere quei pericolosi fanatici, quegli irriducibili e divisivi oltranzisti, quegli anarco isurrezionalisti che si sono macchiati di apostolato per il No. E ai quali viene rimproverata la data di nascita che non ha consentito loro di morire eroicamente, perché, ammettiamolo, i partigiani sono preferibili da morti, in modo che il loro esempio sbiadisca, la loro lotta si diluisca nella grande marmellata unitaria, quella del partito unico, dell’unico sindacato, della televisione unica, del pensiero unico.  

Ma andando in rete, leggendo i commenti a margine degli articoli si capisce che non è solo la miserabile propaganda dei golpisti in erba a aver attecchito. C’è qualcos’altro che ha corrotto tante testoline che non hanno voglia o che hanno paura di pensare, per non rischiare, per non prendersi la responsabilità di ribellarsi all’esproprio di tutto, beni, garanzie, diritti, lavoro, che queste mezze figurine stanno esercitando, quelle testoline che per il quieto vivere si accontentano di una sotto-vita.

E consiste probabilmente nell’affermazione dell’egemonia del presente, per la quale stiamo raggomitolati nell’istante in corso, rifuggendo la storia colpevole di ricordarci che anche noi siamo mortali, effimeri e rifugiandoci nell’eternità fittizia e immateriale delle rete, dello spettacolo che deve andare avanti. Qualcuno, Hobsbawn, Debord, ha messo in guardia dal presente permanente, che viene promosso dall’ideologia dominante perché è funzionale e organico all’ordine esistente, quello governato dai meccanismi di mercato, così che qualsiasi critica, qualsiasi memoria della dignità umana viene assimilata a velleitaria utopia. E dubito che Nardella sia consapevole di farsi strumento di quella rarefazione del tempo attuata da chi vuole far dimenticare il passato per non far credere nel futuro. Ma spetta a noi  difendere una storia di speranza, pena l’oblio di quello che vorremmo essere.

 

 


Una mattina mi son svegliato e ho trovato la Boschi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri la temeraria Boschi, classe 1981, figlia di Pier Luigi, classe 1948, impossibilitato a militare nella Resistenza per età, certamente, ma anche per un naturale istinto che lo ha portato a collezionare più che atti di valore, presenze in consigli di amministrazione e influenti presidenze, più che coscienza critica, una serie di infrazioni, non solo di carattere morale, ha manifestato la sua ben radicata impudenza offrendoci una tagliente distinzione tra partigiani veri ed usurpatori.

La signora non è nuova all’attribuzione di patenti e legittimazioni: a suo tempo ci ha fatto capire di essere legittimata a decidere di comportamenti etici, a discernere tra risparmiatori vittime in quanto citrulli, meritevoli di elemosina risarcitoria e investitori troppo avidi, e a riconoscere i veri dinamici innovatori e gli ammuffiti misoneisti, tanto attaccati a arcaiche ideologie da finire per schierarsi con Casa Pound, che non è poi così sgradita se le viene data la possibilità di esibirsi in muscolari azioni propagandistiche, generosamente autorizzate e difese  da apparati deterrenti di agenti e vigili,  ben decisi a tutelare democraticamente la sua “libertà di espressione”.

Non ‘è da stupirsi: a questo ceto politico tirato su nella rassicurante persuasione della bontà delle pacificazioni, quelle che manomettono la storia in modo che tutti siano uguali, applicando lo stesso approccio conciliatorio a crimini fascisti e furti, corruzione, ricatto e intimidazione, così nessuno è davvero innocente e soprattutto nessuno è veramente colpevole, a queste generazioni benedette dalla protezione non certo disinteressata di alte cariche che hanno scelto di iscriversi al Guf in contemporanea con il 25 luglio, dimostrando una spericolata affezione sentimentale al regime, ecco a questi qua i partigiano che piacciono di più, quelli autentici senza tema di smentita e manipolazione dei disfattisti, sono quelli morti, in battaglia o dopo per via dell’implacabile falce, che ha il merito di mettere a tacere e definitivamente voci di dissenso e di consegnare alla storia, o, meglio ancora, all’oblio,  esempi e insegnamenti scomodi.

La Boschi è quello che è. E può permettersi di essere così, come l’hanno disegnata genitori ambiziosi e spregiudicati, che hanno consegnato alla rampolla più determinata e spigliata l’incarico di compiere e completare il riscatto della scontenta dinastia di origine contadina, all’affrancamento dalla loro condizione di mediocre frustrazione, avviato con la milizia in quel milieu nel quale si incrociano interessi pubblici e personalismi opachi, velleitarismi privati e arrivismi di consorteria, aziendalismi di partito e di impresa. Ma glielo concede anche una vasta schiera di corifei e una massa indistinta di correi.

Oggi tutta la stampa di regime, a intermittenza critica con l’uomo al comando ma più arrendevole con la sua “spalla” in commedia, problematica rispetto all’evidente indole al bonapartismo, ma incantata dalla proterva e volitiva strafottenza con la quale di spaccia la cancellazione di democrazia e partecipazione, per burocratica necessità di semplificazione, si esercita nell’allinearsi al necessario imperativo di chiudere finalmente il secolo breve e il suo bagaglio di macellerie, guerre, persecuzioni, tragedie e errori collettivi, per sanare il passato, mettere a dormire il presente e annichilire il futuro.

Così da Cazzullo a Canè  a Crainz, in attesa di altri negazionisti della resistenza e del buon gusto che si aggiungeranno, tutti finiscono per dar ragione alla pulzella di Montevarchi, ricollocando la riottosa associazione nel posto che le compete, quello ingessato del reducismo, quello imbalsamato della celebrazione, quello cimiteriale del ricordo, magari -sarebbe preferibile – una volta l’anno. Redarguendo chi si permette di notare sinistre affinità e inquietanti coincidenze tra le riforme e le spirazioni di oggi e le leggi speciali di un tempo, quelli che denunciano come ricorso all’emergenza, limitazione di diritti, impoverimenti di beni e garanzie, indole all’autoritarismo, primato dell’esecutivo, riduzione del potere decisionale  e negoziale di parlamento e forze sociali mostrino una evidente analogia e conformità con procedure, modi, scorciatoie, uso di propaganda e menzogna, del regime fascista. Quel regime che a differenza della ministra, quelli dell’Anpi, ma anche cittadini che non si limitano a conoscere il passato e a immaginare il futuro tramite talk show, storicizzazioni di interpreti  dediti alla decodificazione aberrante e romanzata, tweet e post sui social network, ma che guardano, pensano, studiano, si informano, dialogano nella speranza che si fermi la spirale tremenda dell’odio, della sopraffazione, dello sfruttamento che sempre vuole avvitarsi su se stessa.

Ci sono svariati modi di dare ragione alla Boschi, uno ad esempio è sottovalutare il fascismo e il suo continui ripresentarsi e affiorare come un fiume sotterraneo ma impetuoso, relegandolo a fenomeno finito e condannato dalla storia, quando i tribunali pare non ne volgiano condannare l’apologia. Troppi affetti da nuovismo praticano questa pericolosa rimozione, riducendo, non mi stancherò di ripeterlo, il manifestarsi sinistro a folclore inoffensivo, a incidenti che non delegittimano l’adesione a principi democratici, retrocedendo la condanna a pratica antiquata, come è successo proprio oggi che,  in risposta alla Meloni che vuole intitolare una via di Roma ad Almirante, la candidata 5Stelle – la giovinezza non esonera da ragione e intelligenza – fa spallucce dicendo che ai cittadini interessa di più lo stato di una strada che il suo nome.

Ecco è proprio questo che,  chi si sente e vuole continuare a sentirsi partigiano, non solo condividendo su Facebook l’abusato, povero Gramsci, deve contrastare: l’idea che la cittadinanza si esprima solo nella richiesta di servizi, nell’esigenza  di efficienza, nella pretesa di trasparenza, condizione necessaria ma non sufficiente, che forse sarebbe meglio una politica invisibile che amministra con burocratica efficacia, che ideali, principi, convinzioni siano sovrastrutture alle quali è più pratico e realistico rinunciare, proprio come vorrebbero la Boschi, Renzi, la loro cerchia di impuniti che vuole a ogni costo sottrarsi all’auspicabile punizione delle urne e del nostro No.

 


25 aprile, l’abbecedario della Liberazione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anniversari: procedura istituzionale molto impiegata in sistemi consacrati a un rassicurante oblio e che permette di cantare Bella ciao un giorno all’anno e negli altri 364 celebrare l’addio alla Costituzione nata dalla Resistenza, ai diritti che voleva tutelare, al lavoro sul quale si fonda la Repubblica, alla sovranità che appartiene al popolo.

Bella ciao: nota canzone oggetto di un processo di revisionismo, che l’ha retrocessa a jingle di spot governativi. Le è andata comunque meglio che all’Internazionale definitivamente obsolescente, almeno quanto il Primo maggio degradato a Festa dell’Expo.

Colonialismo: epoca storica rimossa per quanto riguarda crimini e misfatti, ma presente nell’immaginario nostalgico e che resuscita di quando in quando, favorendo partecipazioni inopportune ed autolesioniste a “missioni di pace” a “esportazioni di democrazia” a “guerre umanitarie”, con sconcertanti ritorni nei luoghi dei passati fasti dell’impero fascista.

Democrazia:  governo del popolo. Da noi ha subito un iter di normalizzazione dinamica attraverso alcune rapide evoluzioni in oligarchia, cleptocrazia, peggiocrazia, poco percepite grazie a varie forme di anestesia del pensiero comune e molto accelerate mediante riforme elettorali, mirate a ridurre la partecipazione, compresa quella al voto, regredito a stanca e arcaica formalità domenicale, indegna di un paese moderno e competitivo, l’ultima delle quali verrà probabilmente celebrata ogni 27 aprile, come ricorrenza fondativa  della restauraazione del regime.

Epurazione: rito propiziatorio del consolidamento di leadership affette da cesarismo. Molto caro a vecchie e nuove tirannie, ha registrato la dismissione dell’olio di ricino, preferendo la riprovazione in rete e la cancellazione dalle amicizie nei social network,  ricorrendo alla felpata  sostituzione di oppositori sia pure cauti con entusiaste cheerleader e appassionati tifosi. Non viene praticata nei confronti di accertati fuorilegge, di criminali rei confessi, perlopiù eredi dinastici e  non  di omologhe bande influenti dopo 70 anni fa grazie a successivi accreditamenti e redenzioni.

Fascismo: vivo e vegeto, sembra saper superare eclissi formali per ripresentarsi con rinnovata potenza, in virtù di  reiterati riscatti e periodiche legittimazioni. Il suo recupero, anche in  assenza di lettura storica affidata invece a varie interpretazioni “giornalistiche” e divulgative aberrante, viene facilitato  dalla riproposizione sotto diverse etichette, degli stessi capisaldi irriducibili e delle stesse qualità genetiche: corruzione, servilismo a padronati locali e esteri, autoritarismo, incremento delle disuguaglianze sociali, disprezzo della rappresentanza, razzismo, xenofobia, penalizzazione del Mezzogiorno, impoverimento del patrimonio pubblico, dileggio della cultura.

Guerra: nessun treno in orario dovrebbe riscattare un regime dalla vergogna di aver portato una nazione  in guerra, con gli stivali di cartone sul Don e i fucili che fanno cilecca, per appagare gli appetiti insaziabili dell’avidità di industriali, banchieri, clero,  classe politica corrotta. Vedi alla voce Storia, a proposito dell’incapacità di stati e popoli di apprenderne al lezione, se un Paese alla fine del secolo breve che faceva auspicare anche la fine della barbarie più cruenta, si associa a improvvide imprese imperialistiche, se addirittura si propone di promuovere azzardate campagne militari, in barba a una costituzione che le ripudia.

Heidegger: in nazioni che hanno saputo fare i conti col passato, non si sono verificati caso di riabilitazione sgangherata di intellettuali intrinseci col regime e l’ideologia nazifascista. Nemmeno in Italia, dove la restituzione di stato, dignità, cattedre e posti non si è resa necessaria a causa dell’inamovibilità di un ceto politico, accademico, manageriale, giornalistico, intoccato dalla vergogna, dall’autocritica e inviolato da censure e riprovazione pubblica e privata, tanto che una “più alta carica” ha ostentato l’adesione tardiva, quindi ancora più colpevole, al Guf, come la appassionata manifestazione di militanza culturale di un giovane, proprio quando altri giovani andavano a difendere perfino le sue libertà in montagna.

Immigrazione: proprio mentre favoriva l’emigrazione di lavoratori italiani verso le colonie, mentre promuoveva quella interna con l’assorbimento di una considerevole parte di manodopera proveniente dal Mezzogiorno italiano e dalla parte Nord-occidentale del paese, ma anche verso Roma, per renderla più popolosa, grande e splendente di opere, mentre    orientava l’esodo veneto, quello friulano e quella romagnolo verso la Sardegna e l’Agro pontino, mentre non si esauriva il flusso verso America e Australia, il fascismo  preparava il grande esodo di connazionali  come merce di scambio con le materie prime indispensabili alla crescita dell’economia italiana, in particolar modo  del carbone: nel corso del triennio 1938-1941, più di 400 mila cittadini italiani sono mandati a lavorare in Germania sulla base di un’ intesa economica raggiunta tra i due stati. Ma noi eravamo noi e gli altri erano gli altri: un ideologia intrisa di sciovinismo, xenofobia, razzismo assimilava agli stranieri/nemici tutti, ebrei, omosessuali, zingari, slavi, oppositori. Nel ’41 provvede a cederli all’alleato,o  li confina in lager nostrani,  o li interna in campi, uno dei quali è “dedicato” ai cinesi in numero di quasi duecento. Ancora una volta si rinvia alla voce Storia.

Jobs Act: allora avrebbe avuto altro nome, ma è lo stesso l’annichilimento del lavoro e dei suoi valori di affrancamento e emancipazione, la loro riduzione a difesa corporativa e solitaria della fatica, come unico diritto, l’annientamento della rappresentanza di interessi e garanzie, la retrocessione  del lavoro a servitù feudale, il primato dell’ubbidienza e dell’assoggettamento ineluttabile al padrone o al generale.

Liberazione: si è parlato molto quando ancora si tentava una lettura storica di quell’epoca di tre resistenze, come di una guerra patriottica, di una guerra civile, di una guerra di classe, esaltando o censurando il ruolo di chi come Bandiera Rossa, peraltro osteggiato dal Partito Comunista, si prefissava di trasformare la Resistenza in rivoluzione sociale. Ma  una contrapposizione  così manichea di obiettivi non ha voluto tener conto che comunque la lotta di liberazione non  si limitava all’aspirazione di riscatto e riappropriazione del suolo patrio, che abbattere il regime significava proporsi la trasformazione della società, l’emancipazione da autoritarismo, corruzione, clientelismo, familismo, sopraffazione economica e padronale, per dare forma alla visione della democrazia, dei diritti e dei doveri che prevede, delle libertà che vi si esprimono.

Memoria: tecnologia ad intermittenza  arbitraria, soggetta a strumentali blackout individuali e collettivi, preferibilmente circoscritta a liturgia da officiare una volta l’anno, come il rispetto di donne, babbi, mamme, nonni possibilmente benedetta da cioccolatini, cognac e cravatte. Essendosi persa quella del lavoro, la sua commemorazione è sospesa (vedi alla voce Bella Ciao).

Neonazismo: guardato con indulgente tolleranza, come a fenomeni di giovanili intemperanza, di folklore inoffensivo, rinfrancato da revisionismo e negazionismo, ben organizzato e finanziato tanto da intimidire e perseguire chi ne denuncia la minaccia attraverso i canali legali, denunce per diffamazione, propaganda, protezione di cariche istituzionali e elettive, e quelli illegali, violenze, abusi, soperchierie, il movimento internazionale beneficia di riflettori mediatici e di nuovo vigore, grazie all’adesione più o meno esplicita a partiti presenti nei Parlamenti che ne hanno sdoganato gli “ideali” col favore della crisi,  della diffidenza, della paura.

Opposizione: vedi alla voce Storia, come il passato da Pericle a Cesare, dalla Rosa Bianca all’Aventino, non insegni nulla. Oggi poi si tratta di fenomeno marginale, che non desta allarme sociale né preoccupazione nei Palazzi. Intellettuali vaporosi ed evaporati, media ginocchioni facilitano le operazioni di ridicolizzazione ed emarginazione, mentre qualche aggiornamento è stato introdotto a livello semantico,  da disfattisti a gufi e rosiconi.

Pacificazione: formidabile figura retorica volta a  sostenere il passaggio da governi di salute pubblica, di unità nazionale, di larghe intese fino a partiti unici, per indurre la convinzione che “sono tutti uguali”, tutti rubano quindi l’uno vale l’altro, tutti sono colpevoli ed innocenti, tutti a loro modo sono vittime e aguzzini, così da sollevare i cittadini dalla fatica della scelta.

Storia: l’uso di parte che se ne è fatto, la  divulgazione aberrante dei  Pansa, dei Bruno Guerri e così via, se non sono del tutto riusciti nell’azione di canonizzazione del fascismo, di dittatura domestica e bonaria, quando non innocentemente ridicola, ne hanno comunque decretato la fine in quel 25 aprile come se l’indole all’illegalità, la personalizzazione della politica, la sopraffazione, il totalitarismo, il razzismo, la xenofobia fossero terminate allora e se ne fosse magicamente  impedito il  ripresentarsi sotto nuove e dinamiche forme, adatte ai nostri tempi, anche grazie a certi regolamenti di conti e all’ideologia della riappacificazione.

Tiranni: alcuni storici hanno approfondito il tema della ricorrenza delle dittature in Italia, della loro durata, della predisposizione nazionale ad affidarsi a una personalità dispotica,  con una vocazione istrionica al protagonismo, al primato della propaganda. Se il fascismo fu il primo esempio di una tirannia di massa, il berlusconismo si è presentato come un regime formalmente democratico ma in realtà ferocemente controllato da uno solo,   senza l’uso della forza, ma con lo stesso scandaloso aggiramento delle leggi, con la stessa manipolazione dell’opinione pubblica. Ambedue sono durati una ventina d’anni. C’è quindi da preoccuparsi per il nuovo corso.

Unità:  L’inizio del  processo di normalizzazione, inteso ad addomesticare  sul nascere le pulsioni  innovatrici incubate nella Resistenza, coincide con  la caduta del governo Parri, quando si affievolisce   la speranza di un cambiamento profondo dell’Italia e  si afferma  la retorica dell’unità nazionale, sfruttata per sottovalutare le differenze politiche, culturali, ideologiche  fra fascismo e antifascismo, per favorire il consociativismo,  per spegnere la luce dell’utopia. Tramontato il sogno dell’unione dei lavoratoti, sancita quella dei padroni, consolidata quella di maggiordomi zelanti al servizio dell’imperialismo finanziario, si è messo un sigillo anche sull’altra unità, quella fondata da Antonio Gramsci, che oggi avrebbe dovuto tornare in edicola grazie al suo sponsor, a finaco di Stop e Vero.

Violante: a lui si deve il riscatto e la riabilitazione dei ragazzi di Salò, impudentemente messi alla pari dei fratelli Cervi. Malgrado ciò, malgrado l’assistenza morale al condannato ben prima della pena, non è riuscito a diventare presidente della Repubblica, sacrificato da ingrati ed irriconoscenti.

Zeta: pare che l’orgia del potere sia la vera festa italiana.

 

 

 


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