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Monete al posto delle medaglie

553edda3-76d5-4929-bcd5-f201f5e88576_570 Anna Lombroso per il Simplicissimus

In una non singolare coincidenza con la scomparsa definitiva dall’agenda della sinistra dei temi della lotta all’imperialismo e alla sue guerre, in favore di un vago cosmopolitismo, delicato eufemismo per farci digerire la globalizzazione, abbiamo assistito negli anni a un recupero del concetto di patria, nella sua forma più retorica e trita da aggiungere alla paccottiglia impiegata per sostituirla alla sovranità costituzionale e all’autodeterminazione, cui si diceva fosse obbligatorio rinunciare per giurare fedeltà e obbedienza a un “sito” regionale e morale superiore, l’Europa.

E infatti a imporre un più moderno racconto enfatico, ridondante di un’accumulazione di icone e miti e segnato dalla ripresa istituzionale di liturgie arcaiche, compresa la parata sui sampietrini di Via dei Fori Imperiali restituita alla sua funzione di passerella per dittatori e truppe in divise sgargianti e stivali di cartone, fu proprio Ciampi, del quale è bene ricordare il curriculum denso di abiure e segnato dall’abnegazione cieca nei confronti dei pescicani della finanza, della paternità dei più scandalosi processi di privatizzazione dei tesori nazionali a cominciare dall’Iri, e dell’obbligo di sottostare ai ricatti del mercato sul debito pubblico, oltre che della decisione di vietare per sempre alla Banca d’Italia di comprare titoli di Stato già al momento dell’asta, riducendo il suo ruolo che aveva avuto la qualità di vigilare e avere un effetto stabilizzante sui prezzi. Ma anche dall’acquiescenza nei confronti degli oltraggi delle maggioranze di governo e della sua fascistizzazione, compresa la cancellazione del 25 aprile e la conversione del 2 Giugno, festa di una Repubblica che rifiuto la guerra, in celebrazione da officiare armati fino ai denti malgrado la defezione di generali impuniti, adirati per il femmineo pacifismo di governi imbelli intenti a indebolire le forze armate.

Rispolverati i sussidiari, la narrazione risorgimentale, escludendo magicamente le repressioni piemontesi nel Mezzogiorno, retrocedendo la resistenza a appendice  postuma e promuovendo il primo conflitto mondiale a “quarta guerra d’indipendenza”, dando nuovo lustro all’inno di Mameli da imporre in tutte le sedi, da Miss Italia, ai derby, come risposta non troppo efficace alle esuberanze di Bossi e come colonna sonora della partecipazione a campagne belliche in ruoli non sempre di appoggio e subalterni, è diventato  politicamente corretto, quindi doveroso riporre in soffitta il “Nixon boia”, le marce contro la Nato e i picchetti davanti all’ambasciata dell’alleato più caro e irrinunciabile. E pure  il patetico pacifismo delle anime belle, grazie alla integrazione nel pensiero comune di concetti sconcertanti, quelli di imprese belliche cruente con finalità di  esportazione di democrazia e aiuto umanitario in Crimea, Etiopia, Somalia, Serbia, Libia, Iraq, o Afghanistan, quelli della guerra come necessaria preparazione della pace, a detta di garrule ministre della Difesa, quelli della obbligatorietà di armarsi indirizzando su incauti acquisti  risorse e finanziamenti ben più necessari in altre destinazioni, quelli, altrettanto strategici e imprescindibili, entrati nella mentalità comune, secondo i quali dovremmo essere compiaciuti di accogliere come un premio e una ammissione alla tavole dei Grandi,  l’occupazione e la militarizzazione  dei nostri territori, oltre che della nostra economia, perché si prestino a fare da trampolini, deposito di intendenze, poligoni di tiro esponendoci a rischi in cambio della funzione di attendenti dei generali e marmittoni delle loro cucine.

Adesso poi ancora di più la Patria, e lo sciocchezzaio dei nostri fini dicitori di bubbole: la Matria della Murgia non poi molto più accettabile della difesa leghista dei sacri confini minacciati dal meticciato, è diventata un must per mettere in risalto i valori positivi di una non meglio identificabile identità “tradizionale” ma aperta alla cucina etnica e fusion, alla penetrazione commerciale di mode e droghe, ai rap a Sanremo, a Bella Ciao in cinese, rispetto ai vizi del sovranismo e del populismo, e  le virtù invece della rinuncia a poteri e competenze che permettono a governi incapaci e asserviti di legittimare la loro impotenza e la loro subalternità.

Eppure proprio il  4 novembre, tra sacelli e monumenti a dinastie di traditori e ladri, in vie e strade dedicate a generali  che hanno difeso le frontiere dall’invasore straniero sacrificando 600mila nostri eroici cittadini, molti dei quali passati per le armi per il reato di insubordinazione, tra corone d’alloro e sacrari a Graziani in memoria delle imprese, contro faccette nere, oggi sostituite da quelle delle nostre imprese in nome della nuova cooperazione con antiche colonie realizzata anche quella per salvaguardare il sacro suolo dalle orde      selvagge, sarebbe ragionevole guardare a film proiettati altrove, al trailer di quello che può succedere quando il popolo mai troppo sovrano, mai troppo responsabile e mai abbastanza civile si affida a quelli in uniforme, come in Cile, in Equador, in Argentina.


Il bagno di folla (senza parole)


Il mio premier è un drone

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La guerra è come lo sfruttamento, la violenza, la sopraffazione. Tutti sono contro l’uso della forza, oggetto di diffidenza e ostilità, che non si fermano ai confini delle geografie meno estranee al pacifismo. Tanto che il rifiuto della guerra è un caposaldo della Carta delle Nazioni Unite e è espresso in gran parte delle Carte costituzionali, compresa la nostra.

Ciononostante con buona pace di tutti quelli che hanno esaltato la Venere europea contro il Marte americano, gli stati europei oltre che dall’euro sembrano indissolubilmente uniti dalla entusiastica partecipazione a vario titolo alle missioni “diversamente” belliche, secondo acrobazie semantiche e eufemismi sfrontati, tanto che dalla guerra del Golfo, quella in Jugoslavia, quella in Afghanistan e via via il ricorso alla forza è rientrato nemmeno tanto surrettiziamente come insostituibile opzione della politica estera. In barba alla Costituzione, a flebili obiezioni di un pacifismo retrocesso alla lagna di anime belle anacronistiche, quanto disfattiste, noi in varie funzioni, di punta o gregarie, siamo stati in Iraq, Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo,Afghanistan, Iraq, Libano, pronti a prestarci in Crimea, Ucraina, là dove Marte chiama.

E d’altra parte appartiene al pensiero forte anche la definitiva condanna del pacifismo come screditato residuo dell’epoca delle ideologie e delle appartenenze, che si combina con l’entusiastica integrazione tra i valori della nuova destra, travestita da accomodante e rassicurante moderatismo, dell’autoritarismo, del nazionalismo, della potenza e prepotenza, sostenuti dall’entusiasmo per la tecnologia dei droni, dell’occhio che sorveglia, ben mescolati con la colpevolizzazione della resistenza, con l’erosione dei principi costituzionali e alla privatizzazione della Carta, grazie anche a un presidenzialismo strisciante e a uno svuotamento del parlamentarismo. 

Così anche domani, in barba anche alle accuse di spese di rappresentanza più che inutili, offensive del buonsenso più ancora che della Carta, ormai ridotta a esile richiamo a valori arcaici, la nostra nomenclatura per un giorno in foggia ieratica e compresa si schiererà su scomode seggioline, sotto stinti teloni da scampagnata, a guardare una ridicola esibizione di muscolarità, forse per persuadersi e convincerci che non siamo una espressione geografica, una rampa di lancio, un sito per le intendenze, ma un potenza alla pari tra le altre. Ruolo irrinunciabile per chi vuole mantenere funzione e potere, anche di sopraffazione, grazie all’ubbidienza, all’acquisto di armamenti inefficienti, a dispiegamento di uomini, mandati magari a proteggere traffici opachi, a partecipare a interventi iniqui, che sempre i nemici servono a muovere le guerre e guadagnarci. Nel 2012 la spesa militare globale ammontava a 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del Pil mondiale, sostenuta per l’82% del totale da 15 Paesi, e il cui 58% è stato a carico degli Stati del nord America (40%) e dell’Europa occidentale (18%). Il Conflict Barometer, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, in quello stesso anno ha monitorato 396 confitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011, 188 dei quali sono classificati come controversie e crisi, 43 “guerre altamente violente” e 165 “crisi violente”, per un totale quindi di 208 confitti armati, il numero più elevato mai registrato dall’organismo a partire dal 1945. I principali teatri di guerre note, anonime o dimenticate sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 confitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 confitti), il Medioriente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 confitti). Deve esserci insomma un gran profitto nella cosiddetta “esportazione di democrazia”, a fronte di così poderosi investimenti. E poi sono guerre che si fanno fuori dai confini nazionali, altrove, che in patria invece manu militari le missioni belliche sembrano meno sanguinose e cruente, i nemici apparentemente immateriali si chiamano lavoro, diritti, certezze, sapere, democrazia.

Domani il ceto al governo starà a guardare e anche noi staremo a guardare, avendo perso se mai ne avessimo avuto, il controllo sullo Stato, sul Parlamento e sul governo, quindi sulle leggi che governano le nostre esistenze, la nostra pace, le guerre degli altri contro altri e contro di noi, si chiamano con sigle, con nomi dalla oscura potenza, ci controllano con i loro occhi elettronici, le loro telecamere, i loro droni, i loro giocattoli perversi, quelli che si vendono e si comprano nei grandi mercati della paura, dove il brand è alimentare e spacciare timori per avere in cambio pezzi sempre più ampi di democrazia. E frammenti sempre maggiori di umanità, che in fondo non appartiene al filone della letteratura fantascientifica sospettare che i soldatini al potere altro non siano che droni telecomandati.

 


Parata deserta, sparate affollate

Il sabato di festa alla Repubblica non è passata invano. E’ stata la prova del totale scollamento della politica dal Paese e anche l’indicazione di ciò che si va preparando. La scarsissima partecipazione a una parata militare voluta a tutti i costi e oggettivamente inopportuna, è stata la dimostrazione palmare dell’autismo che ormai affligge i partiti e le istituzioni: solo il deserto dei fori imperiali ha reso evidente una gaffe che nessuna retorica è stata in grado di colmare. Ma non è stato il peggio: quello è venuto dopo, nelle ore serali, quando praticamente tutta l’informazione televisiva ha parlato di “parata sobria” con la lodevole eccezione di qualche voce fuori del coro che ha invece preferito l’espressione “sobria parata”.

Persino al tempo del fascismo, quando nelle redazioni arrivavano le veline dell’Agenzia Stefani, l’informazione si prendeva una maggiore libertà nel comunicare le “verità” del  regime, magari arrivando a correggere  espressioni improprie se non grottesche come, per l’ appunto parata sobria che non è tanto un ossimoro, quanto un’incongruità bugiarda. Ma questo unanimismo nel cercare di mettere una toppa alle ostinazioni ormai chiaramente senili del Quirinale, ci dice molto riguardo alle mosse di un’oligarchia che di fatto detiene la golden share dell’informazione e che sta scendendo in campo direttamente o indirettamente per supportare la deriva dei partiti con una sorta di raggiro, quelle delle liste civiche nazionali, calate come reti per cercare di pescare la crescente repulsione nelle forze politiche.

Sappiamo che se ne preparano diverse, ma le principali sono due: una a destra con Montezemolo o chi per lui e si sa che il nobiluomo, iscritto fin da ragazzo nel gotha della classe dirigente, tipico prodotto di qualità Fiat, è il probabilissimo acquirente de La7. E conosciamo quella lanciata da De Benedetti in persona e ovviamente pompata dal suo gruppo editoriale che vedrebbe alla testa Saviano, ex cronista, ex scrittore, attualmente profeta con partita iva, per catturare il voto sul tema della legalità. E basta leggere l’ ambigua smentita in pura lingua politichese dello stesso Saviano per convincerci che, sì, avremo il  suo facciotto sulle schede elettorali.

E’ facile vedere che Montezemolo – Fiat e De Benedetti – Cir , per non parlare dell’eterno Silvio, entrambi protagonisti di trent’anni di vita italiana, non solo hanno diretti coinvolgimenti aziendali, ma sono espressione di identici interessi sia pure diversamente articolati,  e di un’unica oligarchia. L’operazione liste civiche con cui cercano di supportare partiti a credibilità zero, non si propone affatto di rinnovare la politica, ma si imprigionarla dentro la palude di un partitone unico e melenso destinato a supportare una riedizione rivista, ma non corretta del montismo, con un perno centrale di nome Passera diretto rappresentante degli interessi finanziari e bancari, e possibilmente un garante come Monti stesso al Quirinale. Non si tratta nemmeno di una sorta di grosse koalition, tra forze diverse, ma la messa in mora della politica o meglio di qualsiasi politica che osi mettere in dubbio il pensiero unico.

L’assurda parata, l’incaponimento del Quirinale, sono stati l’occasione per mettere alla prova l’ unanimismo da terza repubblica nella quale la vera dialettica sarà tra un’oligarchia indistinta dentro il Palazzo e le tensioni fuori del Palazzo: nulla sarà meno civico delle liste che compariranno come funghi, velenosi per la democrazia, ma con l’aspetto di gustosi porcini, finferli, prataioli. E anche se molti sono secchi, magari mischiati a ingannevoli fettine di melanzana va bene lo stesso: il risotto che si prepara deve avere solo l’apparenza di un piatto appetitoso.

Rimane da vedere quale sarà la reazione dei partiti storici di fronte a queste manovre: se riterranno queste liste come un aiuto per superare l’astensionismo o un tentativo di svuotamento del loro ruolo. E qui non parliamo di politica, ormai del tutto inesistente sia nel centro destra che nel centro sinistra, ma di poltrone, di posti di potere. Questo temo sia il calcolo che gira inquieto tra le segreterie: giusto che la festa della Repubblica abbia come rappresentazione simbolica il pararsi il sedere.


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