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Le scatole cinesi della crisi

ScatolecinesiRIDSi ha la sensazione di trovarsi dentro un sistema di scatole cinesi dove una crisi sta dentro un’altra: crisi mondiale del sistema, crisi dell’Europa, incipiente crisi democratica negli Usa, crisi del modello tedesco, crisi della Nato, crisi del Mediterraneo e crisi politica terminale dell’Italia, un insieme reso ancora più confuso da un discorso pubblico insensato che va dalla epidemia mediatica cinese, al redde rationem dell’export tedesco, alla palpitante narrazione sulle mosse di Renzi e alle bugie di Conte sul Mes. E’ come se la costruzione messa insieme dopo la dissoluzione dell’Urss stesse  implodendo su stessa, sotto i colpi di un’economia reale ferita dal tentativo ahimè in parte riuscito di eliminare il diritti del lavoro per creare una nuova società della disuguaglianza. E questo significa,  salari sempre più bassi, tutele sempre più ridotte, esplosione della precarietà e conseguente caduta della domanda aggregata: così il raffreddamento del commercio mondiale sta destabilizzando la Germania e con essa l’intera Europa,per non parlare degli Usa dove esistono due governi, quello visibile e quello ombra senza che si sia in grado di capire bene cosa faccia l’uno  e cosa l’altro, cosa covi l’uno e cosa l’altro.

Il fatto è che non sarebbe difficile contrastare questa bradisismo cominciando con banali provvedimenti anti ciclici e facendo piazza pulita degli assurdi teoremi austeritari e monetari sui quali regge l’Ue, se questo non andasse in rotta di collisione con il progetto politico reazionario del neo liberismo, contrario a qualsiasi redistribuzione del reddito e dunque contrario anche allo Stato, alla cittadinanza, alla costituzione e ai diritti che ne sono il correlato. Con il fiscal compact e il Mes che ne è il il killer, la stabilità dei conti e della moneta è diventato l’obiettivo al quale sacrificare la crescita dei redditi e dell’occupazione, il che significa, come riconosce anche Milano -Finanza che “gli obiettivi sono rappresentati dalla maggiore competitività economica e dall’accumulazione finanziaria sull’estero, che si ottengono riducendo i salari attraverso un alto livello di disoccupazione”. E’ impossibile pensare a un cambiamento basato esclusivamente su considerazioni economiche, viste che in ultima analisi si tratta di visioni politiche incubate dalle elite: occorre un rivolgimento politico e culturale che riconvogli i soldi verso le persone, verso la vita  e non verso strumenti finanziari e paranoica accumulazione capitalistica. Una dinamica questa che colpisce salari e redditi medi anche in aree come quella Usa che non sono per nulla austere, ma dove comunque il denaro viene sempre più intercettato dai ricchi  e dai loro forzieri finanziari.

Non è questione di tecniche è questione di valori e di scelte politiche. Man mano che il neoliberismo delocalizzava nelle aree a basso costo di lavoro per realizzare profitti stratosferici senza redistribuire se non le briciole, man mano che le lotte sociali venivano sopite un po’ con il bastone è un po’ con la banana drogata dell’atomizzazione sociale, ci si è accorti che la sopravvivenza del sistema era legato al controllo delle economie che si erano sviluppate altrove e che si rivelavano più efficienti e in procinto di diventare più avanzate, quindi il problema geopolitico è diventato cruciale come il fronte interno. Partendo da questo è facile comprendere capire come si siano man mano prodotte le linee di frattura che oggi attraversano tutto l’occidente  e che non possono essere risolte sulla base delle teorizzazione, delle politiche, dell costruzioni istituzionali e delle prassi che hanno portato a tutto questo: in questo si capisce bene come gli ambienti oligarchici siano anche tentati dalla guerra come estremo rimedio a ciò che esse hanno provocato e alle visioni del mondo che hanno liberamente incubato per tanti decenni.

Purtroppo all’orizzonte non si intravvede nemmeno con un potente cannocchiale un’opposizione che non che non sia né puramente astratta e quasi teologica, né meramente episodica e situazionale, che insomma abbia una visione coerente e uno sguardo lungo: gli stessi effetti di mezzo secolo di neoliberismo con l’antropologia minima dell’individuo come monade socialmente autistica che ne è derivata ne impediscono lo sviluppo concreto ancor più di quanto non lo facciano le divisioni tradizionali. Dunque il sistema crollerà per consunzione interna e per le spallate esterne.


Questioni di Pil…u

Romagna al cinema con Albanese. U pilu traina l'economiaE’ davvero straordinaria la capacità del sistema post democratico e della politica spettacolo che le è propria, di trarre vantaggio proprio dalle falle strutturali delle teorie neoliberiste e dalle bugie sparse a piene mani per nasconderle. Ultimamente al bar Italia è tutto un accapigliarsi sulla diminuzione del Pil nel terzo e quarto trimestre di uno 0,3 per cento complessivo: l’opposizione dice che è colpa del governo dimenticando che sotto Monti il prodotto interno lordo diminuì dell’ 1 per cento, mentre l’esecutivo risponde che si tratta solo di un calo temporaneo della durata di sei mesi. Inutile dire che entrambe le tesi sono letteralmente prive di senso perché tutta l’Europa è colpita dal rallentamento dell’economia mondiale, tanto che la Germania che funge da maestra per questi alunni somari ha dati peggiori di quelli italiani che sono culminati con un – 4,5% di produzione industriale.

In realtà poiché il pil è una misura statistica dove oltretutto parecchie voci contengono stime puramente ipotetiche, le piccole variazioni sono facilmente giostrabili per ottenere un qualche effetto ad hoc e che in ogni caso nella flessione italiana ha giocato soprattutto il meno 20% delle residue produzioni Fiat in via di definitivo smantellamento, ma siccome in questo caso la tendenza riguarda tutta la Ue che nel 2018 ha fatto registrare un aumento molto inferiore a quello propagandato e vicino a un misero 1,7% , per di più dovuto praticamente tutto dovuto ai Paesi extra euro, non c’è alcun dubbio che la canea confindustriale la quale gode di soci che sono tra i più taccagni investitori del pianeta o le opposizioni di cappa e mazzetta che vorrebbero tenere in vita il Pil con le opere inutili o lo stesso governo che si mette su questo piano, sono proprio fuori di capoccia. Siamo di fronte a un evidente rallentamento dell’economia mondiale e continentale alla quale un Paese forzosamente devastato nella sua struttura produttiva dalla moneta unica fa fatica a reggere mentre l’impossibilità di investimenti significativi e rivolti alla domanda, impostaci dal leviatano europeo completa l’opera di distruzione. Questo non toglie che si sia costretti a sentire le sciocchezze di Draghi sul fatto che tutto ciò sarebbe dovuto ad un allentamento dell’austerità: qui delle due l’una o siamo di fronte a mentitori seriali che cantano la stessa canzone da 11 anni senza cambiarla di una virgola, oppure a cretini. La prima tesi è senz’altro vera, la seconda non è da escludere perché la natura delle menzogne ossessive risiede proprio nell’incomprensione delle cose.

Ma insomma visto che il pil cade e non solo da noi non si può certo dire che sia colpa dell’austerità imposta dalla Germania attraverso i trattati e ancor meno di può accusare il ciclo economico capitalistico, scacciandolo dall’altare delle adorazioni: così è più facile accusare governi non completamente allineati o forze politiche di opposizione che chiedono l’aumento della spesa pubblica e dunque pretendono di vivere al di sopra delle proprie possibilità e insomma tutte le fesserie di questo genere che ormai da mezzo secolo sono entrate nelle giaculatorie del rito neoliberista. Il fatto è che non ci si accorge di essere in mezzo a insuperabili contraddizioni, come quella di dover fare investimenti per sostenere il pil, ma non di non poterne fare a causa dei trattati europei, dei ricatti con cui vengono fatti rispettare e della debolezza di chi alla fine li accetta senza fare nulla per diminuirne la pericolosità.  Fino a che si accetterà questo Comma 22  non ci sarà verso di uscirne, non prima comunque di aver interamente dilapidato l’economia di un Paese per compiacere la barbarie dal volto europeo: allora si che potremo occuparci a tempo pieno di u pilu al posto del pil.


Almanacco 2019

almanaccoIl 2018 è stato è stato l’anno delle novità nella sua prima parte, mentre la seconda ha vissuto nei paradossi e nei rinvii  concludendosi  in bellezza, si fa per dire, nella confusione generale e lasciatemi dire anche nel segno dell’ignominia: sentire il signor Monti parlare di Senato esautorato quando lui è stato il primo ad occuparlo con le truppe straniere dello spread senza una mediazione politica, rende bene tutta la vanvera di un Parlamento esautorato da trent’anni prima dai poteri affaristici nella persona di Berlusconi e poi da un complicato e contraddittorio intreccio di interessi ideologico- finanziari ed egemonici continentali. Sentire questo cinico e insignificante ometto lamentarsi del fatto che con il cedimento del governo sulla finanziaria è la prima volta che la manovra viene scritta da Bruxelles, quando la sua che ha definitivamente rovinato il Paese è stato dettata dalla troika e da J.P, Morgan, è come avere davanti  in 3d l’inconsistenza parolaia della classe dirigente del Paese  che dalla fine degli anni ’80 con la scomparsa dell’ Unione Sovietica e quella conseguente del Pci, ha vissuto di rendita sulla doppia inconsistenza geopolitica verso la Nato e verso l’Europa: una sorta di pilota automatico all’ombra della quale saccheggiare il Paese e i ceti popolari, senza dover prendere qualunque iniziativa.

E’ quasi ovvio che ogni cambiamento rispetto a questa situazione di fondo sarebbe la fine di un ceto dirigente complessivo che è attaccato allo status quo come il naufrago alla tavola di legno, anche perché non ha futuro e nemmeno lo ha mai immaginato. Di qui il paradosso di un governo prima accusato dalle opposizioni di voler entrare in conflitto con Bruxelles e poi di aver ceduto a Bruxelles e quello addirittura metafisico di criticare l’esecutivo per aver accettato i diktat di organismi dei quali gli stessi critici sono fanatici estimatori tanto da ritenerli non sindacabili, come ha appunto detto Monti. D’altro canto nella stanza dei bottoni abbiamo una forza come la Lega che è stata partecipe al massimo grado del berlusconsimo e dunque proprio di quel fatale immobilismo della subalternità compensata con una inveterata xenofobia che è il sovranismo  degli ottusi, unita a un movimento Cinque Stelle che sembra aver acquisito la consistenza di un coniglio disossato, tanto che non si capisce bene se sia nato dal progetto di creare un’opposizione parafulmine dei malumori popolari o abbia da qualche la parte la forza di diventare qualcosa che non sia magma raffreddato.

Ad ogni modo la clasa discutidora che rappresenta in questo modo anguillesco lo status quo e l’altalenante governo nato dalla volontà degli elettori di cambiare le cose si troveranno nel 2019 di fronte alla fine del quantitative easing della Bce, al raffreddamento del ciclo economico e all’assalto finale della Germania perché ora o mai più: una situazione forse peggiore rispetto alla fine della guerra perché la subalternità come situazione ideale per la rapina alla fine ha portato a una disoccupazione senza precedenti considerando che molta parte della cosiddetta occupazione è in realtà  sottoccupazione precaria, alla distruzione del 25% della base industriale, a una drammatica contrazione demografica, a una crisi di immigrazione e a una ancor più pericolosa crisi emigratoria. Per cui o ci sarà qualcosa di simile alla jacquerie dei gilet gialli che mescoli le carte in tavola, oppure alla fine ci ritroveremo al governo Mario Draghi, uno che ha già svenduto molti asset italiani per il suo tornaconto personale. La beffa finale incombe, mentre il Paese per riprendersi il futuro e rinascere avrebbe bisogno di tornare a prima della valanga neoliberista, a prima del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro così da non essere sotto ricatto continuo degli squali spreadisti. Siccome per esplicita ammissione di chi attuò la separazione, Andreatta in particolare, questo stravolgimento istituzionale e costituzionale fu voluto per salvaguardare i rapporti con Unione Europea ed entrare nello Sme sotto la pressione di volontà esterne e imprecisate, ecco che si torna allo snodo fondamentale dell’autonomia. Girarci attorno è solo perdere tempo.


Il coraggio dell’audacia

67738260-pegno-solitario-di-scacchi-davanti-alla-squadra-nemica-coraggio-e-audacia-concetto-con-pezzi-di-scacNegli ultimi trent’anni le mappe della politica sono profondamente cambiate e se ancora alla fine degli anni ’80 la definizione di destra e di sinistra era sufficiente a collocare topograficamente partiti e movimenti, ora questa indicazione è del tutto inadeguato alla descrizione del paesaggio politico. Non è che destra, centro e sinistra siano scomparsi, ma sono solo uno dei criteri da tenere in considerazione: ad essi vanno affiancati altre  coordinate che sono divenute prevalenti come per esempio quelle di forze di sistema  di opposizione o antagoniste o ancora quelle di governismo e di alternativismo, di appartenenza o di utilità, di radicamento o di opinione.

Se volessimo creare un algoritmo per dare un senso di base a una battaglia politica delimitata entro i confini angusti posti dalle oligarchie europee e dalla posizione internazionale del Paese potremmo dire che l’area di sistema è un fattore zero e il governismo un valore di 0,1: il primo annulla qualsiasi moltiplicando, mentre il secondo ne riduce le potenzialità di un fattore 10: quindi destra o sinistra qualunque valore abbiano sono riportate a zero e giacciono indifferenziati sulla carta a quadretti, oppure nel caso siano solo governiste riducono le differenze a valori così piccoli da non poter essere effettivamente distinti . Questo accade anche con le forze di opposizione che non contestando le basi del sistema, ma solo le sue modalità, subiscono la stessa sorte matematica, azzerandosi o decimando le proprie potenzialità. Solo le forze antagoniste mantengono intatto il loro valore iniziale anche se l’entità di quest’ultimo viene poi determinato da addizioni e sottrazioni come l’opinione, l’appartenenza, l’abitudine, l’area di clientela, la presenza mediatica e così via. Per fare un esempio ovvio diciamo che la destra berlusconiana x sistema x governismo dà come risultato lo stesso che si ha moltiplicando il centro sinistra per i medesimi fattori: ovvero politicamente zero il che è anche confermato dalla mobilità interna di questo grosso corparccione conservatore al contro. E questo vale per Leu e per tutti gli ectoplasmi comparsi in vista delle elezioni ad eccezione di potere al popolo che si presenta come unica formazione antisistema. Se vogliamo sottrarre il Movimento 5 stelle all’area di sistema, nonostante Di Maio, comunque non possiamo salvarlo dal governismo e quindi ad una decimazione delle sue potenzialità.

Certo se l’Italia fosse un Paese libero e sovrano l’algoritmo sarebbe radicalmente diverso, ma in queste condizioni abbiamo una sorta di insieme magmatico le cui differenze sono in gran parte immaginarie e non soltanto negli slogan, ma anche nel concreto, vedasi il capitolo sui diritti del lavoro o sull’immigrazione dove c’è stata una staffetta reale e un contradditorio solo verbale. Il fatto è che il governo del Paese è decentrato e avviene nella sostanza altrove, mentre il mondo politico nostrano non è altro che un’ombra cinese. Qualora se ne volesse una prova basterebbe leggere questo passo del Corriere: «C’è un aspetto poco sottolineato, nella campagna elettorale. I partiti hanno cominciato a mostrare maggiore consapevolezza sull’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea. Fino a qualche mese fa, sembrava che l’europeismo fosse scomparso dall’orizzonte. Silvio Berlusconi criticava le istituzioni di Bruxelles e proponeva una doppia moneta. Il M5S teorizzava un referendum per uscire dall’euro. La Lega martellava contro euro e Nato. Perfino il Pd renziano additava «i burocrati europei» che non concedevano maggiore flessibilità ai governi italiani in materia di spesa pubblica. Oggi, invece, l’adesione ai vincoli continentali è diventata quasi corale: anche se con qualche contorsione e, da parte di alcuni, strumentalità». I servi gioiscono per il fatto che nessuno contesta più il padrone, nonostante quest’ultimo goda ormai di una salute precaria e che di conseguenza abbia accresciuto il suo cinismo senile pur con speranze di vita assai meno prospettiche rispetto al passato anche recente.

Quindi da una parte abbiamo elezioni quanto incerte nei risultati e probabilmente prodromo di un qualche governo di unità o di emergenza, dall’altro abbiamo al contrario un panorama uniforme e piatto che rende del tutto indifferente l’impasto dei futuri governi i quali  non saranno comunque in grado di governare alcun processo e anzi finiranno per accelerarli con la loro inazione provocando un aumento drammatico delle disuguaglianze. Come ho avuto occasione di dire qualche tempo fa siamo di fronte a un voto così ininfluente rispetto alla realtà che forse vale la pena mettere nell’urna più che un segno di rassegnazione al presente, un seme per il futuro. Essere per una volta audaci invece che spaventati e proni è in fondo già un po’ di futuro.


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