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Più poveri, ma più grassi: così vuole il capitale

Botero-bannerUna volta si diceva “omo de panza, omo de sostanza” intendendo per quest’ultima non tanto quella accumulata nell’adipe, ma proprio i beni materiali che permettevano sia un’alimentazione più abbondante, sia una vita meno faticosa. Ma oggi tutto questo appartiene a un lontano passato, a una disuguglianza ancien regime, sostituita in un contesto di più facile accesso al cibo creato da due secoli di lotte popolari, in una sorta di discriminazione al contrario sul quale ad ingrassare maggiormente sono principalmente le persone meno abbienti, meno acculturate, meno scolarizzate e più esposte alle retoriche del cibo. Ma ingrassa anche il complesso delle aziende agricolo – alimentari che giocano sporco creando convinzioni, mode, leggende, tendenze che aumentano enormemente i loro profitti.

In occidente tutte le statistiche rendono conto di un aumento costante del peso a partire dalla fine degli anni ’80, da quando cioè esistono statistiche affidabili, non solo dell’obesità propriamente detta, ma del sovrappeso più o meno accentuato: insomma siamo più grassi di una volta e questo pone un bel problema, perché la risposta più facile – mangiamo di più, introduciamo più calorie – non sembra affatto vera. Anzi secondo dati del governo britannico che probabilmente sono ampiamente sovrapponibili a quelli del Nord America e dell’Europa occidentale, consumiamo mediamente 2131 chilocalorie al giorno, inclusi dolci e alcol  contro le 2280 calcolate come media nel ’76, escluso l’alcol. Non c’è dubbio che magari non si possa giurare su questi numeri alla virgola, anche per la difficoltà di metterli di verifiche esatte, ma di certo indicano che il problema non sta in un significativo aumento dell’alimentazione, E nemmeno ci si può appellare al declino del lavoro manuale perché altre statistiche internazionali sostengono che gli adulti impegnati in lavori manuali non qualificati hanno una possibilità di divenire obesi 4 volte più di coloro che svolgono lavori sedentari.

Per capire cosa sia successo in questi anni che coincidono storicamente con l’affermazione del neoliberismo e il declino delle esperienze comuniste, nonché con quello delle battaglie sociali, bisogna cercare altrove di certo non nelle stravaganti teorie di qualità metafisica sull’uso di antibiotici ( che oggi è peraltro diminuito) o la diffusione di epidemie virali o anche di sostanze che altererebbero l’equilibrio endocrino, cose di cui non si ha alcuna evidenza e che comunque potrebbero al massimo giustificare casi singoli, non certo una crescita a dimensione demografica. Infatti non mangiamo di più, ma mangiamo in modo molto diverso, come ha spiegato in maniera divertente e documentato lungometraggio inglese di tre anni fa: “Gli uomini che ci hanno fatto ingrassare”,  il quale naturalmente non è mai arrivato in Italia. Sta di fatto che rispetto al ’76 si consuma la metà di latte fresco, ma cinque volte più yogurt, tre volte più gelato e addirittura 39 volte più dessert a base di latte e 70 volte di più se si estende il calcolo a prodotti creati con succedanei come la soia o altre derivazioni ; mangiamo oltre un terzo in meno di pasta e riso ma un terzo in più di cereali da colazione e due volte in più spuntini a base di cereali; compriamo la metà delle patate di una volta, ma consumiamo oltre cinque volte di più patatine a sfoglia e prefritte, mentre i consumi di prodotti assimilabili che uniscono patate a formaggi e spezie sono saliti di oltre 40 volte in questi anni; gli acquisti diretti di zucchero sono diminuiti drasticamente, ma l’ uso nelle bevande e nei dolciumi, perfino nelle preparazioni salate della grande distribuzione, è aumentato in maniera esponenziale.  Secondo gli esperti questo è il vero problema, anche perché l’industria, sempre più orientata a prodotti che creano dipendenza,  si è spienta verso la sostituzione del comune saccarosio con altri zuccheri spacciati come più sani e trovando facile presa in popolazioni ormai evirate da ogni spirito critico: peccato che tali zuccheri non agiscano meno sui centri della sazietà per cui inducono a mangiare ancora più zuccheri. Questo meccanismo crea un circolo vizioso tramite la soppressione da parte dell’insulina dei segnali della leptina, l’ormone che regola il grasso corporeo. In questo modo anche l’esercizio fisico ha poco influsso perché esso aumenta la fame e dunque finisce per rafforzare il circolo vizioso che quando non si traduce in vero e proprio grasso si rivela in mille modi come sindrome metabolica. Tra l’altro da una dozzina di anni tutto quel che sapevamo o credevano di sapere sui grassi buoni e cattivi, sui disturbi cardiocicolatori e su un insieme di patologie correlate comincia ad essere demolito dalla ricerca, ma non dal mercato nel quali i giganteschi interessi costruiti sul vecchio modo di vedere le cose sono troppo forti per essere aggrediti.

E’ facile comprendere come tutto questo venga esaltato dalla bassa capacità di spesa e dunque dall’esclusione dalla droga del consumo, dallo stress, dall’ansia e dalla depressione collegati a uno status sociale inferiore (vedi qui per approfondire) , ma nulla di tutto questo arriva alla consapevolezza del pensiero unico che nella sua progressiva demenza senile, considera tali problemi soltanto individuali e al massimo ritiene che scelte personali sbagliate o mancanza di volontà si riversino sulla società e debbano dunque essere punite con l’esclusione dai servizi sanitari gratuiti, quando è la struttura stessa del profitto neo liberista che spinge ad assuefare le persone e a usare persino le tecniche della neuroscienza per indurle a questo stile di vita che simula l’abbondanza nella scarsità dei mezzi per i poveri  e la scarsità nell’abbondanza per i ricchi.

 

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Meglio grassi che cretini

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Se le cicciottelle sono tre, i cretini sono tanti. Mi riferisco a quella specie pericolosa per l’intera cittadinanza, che aspira e desidera pervicacemente farsi prendere per i fondelli.

Riassumiamo brevemente i fatti: alle Olimpiadi che si tengono in un Paese oppresso e ricattato da un parlamento occupato dai corrotti che consegna la nazione alle lobby e ai potentati stranieri, e che  si dice sia così attento alla reputazione internazionale da aver rimosso grazie a non si sa bene quale inumana pulizia qualche bambino delle favelas perché attentava al decoro; favelas che resistono da decenni tanto da far parte del folklore molto visitato da turisti stranieri in cerca di emozioni, che come un fastoso e barbaro rito pagano, officiato nel bel mezzo della più tremenda recessione degli ultimi 80 anni, costeranno molto più dei 4,6 miliardi di dollari preventivati, in quattrini e in costi sociali, che ormai ogni 4 anni si ripetono per appagare appetiti del malaffare globale e megalomanie di premier, condannando a fiaschi vergognosi e a bagni di sangue finanziari nazioni vittime del delirio di onnipotenza governativi (quelle invernali di Sochi sono costate 20 miliardi di euro, quelle di roma che ci auguriamo non si tengano, ne costerebbero secondo un benevolo e non disinteressato calcolo del Comitato Roma 2024 affidato al pallottoliere rudimentale del Ceis di Tor Vergata, almeno 11, 5, credibile come i conti dell’Expo), insomma di questo evento – che ha anche un carattere politico, come sempre d’altra parte: criminalizzazione della Russia, diatribe serbo-kosovare, atleti che dimostrano per la libertà del loro paese e altri, poco pubblicizzati, che rifiutano di stringere la mano a tiranni, presenza ingombrante di marionette in gita all’estero – stampa e opinione pubblica sempre più privatizzata, disinformata, conformista e provinciale pare abbia colto solo l’oltraggio a bon ton politicamente corretto rappresentato dal titolo di un giornale, il Resto del Carlino, che dava delle “cicciottelle” a tre atlete italiane.

Lascio perdere la prima osservazione che mi viene alla mente: l’eufemismo è diventata da tempo un’arma nelle mani dei regimi, l’ipocrisia edulcora l’infamia, addomestica l’iniquità più ferina, tra esuberanze nel lavoro, non capienti, diversamente abili diversamente abbandonati al loro destino, extracomunitari al posto di disperati, inglesi compresi verrebbe da dire, irregolari invece di clandestini. Così resta alla destra detenere il primato non olimpionico della sfacciataggine libera, in barba a buona educazione e “civilizzazione”, con leader inchiavabili, altri “abbronzati”, bambole gonfiabili, ministre oranghi, tutte definizioni peraltro concesse e perfino autorizzate con incomprensibile tolleranza anche in Parlamento, se da altra parte per anni l’acceso confronto politico verteva su statura ministeriale, parrucchini, erezioni poco imperiose, culi flosci, labbra gonfiate, seni rigogliosi a rischio esplosione.

Ma siccome ormai ogni volta che si prende posizione occorre esibire anticipatamente  una pubblica dichiarazione di abiura di ogni tipo di fiancheggiamento: al terrorismo, alla mafia, alla corruzione, ai 5stelle, se si parla male del Pd, al machismo se si condannano le smorfiose di governo, al sessismo se si sospetta di9 certe carriere inspiegabili e via dicendo, anticipo le critiche dicendo che il titolo non mi piace, non l’avrei fatto così come non ho gradito le battute sulla diversa altezza di Brunetta, quelle sull’abilità della madia nel leccare il gelato, sui pregi reconditi della Gelmini, sul riporto del Cavaliere. E nemmeno quelle recenti, benché laudative, su certi lati B eloquenti, su tartarughe maschili atletiche e arrapanti, che, infine, tutto contribuisce a dare forma e credito a una somatica di regime che ci vuole aderenti a modelli e format ufficiali, con corpi belli, levigati, sani, possibilmente stupidi comunque predisposti a imprese sessuali, lavorative, sportive per l’onore e il prestigio della crescita, per l’affermazione del profitto, per la celebrazione del dio mercato. E chi non è così meglio che stia ai margini, che diventi invisibile per non compromettere decoro e armonia, siano grassi, malati, diversi, vecchi, poveri, perché si sa che certi difetti, certe magagne, certi vizi e certi malesseri, fisici o psicologici, diventano virtù, caratteristiche e “cifre” amabili quando a esibirle sono i ricchi, i privilegiati e i “vincenti”, che, c’è da sospettare, se il trio dell’arco avesse avuto la medaglia d’oro malgrado la presenza per porta sfiga istituzionale, avrebbe ricevuto un differente trattamento.

Al tempo stesso però non posso esimermi dall’osservare che la rimozione di un direttore di supplemento sportivo per la sua “scorrettezza” da parte di uno di quegli unti del signore per ragioni dinastiche, esponente di quelle famiglia che hanno occupato industria, mercato, informazione grazie a regimi assistenzialistici piegati ai loro voleri per ragioni elettorali, uno che, ambizioso di essere uomo orchestra: padrone, direttore, grafico, opinionista, cambia un titolo a mezzanotte per proclamare la necessità dell’introduzione della pena di morte, uno che altri direttori li ha licenziati perché colpevoli di  essere sgraditi al Gotha bancario, Mps in cima, uno che si è liberato del patrimonio di famiglia, produzioni, petrolio e lavoratori annessi, per trasformarlo in “finanza”, occupandosi solo dei suoi vizi: giornali e cavalli, beh quella rimozione dovrebbe suscitare deplorazione.

E ancora più riprovazione dovrebbero riscuotere  manifestazioni di discriminazione più inique: quelle che a parità di incarico penalizzano lavoro e salario femminile, i licenziamenti o le dimissioni imposte o scelte obtorto collo in famiglie dove ha il “diritto” di avere un posto un solo dei coniugi e necessariamente si sceglie quello che guadagna di più, l’obbligo di stare a casa per quelle donne che sostituiscono il welfare cancellato.

Oggi i talkshow della mattina interrogavano a proposito delle atlete offese, fior di sociologi e antropologi, guru indiscussi delle ragioni del rispetto, della dignità, dei diritti: la Comi che, sia pure a Bruxelles, ha a suo tempo difeso a oltranza il protettore della nipote di Mubarak, il Nardella, sindaco ombra di Firenze, che vuole riconquistare la fiducia dell’Unesco accanendosi contro gli spacciatori di kebab, colpevoli come il direttore del Quotidiano Sportivo, di danneggiare la reputazione degli italiani.

No so che titolo farei su di loro, ma per chi si indigna a intermittenza, quando è più comodo e costa meno, dove non si compromette la propria mediocrità e il proprio servilismo protettivo come una cuccia,  propongo un “vi meritate tutto quello che vi fanno”.


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