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I Boschimani della Repubblica

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse Roma 11-06-2015 Politica Incontro del Presidente Renzi con il Primo Ministro del Canada, Stephen Harper a Villa Pamphilj Nella foto Maria Elena Boschi Photo Fabio Cimaglia / LaPresse Rome 11-06-2015 Politic Meeting between President Renzi with the Prime Minister of Canada, Stephen Harper In the photo Maria Elena Boschi

L’ultima cosa che potrebbe stupire è la prossimità  personale e familiare di un ministro in una malversazione bancaria. Ma la prima cosa che dovrebbe indignare è la prossimità immorale allo stesso ministro che anzi viene grottescamente  esaltato da un milieu di valletti di regime, di vecchi culi al caldo e onanisti per ogni stagione, i quali fanno di una smorfiosa di paese, equivalente femminile del guappo di Rignano, una specie di Giovanna D’Arco. Ma evidentemente ci si è talmente assuefatti al vuoto pneumatico dell’etica pubblica e all’assenza della politica, sostituita da etichette e brand privi di senso, che non si è più nemmeno capaci di indignazione.

Quasi lo stesso parlamento di nominati che ha certificato l’augusta parentela di una lolita marocchina con Mubarak, oggi certifica che la Boschi non c’entra nulla perché non c’entra nulla, accodandosi al lucido e ficcante argomento del premier. Così non soltanto i piccoli risparmiatori sono stati derubati del loro, ma si vedono sbeffeggiati da gente che farebbe premier Landru se questo gli consentisse di avere il lauto stipendio e il posto sicuro.

In un Paese normale dove pure queste cose accadono si ha almeno l’accortezza di salvare la faccia e la forma, espellendo da posizioni di potere chi si trova troppo vicino all’esplosione dello scandalo, sia colpevole o meno, indagato o testimone o formalmente estraneo all’inchiesta. Ne va della credibilità di un sistema ormai tarlato. Tanto più che in questo caso il pm che indaga sui fatti e che ha lasciato finora intonse le posizioni di papà e fratello Boschi, è un consulente del governo, nominato. guarda gli scherzi del destino, proprio nello stesso mese in cui Banca Etruria è stata commissariata. Però da noi non c’è alcun bisogno di nascondere di che lacrime grondi il passaggio all’oligarchia: l’impotenza morale è giunta a tal punto che non solo non vengono tenute in nessun conto considerazioni di opportunità, ma addirittura alcuni trovano insospettate risorse di faccia tosta per plaudire ai conflitti di interesse. Con argomenti, quali l’assenza dalle riunioni ministeriali per doveri di coiffeur, che in realtà trasformano l’adorato ministro in una specie di oca giuliva.

Ma che ci si può aspettare  da un Paese che si è fatto vent’anni di Berlusconi e che ha accolto Renzi come un salvatore? Di certo non esiste un pillolina blu per l’impotenza morale o la salvezza da quella condizione di arci italianità longanesiana che ha segnato la borghesia italica nel Novecento e che prosegue nel terzo millennio lungo una via di declino inarrestabile. Una cosa è certa però: che in questo caso le colpe dei padri ricadranno sui figli.


Rivolta globale e democrazie d’Egitto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo ricordavo a me stessa qualche giorno fa che l’Italia, con solerzia superiore perfino alla Germania, che non potè ancora partecipare nel 1991 alla guerra contro l’Iraq nel ’91, ha rimosso la ritrosia alla soluzione armata del secondo dopoguerra per partecipare entusiasticamente a tutte le principali missioni militari, dell’ultimo quindicennio abbondante: Iraq, Somalia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Afghanistan, ancora Iraq, Libano. E per conciliare, potremmo dire pacificare, questo febbrile attivismo bellico con il mantenimento del rifiuto verbale della guerra ha appunto adottato quel repertorio di espedienti strategici, istituzionali e semantico-discorsivi già impiegati negli altri Paesi, per perseguire interessi miopi e altrettanto miopi e arruffate alleanze, per restare in sella del recalcitrante cavallo di una crescita “illimitata” e di una corsa all’accumulazione e al profitto. Accreditando la finzione occidentale di una partecipazione alla guerra per esportare non solo la pace, non solo la poco commerciabile democrazia, ma l’opinabile e fragile benessere, quello che avremmo voluto rappresentasse la legittimazione etica del capitalismo, se non addirittura la dimostrazione scientifica della possibilità di “buscar” l’Oriente attraverso l’Occidente insomma di giungere (e distribuire) la virtù attraverso il vizio.
Amartya Sen proprio in Italia non molto tempo fa ammoniva: “La prossima guerra economica sarà sui prezzi alimentari, sul pane e il riso, sulle penurie”.
E infatti la visione demiurgica di un capitalismo che non ha saputo essere ben temperato si dissolve davanti alla sua impossibilità di rompere la spirale della storia che ruota intorno al perenne avvitarsi intorno all’intollerabile ineguaglianza, insopportabile per chi si trova dalla parte sbagliata una parte che geograficamente e moralmente si estende sempre di più. Dimostrando che è impossibile consolidare la libertà dei più forti limitando quella dei meno forti, se si è incuranti che la schiavitù finora sapientemente distribuita e mediaticamente occultata sta per diffondersi secondo nuove terribili e inattese regole distributive.
E infatti finisce che importiamo modalità e sperimentazioni di dignità e democrazia da inaspettati maestri, in un’asse simbolica che mi piace guardare dal davanzale frustrato della mia appartenenza la mondo. La gente del Cairo, l’esercito che si “consegna” allegoricamente, la protesta per il pane che assume il senso e la volontà di un’azione per abbattere un regime, voglio vederli in un unico contesto globale insieme agli operai in piazza ieri e agli studenti che reclamano futuro e alle donne offese e agli uomini ingiuriati di questo nostro Paese che il bisogno non ha ancora affrancato dalla servitù morale, ma che presto provvederà temo a svegliare bruscamente.
Ci sono circostanze, particolari, immagini che colpiscono come dei bei cazzotti e condannano felicemente a non subire le offese alla dignità e alla livertà. Ieri, un giorno dopo il salvataggio del killer di Pompei e della nostra bellezza nazionale, i cittadini del Cairo hanno creato un cordone sanitario intorno al loro Museo. Un uomo grosso e energico, piangendo con una bellissima impudicizia gridava: siamo egiziani, è il nostro museo, contiene la nostra storia e la nostra bellezza e lo difendiamo.
Si abbiamo proprio da imparare da questa dignità d’Egitto.


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