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Pensiero in ginocchio

boldr Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nulla ci viene risparmiato, nemmeno la papessa ginocchioni in controtendenza con la storia, che lancia la scomunica  contro il razzismo, a condizione che si tratti di fenomeno remoto, come è d’uso da noi, e a condizione che serva a mettere in scena qualche duello dell’opera dei pupi, con le spade e gli scudi fatti con la latta della buatta dei pelati, che tanto tra loro non si fanno male.

Anche perché hanno convinzioni e interessi comuni, a cominciare proprio dalla manutenzione di un antirazzismo di facciata e, speculare ad esso, di una xenofobia propagandistica, come dimostrano i distinguo speciosi sulla regolarizzazione tarocca e “provvisoria” dei  migranti ordita dalla Bellanova che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili in condizioni che in questi giorni non è corretto chiamare lavoro “nero” mentre invece non sarebbe lecito denominare morti “bianche” i loro assassinii.

La misura eccezionale in risposta al grido di dolore che saliva dai solchi riarsi e dai campi abbandonati, non ha avuto successo: pare siano state presentate solo 9 mila richieste, a dimostrazione che costa troppo mettersi in regola grazie al caporalato di Stato, farla franca   sul piano penale e amministrativo presentando un’istanza entro il 15 luglio e pagando 400 euro e un’altra somma a forfait per i contributi non versati, sanzione che i negrieri autorizzati caricano sugli stranieri grazie al perfezionamento a norma di legge del ricatto e dell’intimidazione.

Ma ha invece successo l’ipocrisia, connotato antropologicamente molto presente nella nostra autobiografia nazionale, tanto che proprio Laura Boldrini con alcuni esponenti del Pd si è fatta interprete della proposta di estendere la portata del provvedi,  ampliando i pubblici interessati, non solo quindi braccianti, lavoratori agricoli, colf e badanti, ma tutti i settori che riguardano l’impiego di migranti attualmente irregolari sul territorio nazionale.

Sono le nuove frontiere umanitarie del progressismo neoliberista, che proprio quando il domicilio coatto ha incrementato da disoccupazione, butta sul mercato una merce lavoro ancora più intimorita e meno tutelata contribuendo ad abbassare il livello di richieste e rivendicazioni, perfettamente coerente con gli altri capisaldi della modernizzazione dello sfruttamento. Che consistono nella penalizzazione di chi non accetta salari inferiori agli standard contrattuali, nella celebrazione del volontariato come percorso formativo premiante, nella disapprovazione per chi percepisce un reddito di cittadinanza invitato a prestare la sua opera per meritare la carità pubblica, nel part time femminile che consente di combinare talento, guadagno, aspirazioni con le mansioni di cura in sostituzione dei servizi sociali. E poi nella digitalizzazione, lo smartworking, la didattica a distanza, promossi, da formule aggiuntive a lavoro e istruzione,  a conquista, si,  ma per il padronato che ottiene il risultato di isolare ancora di più i sottoccupati e i precari, di gratificarli con una imitazione della libertà che si realizza  nel regolare da sé il cottimo, di annullare identità e rivendicazioni di “categoria”.

È che certe leggi sono come i monumenti eretti agli “indegni”, bisognava pensarci prima di farli, perché poi rimuoverli, anche psicoanaliticamente,  e demolirli non basta a cancellare la vergogna collettiva di averli adottate e permessi. E infatti non si ricorda una reazione popolare all’atto di tirar su la statua del prestigioso pedofilo, meno che mai si è vista quando una giunta “democratica” decide di omaggiare il “macellaio di Fezzan”, criminale di guerra, con  sacrario e parco annesso, del quale ci si accorse tardivamente a lavoro fatto e che oggi viene difeso dalle autorità locali in qualità di simbolo del superamento del pregiudizio storico. Così a opporsi alla titolazione di una strada a Bottai c’erano quattro gatti, ricorrentemente spunta la pretesa di commemorare col marmo fascistoni impuniti, mentre popolazioni festanti si prodigano per promuovere la consegna all’immortalità, in bronzo o basalto, delle icone di Mediaset.

Un obelisco, una stele, un busto, vedi caso, non vengono posti in spazi pubblici per “ricordare”,  ma  onorare e glorificare le personalità ritratte e le loro gesta: demolirli non azzera il permesso che abbiamo conferito a perpetuarne la memoria. E ben altro ci vuole per stabilite la verità storica, manomessa e impiegata invece per legittimare la continuità aggiornata alle nuove esigenze ideologiche totalitarie.

Ci vorrebbero i fatti: che ci si inginocchi contro il razzismo non redime della permanenza nella nostra giurisprudenza della Bossi-Fini, della Legge Maroni, della Turco-Napolitano, che non sono state oggetto del ricorso ai pochi strumenti partecipativi e democratici ancora disponibili, raccolta di firme per la loro impugnazione, referendum, delle disposizioni a forma di Minniti, che hanno creato l’edificio, o il monumento, di oltraggio dei diritti del decreto sicurezza di Salvini, che risponde all’esigenza di ampliare il concetto di criminalizzazione dei “diversi” per pelle, religione, uso dell’aglio nelle vivande,  aggiungendo alle trasgressioni di rito la critica, il dissenso e soprattutto il reato di povertà, offensivo del decoro.

E d’altra parte cosa si pretende, che dopo tante dichiarazioni, assicurazioni, proclami davvero si dia forma al minimo sindacale del contrasto ai principi irrinunciabili del fascismo, declinazione naturale dei totalitarismi, compreso questo, economico e finanziario, cassando e estinguendo il delitto contro lo stato di diritto?

Proprio quando poi serve da cornice a misure di eccezione, leggi speciali, conferimento di poteri a autorità speciali che aggirano le istituzioni e la superstite “rappresentanza” anche tramite “Stati Generali”?

Proprio quando la brava gente che ha fatto finta di non sapere dell’uso dei gas in guerre coloniali, di deportazioni e stragi, dell’esportazione di sfruttamento e corruzione, si arrende alla fatale inevitabilità del commercio di armi, più favorevole e redditizio perfino dell’imperialismo e della dissipazione di risorse altrui, alla triste ma ineluttabile resa alle leggi del mercato e della realpolitik?

E protesta su Facebook, mentre ha taciuto sulla concessione di estese aree del Paese all’influente alleato che ne ha fatto poligoni di tiro, geografie di sperimentazioni e test venefici, dependance per produzioni belliche ingombranti in patria, trampolini di lancio e magazzini per le salmerie per degli eserciti dei partner che portano morte, fame e distruzione in quei territori dai quali sono costretti a fuggire popolazioni che, per ora, stanno peggio di noi.

Per ora. Perché già da tempo sono iniziati gli esodi, dalle città occupate, dai campi avvelenati. Perché la minaccia della carestia si sta concretizzando. Perché la persuasione che basta la salute non ci risparmia da altri rischi cui siamo costretti ad esporci, la rinuncia alla liberta e all’autodeterminazione, l’abiura da diritti e conquiste in cambio di prestiti, elargizioni arbitrarie, la resa alla servitù, che ci ha già messi, noi si, in ginocchio.

 

 

 

 

 

 


I santini della Brava Gente

s e dAnna Lombroso per il Simplicissimus

O con il Governo o con il Covid! Ormai non c’è fronte sociale o politico, con sullo sfondo il retorico richiamo all’unità nazionale, che non registri una estremizzazione delle posizioni, incarnate da correnti contrapposte, curve e tifoserie rabbiose e brutali. Dopo O con Greta o con gli sporcaccioni, dopo O con Carola o con Salvini, dopo O con il Grande Giornali Unico degli italiani o con Libero, adesso ci tocca anche O con Silvia o con la Santanchè.

A fare le spese del fenomeno in atto è naturalmente il manifestarsi di qualsiasi espressione critica e di dissenso che non voglia arruolarsi nelle formazioni in campo, risucchiate dalla spirale di silenzio imposta a chi teme che la sua opinione difforme da quella della maggioranza, costringa all’isolamento e all’anatema.

Quindi anche oggi, siccome si rende necessario premettere a ogni affermazione l’esibizione di referenze che certifichino l’appartenenza al consorzio civile e il rispetto del politicamente corretto, dichiaro la mia soddisfazione per la liberazione di Silvia Romano, tornata a casa salva e sana, almeno fino a che non è stata sbaciucchiata dal festoso assembramento governativo.

Inoltre affermo che, dopo aver contribuito nel corso di altra trattativa al salvataggio dei mercenari criminali adibiti alla tutela di interessi provati con salario pubblico, non mi indispettisce più di tanto il pagamento del suo riscatto, dichiaratamente destinato a finanziare la corsa agli armamenti di cellule terroristiche, anche se al tempo stesso non mi consola l’invito che viene da più parti a ricordare che imprese pubbliche e private italiane, con l’appoggio dei governi che si sono succeduti, lo fanno già in forma legale.

Aggiungo che penso che la sua conversione appartenga a una sfera  di convinzioni e emozioni squisitamente personali, malgrado sia stata oggetto di una ostensione pubblica orgogliosa che turba la mia fiera militanza laica, e che a motivo di ciò, quale che sia il suo percorso spirituale, credo che non debba essere sottoposta a condanne per abiura. Anche se l’appassionata difesa che ne fa l’Avvenire consolida il sospetto che anche questo verrà usato per riconfermare il rilancio della triade Patria, Famiglia e Dio, talmente auspicato che qualsiasi Dio va bene pur di irrobustire l’ideologia imperante, quella dell’amore che deve vincere su tutto per contrastare il conflitto, si, ma quello di classe.

Penso lo stesso per l’esibizione del suo abbigliamento “etnico”, che non giudico, alla pari dei falpalà o dei bikini delle ministre in carica o ex,  pur rilevando con un certo disappunto che oltre a destare l’ammirazione di una leader delle sardine che lo ha paragonato a quello della Madonna, ha riscosso il solidale consenso di femministe che vedono nella cooperatrice una icona del riscatto delle donne, come se la dichiarata affiliazione a una fede “altra”, compresa l’accettazione di regole e “divise”, ne attenuasse l’evidente incompatibilità con le istanze di liberazione delle donne dai comandi di una religione e una tradizione patriarcale

Ciò premesso mi sento autorizzata a dichiarare che alla nausea che mi suscitano le becere insinuazioni e l’accanimento particolarmente denigratorio esercitato nei confronti di questa giovane donna,  si accompagna il fastidio per l’ipocrita consacrazione a incarnazione dell’Italia Migliore.

Definizione questa che ormai viene impiegata per chiunque possa esibire una patente di “innocenza” incontaminata, anche e soltanto grazie alla giovane età, come nel caso di Greta, delle sardine, delle altre cooperatrici che sono state ostaggio negli anni passati, forse imprudenti, forse mandati allo sbaraglio senza garanzie e protezioni, forse influenzabili oltre che generosi, forse posseduti da spirito d’avventura, come è naturale siano i ragazzi, soprattutto quelli che quando non fanno volontariato stanno a casa con mamma e papà, che  collezionano master, ma fino a trent’anni e più possono permettersi di vivere nel limbo grigio dell’attesa di un lavoro che corrisponda ai loro talenti.

E’ infatti il culto, spontaneista fino all’avventurismo, del volontariato a ispirare e appassionare chi vuol riconoscersi nell’Italia Migliore, non a caso professato, a vedere i dati dell’Istat, soprattutto nelle regioni dove si vota Lega, in quelle che reclamano maggiore autonomia per lasciar spazio all’iniziativa privata anche per quanto riguarda l’assistenza e l’aiuto umanitario, quelle delle case di riposo, intendendo anche quello eterno,  quelle delle cooperative, comprese quelle di Buzzi,   per la gestione dell’invasione, dove sindaci bipartisan con il consenso dei cittadini che li riconfermano, hanno anticipato il distanziamento, discriminando sui bus, nei giardinetti, nelle panchine, nelle mense scolastiche.

Ma guai a parlar male del Terzo settore, di Ong e volontariato, malgrado contribuiscano attivamente  alla demolizione del welfare nel quadro del “capitalismo sociale”, che raccomanda il ricorso al benigno potere sostitutivo dello Stato in favore di nuovi soggetti e istituti che solo nominalmente  negano la natura privatistica, quando qualsiasi autorità sottratta al controllo pubblico diventa automaticamente privata.

Guai, perchè non a caso  si può stare così dalla parte giusta con il semplice invio di un bonifico per l’adozione a distanza, che ha appunto la qualità della lontananza, ma al tempo stesso partecipare a piccoli pogrom contro i rom che rubano e puzzano, manifestare contro l’arrivo di immigrati, gravide comprese, perché ciondolano in giro offendendo il decoro e renitenti a prestarsi al lavoro dei campi.

D’altra parte che l’aiuto umanitario possa anche essere un business (pare che il giro d’affari dell’umanitarismo valga oltre 150 miliardi dollari l’anno) non l’ha capito solo il Mondo di Mezzo di Mafia Capitale, se arguti economisti hanno denunciato che fa parte della “debitocrazia” la promozione di un microcredito “peloso”,  di quel business molto attivo in Asia, Africa e America Latina che vede impegnate  ONG internazionali e locali connesse con multinazionali finanziarie, che da noi vede il coinvolgimento di banche come Intesa-San Paolo, ma pure la Conferenza Episcopale e la Caritas impegnate nel Prestito della Speranza, un fondo che “presta”  soldi  a  famiglie o a  “microimprese indigenti” immettendole nel circuito finanziario  e favorendo il loro indebitamento grazie a iniziative “imprenditoriali” improbabili e destinate al fallimento.

E si spiega così il successo di certe personalità, incrementato proprio in questi mesi dalle campagne “salutiste”, che dimostrano la potenza condizionatrice delle multinazionali della carità e della filantropia che anestetizzano dai sensi di colpa occidentali influenzando le politiche internazionali fuori da ogni controllo democratico per impedire la formazione di movimenti uniti da obiettivi comuni, nel Terzo Mondo e nei terzi mondi interni.  Qualche tempo fa sono stati resi noti documenti riservati del Fondo monetario internazionale  e della Banca mondiale in merito alle loro “operazioni” nei paesi sottosviluppati per imporre le loro strategie liberiste, sulla falsariga dei   “piani di aggiustamento strutturale”, sostenute da pratiche speculative, correttive e di attacco alle istituzioni parlamentari e democratiche, niente di meno  da quello che fa l’Unione Europea cui l’Italia Migliore continua a dedicare il suo incrollabile atto di fede.

E infatti è  quella stessa Italia Migliore che va in piazza contro Salvini ministro o ex ministro, ma ha guardato con un  certo  compiacimento al realismo del suo predecessore che ha autorizzato la paura del “diverso”,  integrando la xenofobia nella generale criminalizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

E’ l’Italia Migliore che pensa che questo sia il miglior governo possibile malgrado il tacito rinnovo degli accordi italo- libici del 2017,  che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’Onu, l’Esecutivo che suffraga la decisione dell’Ue di sospendere la sia pur discutibile missione Sophia che svolgeva  le attività di pattugliamento nel Mediterraneo, lasciando mano libera alla famigerata Guardia Costiera, mentre già si impediva il soccorso in mare alle Ong e quello che ha mantenuto inalterato l’impianto repressivo dei decreti sicurezza, perché facciano da cornice alle misure di eccezione di questi mesi. Quella che ritiene che l’Islam sia un credo e una progetto statale incompatibile con la democrazia, una fede da confinare nelle cantine, a meno che non sia professata dagli emiri del Qatar che si comprano le squadre di calcio e le coste sarde, dove c’è davvero una Italia Migliore che lotta come i No Triv, i No Tav, i No Muos, messa a tacere, nascosta come una vergogna perché ricorda una libertà della quale non si sa godere.

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io, recita un detto antico che sicuramente vale  per tutti gli dei e che è consigliabile valga anche per chi vuol mettersi al servizio degli altri e dunque anche  della verità, della ragione, della giustizia.

 

 

 

 


Virus Faccia di Tolla

colao Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo, siamo proprio gente strana.

Leggo l’editoriale, che si conclude con l’ennesimo atto di fede nell’Europa, di una rivista che si autoproclama spericolatamente l’unico giornale di sinistra e mi stupisco: “ Ora”, scrive la direttora di Left che ammette di continuare a guardare all’Ue con le lenti del Manifesto di Ventotene come Don Chisciotte guardava Dulcinea,  “ci aspettiamo un passo ulteriore sul piano dei diritti umani. A cominciare dall’abolizione dei due decreti sicurezza salviniani….”.  E prosegue: “Urge un cambiamento radicale da parte del governo chiamato a realizzare quella necessaria e urgente discontinuità dal precedente esecutivo più volte annunciata”, perché oggi più che mai “È necessario rimettere al centro i legami sociali, la solidarietà, il bene pubblico e collettivo per uscire da questa crisi che non è solo sanitaria”.

Ma mica è la sola, sfacciati demolitori dello Stato sociale e rottamatori della più bella Costituzione del mondo, naufraghi delle sardine affacciatesi dai balconi per chiedere una patrimoniale universale che pesi sui poveracci e faccia sorridere sornioni i ricconi, opinionisti e leader con la scimmia sulla spalla per l’astinenza da Tv e Tav, confidano nella possibilità che l’Italia risorga dalla pandemia più bella e più superba che pria, grazie al ritrovato orgoglio nazionale, alle manifestazioni collettive di amor patrio dal davanzale, al benefico contagio di fede cristiana e carità, accessori indispensabili a corredo della speranza, coltivata in attesa del presentarsi sulla scena di un demiurgo, di un uomo della provvidenza, già individuato.

Per tutti il primo passo per la ripartenza morale consisterebbe dunque quello nel liberarsi dal vergognoso fardello del turpe passato dell’anno del nostro scontento, con la cancellazione dei decreti sicurezza, chiamati sbrigativamente decreti Salvini, in modo da rimuovere la loro natura di riedizione in fotocopia delle disposizioni del precedente Ministro in quota Pd, autore tra l’altro del trattato osceno con la Libia che l’attuale esecutivo ha pensato bene di confermare senza alcuna variazione.

Ci vuole davvero una faccia di tolla esorbitante, per parlare di solidarietà quando la popolazione è stata divisa in gente che va forzatamente protetta chiudendola in galera e convincendola che si tratti di una “scelta” responsabile, e gente che invece sarebbe condannata al rischio altrettanto responsabile, per garantire l’essenziale selezionato secondo criteri arbitrari e discrezionali e quando il dato di ieri sugli effetti di ora, nemmeno quelli di domani, delle restrizioni indica che circa 21 milioni di persone stanno vivendo questo momento di emergenza con serie difficoltà economiche, di cui la metà (oltre 10 milioni) con un reddito quasi nullo e che esistono almeno 3 milioni di persone che non dichiarano reddito al fisco e che difficilmente ora possono guadagnare un minimo per il sostentamento; oltre 18 milioni di persone con redditi inferiori a 15 mila euro, di cui 7,6 milioni con meno di 6 mila, cioè 500 euro lordi mensili.

E ci vuole una impudenza insolente per  gridare all’attentato allo stato di diritto, alla nostra democrazia nata dalla lotta di Liberazione per via di provvedimenti di ordine pubblico nati con l’intento di criminalizzare i già sommersi, i marginali, i critici, gli oppositori, con l’intento di rassicurare i penultimi, quelli che vogliono solo stare al calduccio nella tana che sperano possa durare per sempre grazie alla fedeltà e all’assoggettamento, quando,  per garantirne l’igiene e la profilassi, sono stati sospesi chissà fino a quando i più elementari requisiti propri delle libertà e dell’autodeterminazione.

Fossero solo gli altoparlanti delle curve a mostrarsi ciecamente affiliate alla comunicazione apocalittica prodotta dal governo e da una comunità scientifica chiamata in suo soccorso e retrocessa a elargitrice di opinioni e di consigli per gli acquisti: mascherine, guanti, pozioni, elisir in attesa del salvifico vaccino. Macché.

La convinzione che lo stato di eccezione imposto chissà fino a quando sia una necessità, è diffusa e consolidata. E la pistola puntata dell’intimidazione del contagio – impugnata da mani che si ostinano a non voler ammettere che una qualsiasi epidemia, diventa emergenza mortale e incontrastabile quando hai distrutto il sistema di assistenza, umiliato il personale sanitario, demolita la ricerca,  così come una qualsiasi stagnazione degenera in fallimento se l’economia produttiva ha fatto posto ai giochi delle tre carte finanziari, se il lavoro è stato sostituito da precarietà ricattatoria, se è stato eroso il tessuto sociale – tiene sotto minaccia una maggioranza silenziosa e reclusa, in modo da censurare anche tramite task force gli eretici, i dubbiosi, i critici, gli incazzati.

Parlo di quelli che in questi giorni ricordano che gli stati di eccezione preludono la normalizzazione della repressione, della soppressione delle libertà, sostituite dalla concessione di licenze e mance, e parlo di quelli che denunciano come le distopie di Orwell siano state superate dall’egemonia delle tecnologie dell’informazione, poco sviluppata quando dovrebbe garantire la fine della fatica, l’accesso alle informazioni  e quindi l’esaltazione attraverso la conoscenza del libero arbitrio e del diritto a partecipare  ai processi decisionali,  promossa invece quando serve a esercitare il controllo sociale, per ricostruire l’attività lavorativa, monitorare i consumi, le preferenze, gli interessi culturali, le opinioni politiche, le preferenze sessuali, la sua mobilità, fino a entrare nella sfera delle paure, delle aspettative, delle speranze degli individui.

E siccome c’è una emergenza non si guarda tanto per il sottile, al dinamismo dei puscher del marketing digitale, alla proposta di applicazioni per l’autodiagnosi, mentre si favoleggia dei dispositivi per scansionare l’identità sanitaria di chiunque entri in un luogo pubblico, ecco presentarsi già pronta, testata, immediatamente adottabile, la ipotesi, suscettibile di diventare obbligo, di scaricare sui cellulari un’app di rintracciabilità e controllo dei movimenti dei cittadini. Se eravamo preoccupati di aver perso di vista il primo dei commissari straordinari a capo di task force che per numero battono ormai i format per l’autocertificazione, Domenico Arcuri, possiamo star tranquilli, è lui che ha firmato l’ordinanza per avviare la sperimentazione in alcune regioni di Immuni,prodotto dalla software house milanese Bending Spoons, in collaborazione con la rete  lombarda di poliambulatori del Centro Medico Santagostino e della società di marketing di Milano Jakala, tre partner la cui collocazione geografica di questi tempi rappresenta di per sé una garanzia.

Chi  scaricherà «Immuni» sarà in possesso di  un diario clinico per tenere nota del suo stato di salute e dell’eventuale evoluzione dei sintomi del coronavirus, ma automaticamente sottoposto al tracciamento dei suoi contatti e  dei suoi movimenti. Per funzionare dovrà scaricarla almeno il 60% degli italiani, ma potete star certi che con la competenza di manager dei commissari straordinari sarà presto abbinata a un vantaggioso abbonamento gratuito alle serie poliziesche, alle partite con la doverosa distanza tra calciatori.

Il deus ex machina sarebbe dunque Arcuri, ma, come era prevedibile, Immuni, già minacciata da analoghe iniziative a cura di altre regioni che non vogliono perdersi quest’opportunità di business e ci aspettiamo l’app di Bonaccini che vuole mandare chi percepisce il reddito di cittadinanza a raccogliere frutta e pomodori nei campi, così comincia a restituire l’immeritato maltolto, ha incontrato il favore di Colao. E vorrei anche vedere che non piacesse all’ex Ad di Vodafone e all’agente per l’Italia di Gates, quello che sogna da sempre l’inserimento sottocutaneo (una specie di tatuaggio) di un’identità digitale che accompagni la persona per tutta la vita e ne archivi e comunichi tracciabilità e dati!

Adesso c’è una risposta pronta a chi chiede ai critici e agli eretici che cosa farebbero al posto del governo e delle autorità. Io non so cosa farei al loro posto, ma so cosa bisogna cominciare a fare al posto di un cittadino. Praticare l’autodifesa, disubbidire, buttare i telefonini, rimandare al mittente i miracoli digitali, far perdere le tracce e la testimonianza della propria di indisciplina e del proprio buonsenso, della propria  ribellione e del libero arbitrio.

 


Mazziati & Rassegnati

dosio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio mentre Mattarella, inducendo una incontrastabile sonnolenza che stava per farci perdere il tradizionale brindisi,  ci raccomandava di guardare a noi stessi come guarda a noi la comunità internazionale –  quella che ci immagina e ci dipinge retrogradi, accidiosi, corrotti e mafiosi –  pensando paradossalmente di risvegliare l’orgoglio identitario,  succedeva che  con il 2019 ne evaporasse un altro, quello che è stato chiamato il “paradosso della debolezza”.

Che è quella licenza ancora elargita  che ci permette di criticare quello che ci viene imposto, di denunciarlo in rete, di bofonchiare al bar davanti al cappuccino con cornetto, di cantare l’inno in testa alla hit parade:   siamo Sardine e siamo tante. Siamo formiche col passo d’elefante. Siamo l’Italia che si sta svegliando. Guarda le piazze: stiamo arrivando,  di accettare i comandi, ma con la licenza di deprecarli, di essere servi, ma lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando, a condizione che non facciamo nulla di concreto per cambiare, per rovesciare il tavolo,  che tanto ci è già stato sottratto da tempo il diritto libero di votare,  per via  di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent e le isole dei famosi.

Pare proprio che anche quell’ultima concessione sia stata tolta, se guardiamo all’ultimo evento significativo dell’anno, l’arresto di una insegnante di 74 anni condannata a un anno di carcere dal tribunale di Torino con l’accusa  di aver “violato” le sbarre di un casello autostradale durante una manifestazione di protesta contro la Tav. la sua colpa è dunque quella di protestare contro un’opera intorno alla quale girano interessi opachi e circolano personaggi oscuri, come succede ormai sempre e con “naturalezza” intorno alle “grandi opere”, create per movimentare profitti e aumentarli grazie all’aggiramento delle norme, alla sospensione dei controlli in nome di emergenze fittizie e nel rispetto della religione del decisionismo fattuale del liberismo.

Come è noto a tutti, ma non alla grande stampa e probabilmente neanche alla magistratura che apre e chiude i tornelli girevoli dei tribunali, con la legittimità negata alla Dosio in galera, delle cordate che scavano il Grande Buco  dell’Alta Velocità fanno parte frequentatori abituali della aule giudiziarie, in qualità di vertici di grandi aziende, le stesse del Mose, le stesse delle autostrade su cui nessuno passa come la BreBeMi, delle Varianti, delle Metro C, degli stadi, i soliti noti che godono di prescrizioni che nessuno vuole ragionevolmente cancellare e di altri accorgimenti che, da Tangentopoli in poi, registrano un effetto redentivo sui criminali senza far  patire loro un giorno di galera.

E come tutti sanno tra i promotori e i fan delle Grandi Opere ci sono amministratori e politici che godono di immunità e impunità né più né meno degli assassini passati, presenti e potenziali dell’Ilva, tutt’al più “umiliati” da pene alternative: cantare le canzoni di Becaud in un ospizio, stare confinati malinconicamente in ville acquisite con proventi della corruzione, sopravvivere in dorati esili dai quali inviare agli editori memoriali con le istruzioni per risvegliare la fiducia dei cittadini nella cultura di impresa.

Anche questi ultimi come gli altri cambiano partito, ne fondano uno, promettono di fare come Cincinnato ma rispuntano come funghi velenosi e si affacciano nei talkshow proprio alla stregua dei dirigenti delle imprese e della banche che assumono nomi nuovo, danno una rinfrescata ai consigli di amministrazione  e indossano i giubbotti di salvataggio pubblici.

E infatti sappiamo che la signora Dosio che non è Bossi graziato, non è Dell’Utri martire in vita, va in galera, mentre non ci è dato sapere quanti anni hanno passato o passeranno al gabbio i colpevoli di furto ai danni del patrimonio comune, del paesaggio, del territorio, del bilancio statale, ma siamo invece stati informati dell’applauso riservato dagli amici e soci agli indenni di galera della Thyssen Krupp.

Il fatto che i militanti   della Valsusa e del Terzo Valico, più che per aver opposto striscioni ai manganelli  e putipù e sberleffi agli idranti, siano perseguiti per la pubblicità che danno  alla lotta contro i consorzi malavitosi e alle cupole del malaffare anche dopo la detronizzazione di Salvini, ha fatto calare un silenzio pudico sulla repressione.

Si vede che gli agenti incaricati dell’arresto parlavano un bell’italiano senza inflessioni dialettali, che al posto delle catene recavano tralci di fiori alla moda tahitiana,  che la pantera al posto delle sirene era preceduta da Jingle Bells, fatto sta che non abbiamo visto moti di popolo ittico e sdegnate denunce dei nostri superciliosi columnist.

E si vede che il decreto sicurezza bis, coronamento di un susseguirsi di disposizioni a carico di predecessori più garbati, dotati di abiti acconci e buone lettura, del quale in alcune piazze era stata richiesta l’altrettanto garbata revisione, suscita reazioni tra i benpensanti solo nella parte relative all’accanimento perverso contro gli stranieri, che altro non è che il sigillo su un processo di criminalizzazione e discriminazione partito da lontano e finora mai impugnato né in Parlamento né in via referendaria.

Mentre pare sia accettabile quando mette in pratica la stessa repressione, emarginazione forzata, condanna preventiva, Daspo – proprio come le aveva pensate Minniti –  per i colpevoli di povertà fastidiosa alla vista, di molesta mendicità, di offesa al pubblico decoro, ma soprattutto per quelli rei di ribellione, critica, opposizione, malcontento, anche quando non si manifesti nelle geografie del riottoso populismo, quelle squallide periferie già brutte e quindi destinate a ricevere altre brutture, ma addirittura, e  quindi ancora più incomprensibilmente e illecitamente, tra ceti un tempo privilegiati, sicuri e fisiologicamente “superiori”, che sarebbe meglio stessero a casa o a cantare Bella Ciao senza disturbare i manovratori.

È che il pensiero unico ha spalancato le porte a forme di giustizia già proverbialmente differenti permettendo che convivessero la narrazione di un’Italia pulita e fedele allo stato di diritto  nelle dichiarazioni e nei pistolotti di fine anno,  e la realtà di un Paese, del suo ceto politico ma anche di una società civile che si era “adeguata”,  che sbertuccia  e oltraggia  ogni regola in nome della prassi economica, del mito dello sviluppo o della necessità.

Così, in nome di misure pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i primi e pure i penultimi,  i grandi truffatori, i grandi corruttori, i grandi speculatori, le grandi multinazionali sfuggono alle maglia della giustizia a differenza del ladruncolo della proverbiali due mele,  in virtù di  regole e   principi di legalità confezionati dalla lobby dei grandi studi legali internazionali, poi applicate discrezionalmente grazie al repertorio di scappatoie offerte generosamente dai “tempi dell’amministrazione della giustizia”, veloci coi deboli, lenti coi forti,

E ormai non c’è bilancia che possa sopportare il peso della giustizia ingiusta e ridotta  a merce a pagamento.


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