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Governo, le renne di Babbo Natale

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il passaggio dalle prediche edificanti all’omelia urbi et orbi, dallo status di ruspante pretonzolo col santino di Padre Pio infilato tra i codici, le pandette e i sermoni,  a quello di moralista à la Montaigne, è stato brusco.

Ormai il Presidente del Consiglio rivela la sua vera indole pedagogica e maieutica raccomandando (ma quella ormai è una mania) agli italiani le buone pratiche per convertire in opportunità etiche gli effetti della pandemia, come quelli che si beano delle restrizioni avendo scoperto l’arcadia e la decrescita felice nelle città deserte con le serrande tirate giù e gli esercizi falliti.

“Il Natale, evangelizza dal pulpito che ha condiviso in questo frangente con il segretario della Cgil Landini in veste di chierichetto,  non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale. Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene“.

Per parte nostra dovremmo raccomandare di far pace col cervello: per anni l’unico diritto rimasto inalterato e inviolabile era quello a consumare secondo rituali officiati principalmente nell’arco di tempo da Natale alla Befana. Poi è diventato un dovere in modo da contribuire al bilancio e allo sviluppo del Sistema  Paese. Adesso viene retrocesso a pratica criticabile, anche perché dà vita a pericolosi assembramenti che minano il distanziamento sociale, tanto che viene consigliato dopo la Dad e lo smartworking, l’acquisto agile online con carta di credito e possibile bonus risarcitorio.

Lo stesso vale per i nonni, un tempo lodati in quanto custodi, come i sacri Lari, dei fondamenti sani dell’Italia, di quei risparmi che costituivano il tesoretto nazionale, e che fornivano ancora la “sussistenza” a figli e nipoti, pagavano master, mezzi di trasporto, Erasmus, mutui, concedevano la casetta al paesello da trasformare il B&B, accudivano bambini, ammaestravano adolescenti riottosi, facevano da autisti e accompagnatori in palestra, a flauto, a arrampicata, si ritiravano generosamente nella cameretta in fondo della casa comprata con antica e oculata parsimonia, per rendere meno faticosa la convivenza.

Adesso come insegnano Toti, Lagarde, Fornero devono aggiungere il sacrificio di diventare invisibili in modo da esonerare degli obblighi della coscienza, possibilmente conferendosi in strutture idonee che collaborano a rafforzare le rendite e i patrimoni laici o ecclesiastici, comunque privati, diventando provvidenziali focolai che ne affrettino la dolorosa ma socialmente utile dipartita precoce.   

Intanto comincino a starsene al chiuso, soli, isolati, per il loro bene eh, si industrino per trasformarsi in nativi digitali ordinando su Glovo e Amazon, saldando le fatture su PayPal e provvedendo a regalie natalizie con doviziosi bonifici online in modo che giovani congiunti finalmente liberi dalle responsabilità figliali e dinastiche possano festeggiare in numero di 6 e pure dedicarsi a attività contemplative e spirituali con la panza piena grazie a loro.

E infatti qualcuno del Pd in vena di rinnovo della rottamazioni si aggiunge all’invito al solitario romitaggio presidenziale: “Cenone di Natale solo tra i familiari di primo grado” e un virologo, tal Fabrizio Pregliasco sulla Stampa lancia un monito: “Gli italiani devono rassegnarsi a un Natale in famiglia, ma nel senso più stretto del termine, senza nemmeno poter avere i nonni a tavola”.  

E dire che in tanto ve l’avevamo detto che il Covid non sarà frutto avvelenato di un complotto ma ha assunto la forma di una macchinazione tossica per produrre quelle divisioni che aiutano gli imperi, per spezzare antichi patti affettivi, sociali, generazionali, per creare disuguaglianze ancora più profonde tra superiori economicamente e moralmente e inferiori immeritevoli di cure e prerogative che erano state conquistate dal tutti e per tutti. E che la continua proposta della solitudine, dell’isolamento, del distanziamento dagli altri è opinabile che rappresenti la salvezza dal contagio, ma è certo che crei danni insanabili, oltre a quello “civile” di creare diffidenza, sfiducia negli altri e di consolidare l’indole punitiva di poteri che declinano le loro responsabilità addossandole a una cittadinanza puerile, sconsiderata e scioperata.

Lo hanno ripetuto esperti del settore inascoltati forse perché si esprimono da studi, ambulatori, corsie e non dagli studi televisivi a cominciare da 700 psicologi e psichiatri che già nella primavera scorsa denunciavano gli effetti collaterali di una “ospedalizzazione domestica” imposta a una popolazione sana, riferendo del  sostanziale aumento delle violenze dentro le mura di casa,  l’aumento delle nuove dipendenze e dell’uso di sostanze, con conseguente crescita della criminalità connessa,  dell’impossibilità  di regolare l’ansia in bambini e adolescenti, obbligati a modalità di didattica a distanza e così privati del contatto con amici e docenti,  e in soggetti con preesistenti problematiche mentali.

Lanciavano già dai primi mesi l’allarme per l’inevitabile aumento nella popolazione di “stati affettivi negativi”, di ansia generalizzata, di incertezza per il futuro per via della perdita di sicurezze e garanzie, oltre che di una progettualità  lavorativa, fattori, evidenziavano “che contribuiscono ad un preoccupante aumento del rischio di suicidio”.

Associazioni di medici francesi (di quelli italiani ho parlato ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/14/medico-cura-te-stesso/ ) hanno presentato ricorsi al tribunale di Strasburgo contro i loro Ordini professionali colpevoli di inadempienze rispetto alla missione e alla deontologia per non aver vigilato e informato sui danni dell’isolamento, sulle cifre e i dati provenienti dai registri di Stato, sulle ricadute ambientali, sui risvolti piscologici e psicosomatici dell’allarme generato e della condizione di paura alimentata in questi mesi.

Voci isolate rispetto ai denunciatori delle movide che hanno spinto come branchi di lupi feroci i giovinastri dalle periferie ai Navigli monopolio di creativi, art director, giovani manager, dei convogli di malaccorti meridionali che tornavano a casa, di dissipati lavoratori che si assiepano sui mezzi invece di ricorrere a provvidi monopattini per raggiungere fabbriche e posti di lavoro uscendo dai loro squallidi e meritati appartamentini di remoti hinterland.

Che non hanno giustamente voce o ascolto per via di una scriteriata incoscienza e di un istinto a fare “massa” informe, rozza e primordiale che va penalizzata, anzi criminalizzata perché potrebbe sfociare in ribellismo insurrezionale.

Eh si, è risaputo che il piacere della solitudine coltivata tra pochi eletti per stirpe o selezione di affinità e interessi riguarda una scrematura della società, quella acculturata, quella che ha ricevuto o si è comprata l’accesso e l’uso di piaceri esclusivi in case comode e calde o opportunamente refrigerate, tanto spaziose da assicurare la necessaria privacy proibita al popolino che deve essere scrutato, controllato, vigilato e sanzionato anche nei comportamenti più personali, nelle inclinazioni, negli affetti.

E si sa che la discriminazione nell’accesso ai servizi e ai diritti,  all’assistenza, all’istruzione funziona con maggiore efficacia se quelli che non li meritano sono isolati, per coercizione o per sfiducia, diffidenza e sospetto, se lo sfruttamento non viene percepito perché il padrone o il manager è una entità immateriale che ti concede di sceglierti il tragitto in moto per recare la pizza a domicilio, se diventa una opportunità per le donne che grazie a un nuovo cottimo possono alternare lavoro e lavori domestici non riconosciuti come tale.

Ormai non solo gli anziani sono un peso, larghi strati di popolazione sono diventati improduttivi, perché non rendono e non consumano, perdendo così il diritto a esistere, a volersi bene, a guardarsi negli occhi, a baciarsi e fare l’amore, ormai attività a rischio anche quella. Non hanno lasciato loro nemmeno la letterina a Babbo Natale, che di regalini ne hanno avuti fin troppi, gli ingrati.       


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


I nuovi feudatari

107865_bucarest_castello_di_branUna mattina mi son svegliato… anzi proprio stamattina per scoprire che la rete non funzionava. Per la verità non è che questo evento sia rarissimo, specie con Tim, ma ogni volta c’è una sorpresa perché ho scoperto che ora in simili casi non è più possibile parlare con un operatore, ma bisogna accontentarsi di un messaggio che dice più o meno “c’è un disservizio, ma i nostri operatori stanno lavorando a risolverlo” senza alcuna previsione sui tempi di ripristino e men che meno sulle cause dell’interruzione che con tutta probabilità era programmata. Molti anni fa, quando la rete non si era radicata nella vita quotidiana tanto da risultare essenziale, quando in fondo era ancora un gioco, ti avvisavano con uno o più giorni di anticipo delle interruzioni, ma era ancora possibile parlare con qualche operatore, persino con qualche responsabile per non dire che in qualche caso si aveva la possibilità di rivolgersi a una sede fisica, una cosa che ora sembra qualcosa che ha a che fare con i secoli bui. Per la verità se devi parlare di contratti allora, sì, puoi metterti in contatto con un umano, ma sito in Albania o Romania il che non costituisce di per sé un problema, ma restituisce in pieno la realtà delle cose, ovvero che stai parlando con qualcuno che non sa nulla di ciò che chiedi, che da risposte automatiche oltre le quali non sa più che dire e a cui giustamente non potrebbe fregargliene di meno dei tuoi problemi, mentre l’azienda stessa che li assolda si sottrae a qualsiasi responsabilità.

Un analogo lo troviamo nei colossi delle vendite online o organizzazioni di trasferimento di soldi tipo Paypal o giganti dei social e dell’informazione: anche qui oltre ai call center d’oltremare che fanno tanto international per i soliti citrulli, non è nemmeno più possibile comunicare via mail con qualcuno che abbia non dico un’esistenza fisica, ma un minimo di elasticità umana. Tutto è affidato a questionari che prevedono solo una casistica standard per di più ritagliata su servizi d’oltreoceano, ma al di fuori di questi paletti è impossibile una comunicazione significativa ed efficace che invece ancora fino a tre o quattro anni fa era ancora prevista. Provatevi voi a comunicare con Facebook o Twitter per spiegare che il tale post non era quello che i soliti vantati algoritmi hanno deciso che fosse o a Ebay che la tal cosa non è arrivata rotta o difettosa, ma che semplicemente no corrispondeva alla descrizione datane. e potrei continuare all’infinito.

Questa non è una lamentazione, ma soltanto un pretesto, un allegoria esemplare di come i potentati economico – aziendali stiano via via erigendo un muro tra loro e gli utenti – acquirenti, anche nel caso in cui forniscano servizi universali ed essenziali come è per le connessioni internet: in poche parole stanno acquisendo un ruolo di dispensatori irraggiungibili che va ben oltre le cosiddette regole del mercato cui fanno immancabile riferimento quando conviene loro, sono diventati in qualche modo insindacabili e nel senso letterale del termine, irresponsabili visto che  si sottraggono a qualsiasi dialogo con la “domanda”. Insomma fanno parte di un potere neofeudale che si sta formando e che ha come prime vittime non tanto i singoli clienti, ma proprio le istituzioni politiche infìltrate dal lobbismo al punto che difficilmente esprimono una soggettività differente dai gruppi di pressione: basta vedere come funzionano in Italia le grandi opere o l’insensatezza di molte regolamentazioni europee che in realtà non rispondono a un interesse comune, anzi spesso sono contrarie ad esso ma riflettono invece la dialettica tra gruppi di potere industriale ed economico.

La scomparsa delle coordinate fisiche non è soltanto qualcosa di suggerito dall’ossessione del massimo profitto possibile, ma soprattutto dai vantaggi in termini più generali dato dall’alzare i ponti levatoi. Certo da un punto di vista legislativo sarebbe semplice contrastare questa tendenza, tanto più che si potrebbero creare alcune migliaia di posti di lavoro, solo imponendo uffici fisici per il servizi essenziali  se solo la testa non fosse stata colpita per prima dai nuovi feudatari in attesa della presa di potere.


Merkel, senza ieri, senza domani

Angela-Merkel-youngForse per leggere nella sfera di cristallo cosa ne sarà dell’Europa bisognerebbe conoscere a fondo chi l’ha di fatto plasmata negli ultimi vent’anni, ovvero Angela Merkel. Si sono scritte tonnellate di inchiostro su di lei, girano fiumi di bit, ma ciò che sorprende in questo gigantismo comunicativo è una totale vacuità di analisi cosa che del resto è in linea con il segreto del suo successo: ovvero l’assenza pneumatica di concezioni politiche frammista invece all’ipertrofia del pragmatismo. Merkel è l’uomo, anzi la donna che si trova a suo perfetto agio nella fine della storia, che non si interroga affatto sulla sulla società e sul suo miglioramento, sull’uguaglianza, sui diritti, che non ha una speranza da perseguire perché non ha una prospettiva, che non ha dubbi perché il futuro possibile è già presente: tutto è già dato e l’unico problema è come uscire di volta in volta dal labirinto dei singoli problemi, come azzeccare la mossa giusta sulla scacchiera del consenso.

In questo senso Merkel è stato il leader ideale della contemporaneità. E non si fa fatica a crederlo visto che la sua intricata e contraddittoria storia familiare che tutt’ora rimane per molti versi enigmatica e piena di ombre. l’ha portata per mano fino al crollo delle idee e alla loro sostituzione con  gli stili di vita. In realtà la sua è una vicenda che sembra demolire tutti i cliché sul mondo comunista e sulla Germania orientale: nasce facendo il cammino inverso a quello che la propaganda occidentale degli anni ’50 diceva e che oggi è diventata tout court storia; a pochi mesi dalla sua nascita la sua famiglia si trasferisce da Amburgo nella Germania Orientale con tutto che il padre era un pastore luterano e dunque avrebbe dovuto essere inviso al regime di Pankow. Ciononostante la famiglia era insolitamente agiata per il periodo e per il luogo tanto da possedere due automobili che sebbene non fossero affatto merce rara nell’est Europa come oggi si favoleggia, denunciavano comunque uno status di favore. La stessa futura cancelliera divenne membro in vista della gioventù universitaria comunista e la sera della caduta del muro preferì andarsene in birreria. Qualcosa che forse oggi suona familiare a testimonianza delle tensioni politiche delle nuove generazioni.

Si è spesso mormorato di una vicinanza quanto meno familiare alla Stasi senza uno straccio di documento, così come senza uno straccio di documento la si è assolta da ogni ombra, ma si potrebbe anche pensare a un ruolo doppiogiochista che forse spiegherebbe meglio l’insieme delle poche cose che si sanno, tuttavia speculare su questo in assenza di qualsiasi documentazione – che se esistesse sarebbe già opportunamente scomparsa – è una perdita di tempo. Il fatto saliente è che da tutto questo si può dedurre semmai una certa passività politica della Merkel, comunista senza problemi nella Ddr, ordoliberista senza se e senza ma dopo la caduta del muro. Più importante è invece la sua ascesa, dovuta certamente all’intelligenza del personaggio, ma soprattutto e ancora una volta al contesto: al cancelliere Kohl impegnato nella riunificazione faceva gioco questa abile e testarda “ragazza” dell’est che rappresentava una parte di popolazione che dopo i primi tempi di euforia cominciava ad accorgersi di essere in serie B e ne favorì una rapidissima carriera facendola divenire uno dei personaggi di riferimento nel più importante Paese dell’Europa per giunta  impegnato nella riunificazione nazionale.

Ma da quel ruolo e da quel contesto – ordoliberismo e questione nazionale – Angela Merkel non si è più allontanata in ragione della sua stessa natura di impolitica e ha dato un potente appoggio alla Ue del tradimento sociale. Con lei rinasce la sindrome di accerchiamento della Germania, la sensazione che tutti cerchino di sfruttarla proprio mentre è lei a farlo. Lo ha riconosciuto lo stesso Kohl poco prima di morire: “Sta rovinando la mia Europa”. Da un  certo punto di vista la cancelliera è stata la principale euroscettica pretendendo che tutto il resto del continente si allineasse alla Germania come se si trattasse di una grande riunificazione: più che le contraddizioni della politica merkeliana dovrebbe fare notizia l’immutabilità del contesto mentale in cui opera. Così. per esempio, non potendo riconoscere come i bassi salari e la precarietà in cui si risolve verso il basso il paradigma neo liberista, siano letali per la demografia si è lasciata andare ad un immigrazionsimo acritico che le è costato carissimo e sul quale ha fatto dietro front lasciando peraltro in braghe di tela l’Italia.

Ma il risultato più eclatante della sua guida è stato dopo tanti anni quello di isolare la Germania: di isolarla dal resto dell’Europa a causa della rigidità dei precetti che vuole imporre e del lucro che ha fatto sulla moneta unica, isolata dalla Russia per obbedire agli Usa contro i propri stessi interessi, in via di isolamento dagli Usa per non aver ubbidito a sufficienza e a causa delle nuove fumisterie trumpiane: il siluro contro Deutsche Bank è già stato armato. Semplicemente la Merkel  non ha mai superato gli anni ’90 e agisce come se si trovasse in quel contesto dopo avervi trascinato per impotenza ideologica e per necessità politica anche le possibili alternative ancora esistenti vent’anni fa, ma ormai dissolte.  Come si va dissolvendo l’Europa senza il suo principale pilastro.

 


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