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Roma, fuochi artificiali

imm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certi falò sono a orologeria come certi attentati, per far capire chi comanda e per persuadere tutti della obbligatorietà di ricorrere a soluzioni indesiderabili.
Mentre c’è un fervido accanimento nel dipingere la Raggi affacciata al balcone del Campidoglio che suona la lira contemplando l’incendio di Roma, mentre le tifoserie si combattono a colpi di responsabilità del passato e dell’oggi, all’appello manca un soggetto che non c’è più o forse c’è, che ha cambiato nome, che prima era quello che aveva più competenze e più funzioni di programmazione e coordinamento nella gestione dei rifiuti: le province.
Abolite? No, a essere aboliti sono stati gli elettori: nelle varie scadenze per il rinnovo dei nuovi istituti, grazie alla riforma Delrio, a votare non sono stati i cittadini residenti ma i consiglieri comunali e i sindaci.
Abolite? No, aboliti sono i quattrini per lo svolgimento delle funzioni. La riforma Delrio ha saccheggiato i fondi dell’istituzione cancellata per finta, che scarseggiano per le mansioni ancora previste: viabilità, edilizia scolastica, ambiente. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto, quelli per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%.
Abolite? Macché, oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. Aboliti semmai sono gli effettivi della polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, passati da circa 2700 a meno di 700.
Abolite? No, l’istituzione resta vegeta ma morta, insieme ai “costi della politica” per citare una formula non più in voga nemmeno presso il governo in carica. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro, ad esempio le Regioni a statuto speciale le hanno sì ridimensionate, creando però 60 Unioni comunali e quelle a statuto ordinario, vogliono fare lo stesso rivendicando aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali per 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi.
Da quando ne venne decisa la rottamazione, pronuba di quella del Senato secondo il disegno del piccolo bonaparte, mi sono convinta che se proprio si doveva chiudere un carrozzone, preferibile sarebbe stato tenersi quei sistemi territoriali, urbani, economici, sociali e, in parte, politici omogenei, e cassare invece le regioni e con esse quell’ideale aberrante di “federalismo” che ha affetto in forma bipartisan tutti i partiti e non solo la Lega, volto a favorire il trasferimento e spesso la duplicazione di compiti e attribuzioni e di conseguenza promuovere la moltiplicazione dei centri e dei gruppi di potere locali.
E infatti il continuo duellare dei contendenti: Comune di Roma, col pesante trascorso che ha ereditato e l’altrettanto pesante incapacità di oggi, Regione inadempiente ( Dal 2013 – anno di chiusura della discarica di Malagrotta, il piano regionale del Lazio non è stato ancora aggiornato e la Regione ammette di non riuscire ad accogliere le tonnellate di indifferenziato prodotte da cittadini e imprese) della quale abbiamo notizia solo per le reiterate candidature del presidente a tutte le poltrone e per l’altrettanto reiterata abitudine di contribuire al finanziamento di qualsiasi polpettone televisivo sia pure ambientato in Val d’Aosta, dimostra quanto sarebbe stato e sarebbe ancora nevralgico il ruolo delle province in ordine al controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente.
Con una dirigenza così non sorprende che a Roma si guardi come a una malata senza speranza di guarigione e che muore a poco a poco nel disincanto dei suoi abitanti, dimentica di aver sopportato ben altri incendi, ben altri Lanzichenecchi e pure i Barberini, ben altra la peste. E se non sorprende che l’unica attività imprenditoriale che abbia brillato per dinamismo e spirito di iniziativa sia stata quella malavitosa, non stupisce nemmeno la scarsa partecipazione dei cittadini, il disinteresse, che li accomuna alla politica, per un “decoro”, che sia qualcosa di più dell’idrante e del manganello da tirar fuori contro senzatetto di tutte le provenienze.
Non a caso se il Centro Italia è al di sotto della media nazionale (51,8%) per la raccolta differenziata, Roma precipita più giù ancora. Secondo l’Ispra, quando vediamo conferimenti impropri come frigoriferi, si vede che è carente anche l’educazione ambientale dei romani. Il che contribuirebbe a rendere irraggiungibili i traguardi ambiziosi del Piano regionale del Lazio.
Ma è qui che per usare un modo di dire romano, particolarmente adatto alla situazione, er più pulito c’ha la rogna. La chiusura epica di Malagrotta che dobbiamo al sindaco venuto da Marte, che forse la monnezza pensava di conferirla sul pianeta rosso, ha dato inizio alla fase dell’export, con i rifiuti fatti salire al Nord, interno ed estero, con costi pesantissimi per la collettività, mentre commissario prima, giunta 5stelle e Regione si contendevano il primato dell’incompetenza, dell’irresponsabilità e della inettitudine, quelle “doti” funzionali appunto all’allestimento dello stato di emergenza cui è doveroso rispondere con misure straordinarie, soggetti autoritari e elusione delle regole. Che si sa che il vuoto politico e decisionale lascia il posto appunto all’illegalità e al bastone senza carota.
La Loggia (Torino), Grosseto, Follo (Sp),Pomezia, Brescia, Viterbo, Fusina, Battipaglia, Angri, Corteleone, Ostra, Baranzate e Bovisasca ( in Lombardia sono stati 17 nel corso dell’anno e in Veneto dove da molti anni si moltiplicano i capannoni misteriosamente bruciati) la cartina degli incendi in impianti di trattamento e smaltimento fa vedere che sono equamente distribuiti sul nostro territorio e fa sospettare che la maggior parte serva a risolvere situazioni spinose, tanto più che, come ha denunciato Gianfranco Amendola, spesso sono collegati ad altre attività del settore che hanno subito o un’ispezione o un sequestro o un altro incendio e fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti che aspirano a approfittare del contributo economico erogato dai consorzi obbligatori di settore, grazie al quale le imprese “riceventi” possono trovare più conveniente incamerare il contributo e disfarsi in qualche modo del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione/smaltimento legale comporterebbero.
Ma è altrettanto probabile che il falò di Roma sia stato provvidenzialmente appiccato per indurre un ripensamento ragionevole sulla opportunità di fronteggiare l’emergenza con qualche tempestivo e confacente inceneritore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/11/17/politica-spazzatura/) caldeggiato tra l’altro dal socio di maggioranza della coalizione di governo, perorato tradizionalmente da Forza Italia, semanticamente riconvertito da esponenti Pd, che lo sdoganano chiamandolo termovalorizzatore e mettendo in luce i profittevoli benefici.
Si sa chi si scalda le mani a questo focherello, come ha sottolineato la Commissione Parlamentare Antimafia parlando di burattinai e di “consorterie armate” non solo di zolfanelli ben ammanigliate con imprese “legali” e figure di amministratori e politici che occhieggiano da dietro le quinte del casinò degli investimenti pubblici promessi per far pulizia (80 milioni stanziati; nel 2015 la Commissione ecomafie aveva denunciato lo sperpero di ben 785 milioni in bonifiche rivelatesi poi inutili, anzi dannose). Così quello che non è Terra dei Fuochi, lo può sempre diventare, a Milano, Roma, Marghera dove il sindaco la ritenuto opportuno smantellare l’Osservatorio Ambiente e Legalità, reo di aver denunciato insieme a comitati civici e sindacati il rischio che tutta l’area diventi un territorio di inceneritori e trattamento rifiuti, in mano al business delle ecomafie in una regione guidata dalla Lega “che si colloca al primo posto in Italia per il traffico illegale dei rifiuti”.

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Politica Spazzatura

inceAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non badate alle apparenze, il vero insider del Pd nel governo è Salvini. Proprio come nei romanzi di spionaggio la sua copertura è assicurata dalla deplorazione per i suoi comportamenti belluini, dalla condanna per le sue intemperanze da gran maleducato, dal biasimo per le sue impulsività brutali, che dovrebbero fare di lui un pericoloso ricercato da assicurare se non alla giustizia almeno alla  censura morale. Il Pd è ormai uno spettro i cui aderenti coincidono numericamente  con gli aspiranti segretari/becchini, ma nell’incarico riservato e sotto traccia dato al Buzzurro istituzionale, ha visto giusto perché il suo fascismo confonde sulla vera natura del totalitarismo, al cui servizio  il cosiddetto arco parlamentare si presta anche grazie alla ineluttabilità di scelte compiute dalle quali sarebbe impossibile tornare indietro.

Così se i 5stelle ci vogliono far digerire in nome della irrimediabile fatalità la Tap, la Tav, le Triv, il Mose, le Grandi Navi, e le Grandi Schifezze imposte dai governi precedenti, Salvini come per magia le trasforma  in opportunità doverose, proprio nello stile del più perfetto renzusconismo, come sta accadendo con gli inceneritori in Campania, che potrebbe diventare la regione pilota per l’esecuzione in grande stile e in tutto il Paese  delle strategie di “gestione” dei rifiuti dello Sblocca Italia dettate dalle stanze del partito delle discariche e degli inceneritori: grandi aziende (molte municipalizzate), grandi interessi e collegamenti  consolidati con i passati governi e frange influenti di quello attuale (anche se l’oscuro ministro Costa fa dei tentativi di impugnazione del famigerato decreto e Fico sbraita perlopiù inascoltato), c’è da star sicuri, con la criminalità.

Nel provvedimento, che dichiarava “strategici” e di prioritario  interesse nazionale trivellazioni petrolifere e infrastrutture per il gas, irrinunciabili proprio come l’alta velocità, qualche  metropolitana perfino sotto Piazza dei Miracoli, uno o più stadi, erano indicati come irrinviabili anche gli inceneritori, dando vita a una stridente contraddizione: da una parte si ribadiva la necessità di costruirne di  nuovi  per andare incontro a una presunta domanda insoddisfatta. Dall’altra si imponeva la liberalizzazione del  traffico di rifiuti da una regione all’altra  per  sfruttare  appieno il potenziale dei termovalorizzatori  oggi largamente sottoutilizzati e in forte passivo con pesanti ricadute sui conti delle società di gestione che hanno bisogno di importare rifiuti da bruciare, da qualunque parte provengano.

Anche allora, autorevoli esponenti dell’ambientalismo prestati alla compagine, compresi quelli di un’altra lega della quale erano stati prestigiosi dirigenti, fecero intendere che si doveva dire Si, si trattava di una scelta doverosa in presenza di un popolo riottoso che non si dedicava col necessario scrupolo alla differenziata e per garantire profitti e guadagni alle imprese di settore, aziende parapubbliche e cooperative, nel nome della green economy.

E a quello stesso verde, come i fazzoletti e le cravatte che inalberava nei pellegrinaggi sul sacro fiume, si ispira Salvini, che ha annunciato di voler collocare un inceneritore in ogni provincia della Campania e a chi dice no, peste lo colga sotto forma di malattie e roghi. Che poi la logica è sempre la stessa, quella degli untori che mettono la fonte del contagio o il vaso dei veleni, dove ci sono già, porcheria più porcheria meno, in modo da convogliarvi anche quelle che arrivano dall’operoso Nord, che la strada la conosce già per averla percorsa andando a rovesciare i suoi rifiuti tossici e nocivi in quelle che erano state campagne felici, convertite in terre dei fuochi.

Poco importa che si tratti di un braccio di ferro con gli alleati che vedono mettere in discussione uno dei loro capisaldi, poco importa se si tratti dell’ennesima dimostrazione di disprezzo nei confronti del sud parassitario. Importa invece che siamo di fronte a una di quelle scelte anche simboliche che denunciano come il capitalismo possa essere stupido e irrazionale fino all’autolesionismo, e che lo siamo anche noi se riteniamo di potergli affidare i nostri destini, il lavoro, la salute, l’ambiente.

Nel Nord esistono alti tassi di raccolta differenziata, ci sono inceneritori (circa 45, che  trattano però solo il 17,2% di RSU, e lo 0,7% degli speciali, e sono quindi  sottoutilizzati perché  gli enti e le comunità locali rifiutano l’eventualità di far conferire rifiuti provenienti dal Centro e dal Sud)  e discariche, ma la presenza di un mercato drogato e di infiltrazioni criminali ha favorito la transumanza colonialista di rifiuti speciali e tossici nei depositi clandestini del Mezzogiorno o saturando le discariche  “regolari”.  Da Roma – dove Marino si è reso responsabile di aver chiuso Malagrotta e la Regione guidata da un altro probo celebre, Zingaretti, si è resa responsabile di non mettere a punto un’alternativa, e non solo, partono i carichi di robaccia mista, controllati da organizzazioni quanto meno opache, costosi quanto irragionevoli, poiché i paesi di destinazione cui paghiamo il trattamento ci guadagnano lautamente con il recupero energetico.

Il fatto è che la soluzione della raccolta differenziata sarebbe quella ottimale, favorisce un incremento occupazionale oltre a standard di compatibilità ambientale elevati. Ma  non è la preferita dai signori dell’immondizia. Perché un inceneritore medio come quello di Parma, costa sui 300 milioni di euro e brucia 130.000 tonnellate l’anno, impiegando poche decine di persone, si tratta di impianti molto complessi e costosi da costruire e gestire con la conseguenza fisiologica che le spese si ripercuotono sulle tariffe: ogni tonnellata di solidi urbani  incenerita costa ai comuni, e quindi a noi, intorno a 150 euro. Per questo il brand è così redditizio soprattutto quando diventa emergenza e costringe a misure eccezionali, commissari e autorità speciali, localizzazioni estemporanee in zone che sono sempre le solite, le più bistrattate. Anche se un bell’inceneritore è previsto a Venezia e uno a Firenze (costo pari a circa 170 milioni di Euro, per smaltire 200.000 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati annui), sempre per la legge della necessità sarebbero indispensabili per fronteggiare la crisi di un surplus di rifiuti originati da un turismo auspicato ma maleducato che non si adegua alle regole della differenziata. In nessuno dei due casi si pensa alle alternative praticabili, come ad esempio la ristrutturazione degli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) finalizzati a recupero dei materiali e già presenti, operazione che nel caso di Firenze costerebbe intorno ai 5 milioni.

Ma a pensar male si fa bene e non è certo un caso che in coincidenza con lo Sblocca Italia sia nato il più robusto polo dell’incenerimento in Italia grazie alla fusione di due società, la Kinexia di Pietro Colucci, convitato eccellente alle cene di Renzi, e la Biancamano di Giovanni Battista Pizzimbone, compagno di merende  di Marcello Dell’Utri, che aveva a suo tempo rilevato le attività ambientali del gigante cooperativo Manutencoop, e sostenuto da un pool bancario disposto a sobbarcarsi i debiti dei due dinamici partner.

Anche oggi basterà seguire il tintinnare delle monete per vedere che faccia ha il fascismo che suggerisce gli slogan del   Rodomonte de noantri, per capire che i suoi veleni sono sempre gli stessi e sempre gli stessi sono gli intossicati.

 

 


La Terra dei Fuochi legali

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio come quando chi ruba due mele al mercato va in galera, mentre i grandi ladroni, quelli delle grandi opere pensate per promuovere speculazioni, quelli delle banche strozzine, quelli della troika invece prosperano nella grande cuccia della legalità.

Si perché con orgoglio demoniaco il governo rivendica di aver inserito nel nostro codice penale gli ecoreati così “….chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni….. “. Però se chi appicca il fuoco lo farà nei 12 inceneritori che quello stesso governo ha programmato, se sarà non un manovale della camorra in una della tante  terre dei fuochi, un piccolo imprenditore irresponsabile che non sa come disfarsi dei materiali di risulta – colpevoli, eh, colpevolissimi – ma invece un signore delle discariche, uno di quei boss che da decenni si arricchisce del brand monopolistico dell’immondizia, uno di quegli imperatori del business delle discariche, allora tutto è in regola, anzi allora è un mecenate, un difensore dell’ambiente che mette riparo finalmente all’ennesima emergenza che si è abbattuta chissà come mai sul nostro paese, come le sette piaghe d’Egitto.

Perché bruciare rifiuti è reato, incenerirli a spese nostre e inquinandoci, invece è un servizio pubblico:  l’articolo 35 dello Sblocca Italia, infatti,  definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo” in modo da aggirare l’opposizione di tutte le regioni interessate dai 12 insediamenti, uno in Piemonte, Veneto, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Puglia, due in Toscana e Sicilia. che hanno già fatto sapere di non essere disposte ad accettare questa imposizione autoritaria esercitata in nome del bene comune.

Il braccio di ferro è fissato per  il 9 settembre quando si terrà la Conferenza Stato Regioni. E  si vedranno di fronte gli interessi opachi del governo  Renzi e i presidenti di regione, alcuni dei quali del Pd, ancora una volta richiamati all’ordine di scuderia per approvare interventi inutili, dannosi e dunque inspiegabili se non per appagare appetiti e realizzare profitti a spese dei cittadini e dell’ambiente. Il presidente delle Marche ha fatto notare sia pure sommessamente che da poco è stato chiuso l’impianto di Macerata, che non serviva più, la governatrice dell’Umbria, fiera del successo della raccolta differenziata, non li vuole proprio soprattutto in un’area già fortemente interessata da fenomeni di inquinamento industriale. Perfino De Luca dice no: per realizzare  un termovalorizzatore   servono almeno quattro anni. Tra quattro anni, ha dichiarato,   ci saranno 700 mila tonnellate di rifiuti da smaltire, per i quali basta l’impianto di Acerra. Per non dire di Emiliano, che si è impegnato in campagna elettorale  con i cittadini che hanno espresso la loro opposizione, per non dire di Chiamparino che di impianti ne ha già “uno e gli basta”.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla qualità di questo governo, sulla sua decodificazione aberrante del preminente interesse nazionale, tutto lo Sblocca Italia, i suoi tunnel, le sue superstrade, le sue trivellazioni, le sue scelte di fondo: realizzare opere pesanti, costose e largamente inutili col gioco delle tre carte virtuale dei fondi pubblici e del contributo dei privati, senza provvedere al risanamento idrogeologico, rappresentano davvero una allegoria, un caso di studio  simbolico e rivelatore. Che una volta di più riconferma come le emergenze protratte artificialmente e sapientemente alimentate siano diventato il puntello della crescita secondo Renzi e i suoi padroni locali e esterni.

E i rifiuti sono da anni una emergenza coltivata con cura, un affare condiviso da manager in doppiopetto che hanno criminalmente attentato alla nostra salute insieme a  malandrini  in costume tradizionale, interi territori sono avvelenati, non solo quella che un tempo era la Campania Felix, ma anche l’operosa Lombardia, se non molto tempo fa si è appreso che alcune iniziative di edilizia residenziale e commerciale di Milano erano  state previste su terreni che nascondevano nel sottosuolo discariche di rifiuti industriali. . Per limitarci ai rifiuti solidi, l’Italia ne produce circa 180 milioni di tonnellate all’anno,  32 di rifiuti urbani, 50 di rifiuti industriali, 70 di rifiuti delle attività di cave, miniere e residui di costruzioni, 28 di altri rifiuti.   Ogni italiano ne fabbrica circa 500 chili di  urbani, e circa 3000 chili di rifiuti totali, pari a cinquanta volte il suo  peso.

E allora verrebbe ragionevolmente da farsi qualche domanda.   Perché   se si producono troppi rifiuti, nessun governo occidentale ha mai davvero agito sulla produzione e sul commercio per ridurli all’origine?. Perché si è fatto così poco per promuovere e “premiare”     la raccolta differenziata? Perché non si è imposto alle aziende di ridurre imballaggi, l’impiego di materiali pesanti e dannosi? Su quale base  per lo stoccaggio sono state scelti   sistematicamente siti inappropriati, pericolosi per l’inquinamento delle falde idriche, per l’instabilità dei terreni, per la distruzione di risorse territoriali preziose, per la densità della popolazione coinvolta?

Le risposte le sappiamo già: ogni crisi, ogni problema degenerato negli anni in emergenza ha trovato le stesse soluzioni straordinarie. Affidare la loro gestione a privati, possibilmente secondo regimi temporanei ma imprevedibilmente duraturi, sotto il controllo benevolo di commissari straordinari, sospendendo “necessariamente” tutte le regole ordinarie in regime di appalti e incarichi, ma anche quelle sui controlli e la salvaguardia sanitaria e ambientale, che, si sa, a volte se non si piò far nulla per contrastare la febrre, è meglio manomettere il termometro.  Escludendo infine i cittadini dalle scelte che li investono direttamente, addirittura manu militari, con l’esercito schierato in tenuta anti sommossa.

E dire che  in questo caso più ancora che in altri sarebbe “strategico” e di “preminente interesse nazionale” quel controllo sul territorio che si fa con il coinvolgimento delle popolazioni locali, per fermare chi abbandona i rifiuti, trasforma pingui terreni in discarica, brucia materiali velenosi avvelenandoci, chi sotterra porcherie rimuovendole dalla vista e seppellendo vergogna e reato ma non i loro effetti sull’aria, sulle falde, del suolo.

Invece a sancire l’esproprio di sovranità dello Stato e la sottrazione di potere decisionale dei cittadini e dei loro rappresentanti, a consentire ai soggetti imprenditoriali di venir meno alle loro responsabilità così come a enti locali inadeguati, impotenti e incompetenti di subire le pressioni   opache   del malaffare, si sceglie d’autorità la strada peggiore, quella che toglie vigore alla “filosofia” dei Rifiuti Zero e alle buone  pratiche, quella che aggira la speranza di realizzare un Piano  nazionale del Riciclo, con le sue ricadute ambientali e occupazionali, quella  che stravolge perfino la semantica convertendo l’incenerimento in  “attività di recupero” così da spianare la strada   a nuovi impianti piccoli o grandi,  non contemplati dai Piani regionali, e avviando la ristrutturazione largamente insana  di impianti obsoleti, in modo da fare di interi territori siti “dedicati” a bruciare rifiuti, quindi soggetti a un inevitabile degrado e a una fisiologica esclusione dal Bel Paese, la cui memoria sarà conservata solo sotto forma di formaggio.


Inceneritori: cancro con svista

Sappiamo di vivere in un periodo di menzogna sistematica e di alterazione della realtà., in un tempo drogato. E’  il metodo del berlusconismo: ci indigniamo, ma non ci meravigliamo, sperando che una volta passata la nottata, potremo scrollarci di dosso il peso di tutto questo.

Purtroppo però questo metodo è permeato profondamente dentro una società già di per sé predisposta alla doppia morale e non si limita ai media e alla politica, ma tocca anche campi insospettabili come la ricerca, sfiora e coinvolge anche scienziati dal passato illustre. E questo è un gran brutto segno, ci dice che ritrovare la normalità sarà molto più difficile di quanto non si pensi.

Molti di noi hanno sentito Umberto Veronesi dire che gli inceneritori, alias termovalorizzatori, hanno un rischio zero. E si può pensare che l’opinione di un oncologo di fama mondiale sia suffragata da sostanziose evidenze. Non è così, anzi le evidenze in senso contrario sono state nascoste, alterate e ribaltate.

La cosa è stata scoperta dai medici italiani dell’Isde,  (International Society of Doctors forthe Environment) analizzando un numero dei “Quaderni di ingegneria ambientale” del 2007, dedicato al problema e firmato in copertina oltre che da Veronesi, da Michele Giugliano,  Mario Grosso e Vito Foà. Il fascicolo, riporta e traduce uno studio fatto in Gran Bretagna un bel po’ di tempo fa, nel ’96, attribuendogli un valore assolutorio degli inceneritori. Assoluzione che è stata poi  la base per politiche ambientali in varie parti d’Italia e che in Sicilia è stata addirittura assunta come guida  delle politiche di smaltimento rifiuti.

Purtroppo però ciò che diceva la ricerca inglese, una delle più complete disponibili, è stato del tutto ribaltato. Il testo, a firma di Foà dice:

“L’ipotesi dello studio si poggiava sul fatto che si sarebbe dovuto osservare un declino del numero di casi di cancro allontandosi dalla fonte emittente. La conclusione degli Autori è che non è stata trovata alcuna evidenza di diversità d’incidenza e mortalità per cancro nei 7,5 chilometri di raggio studiati e in particolare nessun declino con la distanza dall’inceneritore per tutti i tumori: stomaco, colon retto e polmone”.

Esattamente il contrario del testo inglese che invece recita:

“Observed-expected ratios were tested for decline in risk with distance up to 7.5 km.  … Over the two stages of the study was a statistically significant (P<0.05) decline in risk with distance from incinerators for all cancers combined, stomach, colorectal, liver and lung cancer”. (“ I rapporti osservati-attesi furono verificati in base al declino del rischio con la distanza fino a 7.5 km. … Dopo i due stadi dello studio c’era un declino statisticamente significativo (p<0,05) nel rischio con la distanza dagli inceneritori per tutti i cancri riuniti, stomaco, colon retto, fegato e polmone.”)

E’ evidente che se c’è un declino dell’incidenza di tumori allontanandosi dall’inceneritore vuol dire che l’impianto qualche effetto nefasto sulla salute lo ha. Ma lo si è voluto negare, anche per evitare che si cercassero criteri molto stringenti per la collocazione dei termovalorizzatori, cosa che alla speculazione, alle cricche e alle cosche, non piace di certo.

Come si è potuti arrivare a questo in ambito scientifico?  Qualche indizio c’è: uno dei firmatari del “Quaderno”, oltre che autore della “svista” è il prof Vito Foà che ha avuto un ruolo singolare nella vicenda Enichem di porto Marghera. L’illustre professore nel 1989, sulla rivista “Omnibus”  aveva sostenuto: “non possono sussistere dubbi che l’epatopatia e il carcinoma epatocellulare che ha condotto a morte il signor F.G. siano da attribuire all’azione del CVM …”, ritenendo il CVM “un cancerogeno pluripotente”. Ma qualche anno più tardi, il 22 dicembre 1998,  al Pubblico Ministero che gli contestava quanto scritto in precedenza, il prof. Foà rispondeva di non sapere più cosa rispondere . Cos’era cambiato nel frattempo? Qualcosa: Foà era divenuto consulente di Enichem.

E c’è purtroppo di più. Tra gli sponsor della Fondazione Veronesi compaiono

ACEA – multiutility con inceneritori
PIRELLI – (petrolio, centrali ad olio combustibile)
ENEL (Centrali a Carbone ed oli pesanti )
VEOLIA Envoirment (ditta che costruisce inceneritori)

Che Paese siamo diventati. Ci si vende e ci svende per quattro soldi, non c’è nemmeno bisogno del piatto di lenticchie per rinunciare alla primogenitura, basta l’odore. L’odore dei soldi. E alla coscienza, parafrasando Foà non si sa più cosa rispondere.

Nella pagina Materiali ci sono sia lo studio inglese che il l’articolo dei “Quaderni”


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