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Santa Impunità

pedAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ammettere la mia ignoranza. Dei tribunali ecclesiastici avevo conoscenze superficiali. Dopo l’Inquisizione che uno spera sempre sia stata superata da forme meno oscure e cruente di indagine e giudizio, l’altro organismo noto a tutti è la Sacra Rota, famosa per avere in passato e ancora oggi sostituito istituti giuridici civili a beneficio di illustri ipocriti danarosi.  E di  qualche aula  dove l’aspersorio è più potente del martello e della verità,  avevamo avuto notizia quando alcuni giornalisti hanno rischiato supplizi e roghi, oltre ad anatemi e scomuniche, ,  dopo aver pubblicato notizie scomode su scandali finanziari e non solo che lo Stato straniero in terra patria aveva tentato con qualche successo di celare.

In questi giorni invece in occasione del summit voluto dal Papa per la protezione dei minori, ci è stato rivelato che esiste il Supremo tribunale della Segnatura apostolica (Supremum Tribunal Signaturae Apostolicae), dicastero della Curia Romana e  supremo tribunale della Santa Sere.  Abbiamo anche appreso che si articola in due sezioni, la prima (giudiziaria) tratta le cause assegnatele secondo il Codice di diritto canonico, proroga la competenza dei tribunali costituiti anche per le cause matrimoniali,   cura l’erezione dei tribunali regionali o interregionali e gode dei diritti conferiti dai concordati con stati esteri. La seconda sezione (contenzioso-amministrativa) dirime le contese originate da atti della potestà ecclesiastica amministrativa. Esiste anche un tribunale di ultima istanza dello Stato della Città del Vaticano, Corte di cassazione della Città del Vaticano.

Sia pure con tutta questa “attrezzatura”, par di capire che in ogni caso e da sempre la preferenza in materia di giudizio venga attribuita prevalentemente al Giudice Supremo che amministra e esercita dall’alto dei cieli, come è stato più volte confermato nel caso dei sacerdoti che si sono macchiati del turpe reato di pedofilia. E in ragione di ciò chi veste l’abito talare può contare sui due livelli di indulgenza, terrena e soprannaturale e essere esentato dal giudizio dei tribunali statali dei Paesi nei quali ha commesso i suoi misfatti.

Tanto è vero che il Papa, per confermare che si tratta di “affari interni” –  è sempre meglio lavare in panni sporchi in casa – ha lanciato nella seconda giornata del Summit dedicata alle misure per contrastare le omissioni e i silenzi del vescovi negligenti una proposta definita “rivoluzionaria”,   quella di istituire  un corpo intermedio di vigilanza presieduto dai vescovi metropoliti e da laici selezionati e sodali in veste di specialisti e aperto perfino a donne distintesi nello “studio” della materia, per rimarcare l’importanza della voce femminile nella Chiesa. Un organismo incaricato, proprio come le commissioni parlamentari, quelle nominate da sindaci, ministri, amministratori,  di  contestualizzare un fenomeno anomalo nella “normalità”,   come fecero pensatori cattolici quando si cominciò a conoscerne numero e gravità, come ebbe la faccia tosta di sostenere il portavoce del Vaticano di allora, padre Lombardi:  la pedofilia è un peccato diffuso e in quanto tale, disse,  “va inserito in un contesto e in una problematica più ampia che riguarda la tutela dei bambini e dei giovani dagli abusi sessuali nella società”.

Sono passati quasi dieci anni ma sarebbe vano  aspettarsi grandi cambiamenti dall’augusto consesso. E dire che la Santa Sede poteva risparmiare quattrini e fatica: bastava che allestisse una bella sala da proiezione e facesse vedere a uso dei prelati e per non sbagliare anche della stampa di settore, il film  Il caso Spotlight che  narra le vicende reali venute a galla dopo l’inchiesta del quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law -un nome, un programma –  accusato di aver coperto gli abusi commessi in molte parrocchie. Strano che non ci abbia pensato il potere che da secoli ha assunto una leadership nel settore della comunicazione, del marketing e della propaganda:  medium e messaggio sarebbero stati più efficaci dei pistolotti e delle dichiarazioni di buona volontà,  proprio in vista della necessità continuamente ripetuta in questi giorni, non quella di fare giustizia, di punire i reprobi, macché, bensì quella di riconquistare la  fiducia dei consumatori dell’oppio dei popoli, di contrastare il clima di sospetto e diffidenza che rischia di allontanare i fedeli.

“Faremo – ha promesso  Monsignor Coleridge  a nome dei presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del mondo – tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi la guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi; renderemo più severi i procedimenti di selezione e di formazione dei leader della Chiesa; educheremo tutto il nostro popolo a ciò che richiede la tutela; faremo ogni cosa in nostro potere per garantire che gli orrori del passato non si ripetano e che la Chiesa sia un posto sicuro per tutti…”.

Ancora una volta questo Papa  che apre alle altre comunità di fedeli, che guarda con amicizia ad altre confessioni, che sembra fare da buon parroco professione quotidiana di umiltà, dimostra l’abituale e proterva arroganza nei confronti del potere temporale, che ogni giorno giudica, nei cui affari entra a gamba tesa, sulla cui etica pubblica pone veti in nome di una morale di parte sostitutiva, riconfermando che gli appartenenti alla sua istituzione non hanno obblighi civili, che sono preti prima che cittadini, che sono liberi dai vincoli imposti dalla carte costituzionali e dalle leggi dei paesi nei quali esercitano la loro professione, pur godendo di privilegi e prerogative speciali. E d’altra parte il fatto che la tonaca promuova automaticamente chi la indossa a cittadino di serie A fa il paio con la pretesa di non pagare l’Imu non solo per il luoghi di culto, ma pure per residence, attici sibaritici, alberghi, case missionarie.

Si doveva a lui nel 2015, l’ipotesi, che probabilmente oggi prenderà forma sia pure riduttiva con quel “corpo intermedio di vigilanza”, di creare un tribunale speciale interno per giudicare gli alti prelati e in particolare i vescovi rei di aver nascosto o coperto i preti pedofili e insabbiato le denunce, sottraendolo al braccio secolare perché non debba risponderne che in termini di carriera ecclesiastica, normalizzando la vergogna all’interno della eccezionalità ecclesiastica e ribadendo uno status privilegiato per cui valgono leggi diverse che non costituiscono un deterrente a non reiterare  abitudini inveterate e non sono soggette a deplorazione pubblica.

E si doveva a lui il silenzio indifferente che accolse l’anno prima  la richiesta ufficiale che il Comitato per i diritti dell’infanzia dell’ Onu rivolse alla Santa Sede di estirpare la pedofilia aprendo i propri archivi in modo che “chi ha abusato dei bambini, ma anche chi ne ha coperto i crimini possa essere giudicato dalla giustizia civile”,  condannando l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche  “che non hanno preso le necessarie misure per affrontare i casi di abusi sessuali e per proteggere i bambini, (decine di migliaia) e abbia invece adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all’impunità dei responsabili”.

Qualcuno ha tentato di smuovere le morte acque dell’autorevole  assise, ben oltre i compassionevoli moti di cristiana pietà per le vittime alla pari con quelli riservati ai peccatori interni, ugualmente meritevoli di misericordiosa vicinanza, ma di un rispetto, invece,  disuguale. Si chiama   Reinhard Marx, il cardinale arcivescovo di Monaco- Frisinga e capo della Chiesa tedesca, che ha apertamente accusato  il Vaticano: “Gli abusi sessuali nei confronti di bambini e di giovani sono in non lieve misura dovuti all’abuso di potere nell’ambito dell’amministrazione, che non  ha contribuito ad adempiere la missione della Chiesa ma, al contrario, l’ha oscurata, screditata e resa impossibile”. Aggiungendo  che i dossier che avrebbero potuto documentare gli abusi e i nomi dei responsabili  sono stati distrutti o nemmeno creati.

Ma è stata la sola voce che ha parlato a nome dei condannati, che non sono i colpevoli. Ma le vittime, oltraggiate tre volte dall’abuso, dall’incredulità, dall’ingiustizia.

 

 

 

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La vendetta della Basilissa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Esiste, ed è sempre esistita in tutte le società, una ristretta categoria di persone che per autoelezione o selezione celeste, appartenenza dinastica, censo, fidelizzazione a cerchie di potere che premiano soggezione e ubbidienza,  semplice fortuna, pensano che all’esproprio perpetrato ai nostri danni di diritti fondamentali – pane, istruzione, lavoro, casa , cure – debba corrispondere il consolidamento dei loro, compresi quelli eccezionali che consistono in impunità e immunità, fino a quello di trasgredire le leggi o di promulgarne altre unicamente al loro servizio o nel loro interesse.

Vogliono tutto, benefici, vitalizi, sicurezze e garanzie che a noi sono state tolte, vogliono protezione e strumenti e procedure per aggirare ostacoli, vogliono che manteniamo loro ma anche circoli di famigli, parenti, collaboratori alcuni dei quali incaricati di sostituirli o salvaguardarli nei molesti adempimenti che richiedono il contatto diretto con la plebe, altri delegati a garantire la intoccabile autorità, l’autorevole carisma e il decoro della loro immagine.

Vogliono tutto. Perfino il nostro amore. Così quando si accorgono, grazie a sporadici sguardi superciliosi lanciati in basso o alle sommesse rivelazioni di qualche ambasciatore del loro club, distaccato presso la realtà degli straccioni,  che ne sfida la collera squarciando il velo roseo del doveroso consenso e della necessaria ammirazione, che esiste un’arena di ostili, maleducati, sfrontati, incazzati, allora si indignano, deplorano, biasimano e – siccome loro possono – censurano.

E chi meglio può rappresentarli della zarina – anche se per via delle sue ire funeste ricorda più Ivan il Terribile della Grande Caterina – assisa alla presidenza della Camera, sul cui curriculum professionale e  politico molto esplorato anche da questo blog non  voglio tornare, che con la sicumera della sacerdotessa laica dell’aiuto umanitario e della solidarietà oltraggiata sul web, ha deciso che è venuto il momento – molte volte annunciato- di perseguire i rei di lesa maestà sul web. Allo scopo dichiarato di tutelare nell’ordine: la sua persona, il suo ruolo istituzionale, il suo status di donna, la sua privacy e pure la sua funzione pubblica. Ma non basta, nel solco del suo apostolato di ben remunerata addetta alle relazioni pubbliche e di portavoce di un organismo internazionale, si impegna in questa battaglia per prestare la sua influente voce a altri #offesi, a altri #vituperati, a altri #ingiuriati che a differenza di lei non solo non hanno tribune, microfoni ma tanto meno tribunali – che, si sa, se sei un poveraccio senza titoli e beni è meglio che non li frequenti – e con un’attenzione particolare per le donne, che in caso di leggi votate dall’organismo che presiede con polso di ferro e ieratica autorità non ha inteso riservare.

Come non capirla: non è piacevole essere antipatici, magari, benedetto Adorno che le attribuiva il ruolo di indicatore insostituibile del temperamento, per la voce querula, magari per una supponenza pedagogica che a qualcuno può suonare come insolente, magari per certe innocue impalcature erette sotto forma di chignon a simulare temibili diademi, magari per certe mise consone a confermare un’enigmatica distanza siderale dell’imperatrice dai suoi sudditi. O  magari per la sorpresa, quella si sorprendente, mostrata nell’accorgersi di fenomeni e manifestazioni a tutti noti della contemporaneità, povertà, ignoranza, disoccupazione e pure il circolare di una frustrazione collettiva che si palesa sotto forma di violenza verbale, invettiva, sguaiati schiamazzi virtuali, all’indirizzo di un ceto dirigente che, spiace dirlo, se li merita eccome.

Come non capirla: anche a noi spiace l’invasione della nostra sfera privata esercitata da svariati grandi fratelli, circuiti commerciali e finanziari, ma soprattutto proprio da una politica che usa  convinzioni religiose e morali per toglierci indipendenza, libertà e dignità, tanto che è impossibile non dare ragione a Rosa Luxemburg “dietro ogni dogma c’è sempre un affare da difendere”. E dire che proprio noi comuni mortali avremmo diritto a una tutela uguale se non addirittura superiore a quella dei personaggi pubblici che avrebbero davvero l’obbligo di  vivere in una casa di vetro, per la quale pagano l’Ici e le tasse, non offerta generosamente da sponsor e compagni di merende come abbiamo appreso a proposito di svariati notabili che anche in quel caso hanno denunciato la violazione della loro discutibile privacy.

Come non capirla: è successo perfino a sconosciute blogger di essere insultate con epiteti sconci e sottoposte a un vero e proprio stalking virtuale condito di inviti a spericolati e brutali congiungimenti con orchi o ferine specie extraumane, per aver espresso le loro convinzioni antirazziste o la loro opposizione a misure governative. E molto spesso si trattava, come quasi sempre avviene quando gli attacchi provengono da soggetti ben identificabili per essere cultori di machismo, virilismo alla pari con ignoranza e volgarità, di minacciose violenze verbali a sfondo sessista. Ciononostante nessuno, donna o uommo che sia è legittimato a pensare che  critiche anche feroci mosse alla Professoressa Fornero o all’onorevole Boschi e nemmeno alla presidente Boldrini e perfino a oscure blogger siano sempre e necessariamente originate da ignobili e finora inconfessabili pregiudizi di genere, sdoganati secondo la gli osservatori e commentatori della carta stampata, da un clima di bestiale aggressività. E che, quando si indirizza verso la politica, sarebbe l’anticamera della fine del patto stretto dal popolo con le istituzioni e pure l’eclissi dello stato di diritto, minacciato da Internet e dai suoi frequentatori intemperanti, “squadristi digitali”,  che – lo potete leggere oggi nello scritto dell’ineffabile Severgnini –  vanno perseguiti, processati, condannati grazie a leggi ovviamente emergenziali, di quelle che vorremmo anche noi per fare giustizia di chi devasta il nostro territorio, aliena bene comune e lo svende, cancella lavoro e i suoi diritti e manda in malora la scuola, l’assistenza pubblica e pure umilia la dignità di uomini e donne, con preferenza per le seconde.

Il fatto è che quando si reclama censura preventiva oltre che punitiva, si estinguono i diritti. Non quelli speciali di chi sta in alto, che non vengono mai toccati, non le licenze dei cretini che di solito escono indenni da qualsiasi repulisti, ma i nostri, sempre più fragili e limitati.

 


Lotti continua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci vorrebbe proprio Aristofane per dare  un po’ di nobiltà letteraria al copione  degli indecorosi  guitti che come nelle Nuvole fanno prevalere sempre i cavilli e le interpretazioni devianti del Discorso Peggiore sulle ragioni  rette e virtuose del Discorso Migliore.

Proprio oggi basterebbe leggere la pretesa  di innocenza del ministro Lotti che rivendica la sua irreprensibilità, la sua purezza adamantina, il suo candore a prova di varechina grazie all’assoluzione del tribunale dei suoi simili, tutti prevedibilmente uniti, Formigoni compreso, nella difesa corporativa di un esimio rappresentante della categoria.

Pare si siano stupiti in molti ad ascoltarlo, non per le parole intrise di malevolo e vendicativo risentimento – come c’era  da aspettarsi, non per gli avvertimenti per niente trasversali e intimidatori in puro stile da cupoletta mafiosa – che non stupiscono, non per i riferimenti alla gogna mediatica e alla macchina del fango manovrata contro di lui – che non possono mancare nella sceneggiatura della nomenclatura, meravigliata quando dietro le quinte delle loro malefatte qualcuno agita lo spauracchio della verità, ma perché durante la lunga, forse inarrestabile carriera nessuno aveva avuto la ventura di udire la sua voce, a conferma di un uso di mondo alla riservatezza nei luoghi della politica, a una delicata discrezione che in altre sedi avrebbe invece gettato alle ortiche, preferendo modalità di espressione e azione piuttosto spregiudicate e esplicite.

Tanto per non sbagliare oltre all’irrinunciabile ritorsione contro un’opposizione guidata da un pregiudicato, oltre alla denuncia della macchinazione mossa contro di lui per colpire l’ex premier, oltre alla sarcastica deplorazione per il tradimento dei bersaniani scorretti e gregari, non potevano mancare le patetiche note che sgorgano dal cuore, quando il famiglio più contiguo di Renzi ha ricordato sacrificio e abnegazione dispiegati per il bene comune e l’interesse generale, pilastri della sua attività pubblica tanto da avergli fatto trascurare le gioie della paternità.

Sembra che la sua sia stata una vera e propria arringa, declamata con voce forte e chiara per togliersi qualche sassolino, per lanciare messaggi intimidatori, per riconfermare la sua insostituibilità peraltro ampiamente riconosciuta dal governo del Fotocopia, che per difendersi.

Non ne aveva bisogno: mica era davanti a dei probiviri. Mica era il tribunale del popolo. Mica si officiano là i riti della giustizia, se la bilancia è tarata per pendere dalla parte del più forte. Tanta sicumera, l’arroganza di chi grazie a complicità, correità, favoreggiamento ritiene non a torto di potersi sottrarre alle maglie della legge, di chi presume, purtroppo per noi, di poter contare sulla potenza dell’appartenenza a cosche intoccabili, alla rete del privilegio inalienabile tanto da godere di impunità e immunità, sono la cifra che caratterizza chi aderisce a certe chiese che mettono in condizione il loro clero di scansare le regole e i tribunali ordinari, quelli civili, quelli ai quali dobbiamo e giustamente ricorrere e sottostare tutti noi, gente comune.

Come i preti pedofili, anche i sacerdoti e le milizie fedeli del Discorso Peggiore preferiscono il più tardi possibile essere sottoposti al giudizio divino e godersi il frutto delle loro colpe in terra e alla faccia nostra.

 


Il loro paradiso è il nostro inferno

Anna Lombroso per il Simplicissimus

741 milioni di redditi non dichiarati finiti in Svizzera e sottratti al fisco, un migliaio di italiani che hanno scudato i propri depositi facendo rientrare un tesoretto di un miliardo e 600 milioni e obbligando così decine di procure italiane, complice anche la prescrizione, ad archiviare centinaia di inchieste.

La Guardia di Finanza dopo aver condotto oltre tremila verifiche, ha concluso gli accertamenti sui 5.439 nomi di italiani contenuti nella prima lista Falciani, che le nostre autorità ottennero cinque anni fa. Ma l’inchiesta Swissleaks ci riserva nuove rivelazioni che potrebbero far affiorare  altre centinaia di nominativi di italiani, noti e meno noti, associati nella più gigantesca frode  internazionale del secolo. L’Espresso promette la pubblicazione di tutti i nomi, quelli delle due liste in possesso dell’Italia dal 2010 e le new entry, per offrirli alla doverosa gogna.

Ma giustamente oggi un’intelligente amica lamentava che non abbiamo afferrato le vanghe per seppellirli sotto al fango che meritano i blasonati frodatori, insieme a eleganti faccendieri, a severi banchieri e dinamici finanzieri, quelli che hanno convertito, grazie al moderno impiego dell’eufemismo, l’evasione in “ottimizzazione fiscale”, che così si chiama la transizione dal piccolo e medio cabotaggio delle acrobazie dei commercialisti, dall’export di insospettabili borse  nascoste  sotto i sedili dell’auto al grande gioco dei trasferimenti “immateriali”, ai traslochi delle sedi sociali nei paradisi più o meno esotici.

Ha ragione la mia amica, ma l’accidiosa assuefazione alla corruzione, al malaffare, alla disonestà, si accompagna a volte all’ammirazione e all’invidia imitativa di chi ce la fa a sottrarsi alla pressione fiscale, la stessa riservata alle scalate di tycoon trasgressivi e alle loro discesa nell’agone politico, come alle loro performance sessuali, alla loro tracotante abilità nell’aggirare leggi, regole, ostacoli all’esprimersi della loro libera iniziativa. E la collera di chi invece si sottrae a questo perverso apprezzamento si spegne a fronte dell’eterno conflitto tra  l’onnipotenza astratta di chi esige giustizia e la sua impotenza concreta di intervenire  sui meccanismi anonimi della finanziarizzazione, dell’impoverimento e della precarietà sociali di massa, della distruzione ecologica del pianeta, come  sui processi di anestesia antropologica diffusa.

E noi all’evasione, alla fuga dei capitali in luoghi più “propizi” siamo abituati, se pensiamo che i patrizi romani facevano ospitare  i loro beni dai barbari appena piegati alla potenza di Roma, come racconta Charles Adam in “For Good and Evil. The impact of Taxes on the course of Civitation”, lasciando intendere che si debba imputare all’eccessiva pressione fiscale e alla scontentezza che generava, il declino di un sistema nel quale le tasse servivano per la difesa e per la sicurezza, e il restante della ricchezza sottratta veniva utilizzata per garantire privilegi, patrimoni e ricchezze per le classi allora dirigenti, politiche, nobiliari o religiose che fossero, generando disparità e miseria,  clientelismo e corruzione, sprechi e  sopraffazione.

Ma gli evasori oggi, paradossalmente, hanno vita più facile, se si pensa che  l’economia sommersa e illegale in Italia vale oltre 200 miliardi, oltre il 17,5 del Pil. Secondo l’Istat, mentre l’illegalità (droga, prostituzione, contrabbando) vale circa 15,5 miliardi, l’economia sommersa (lavoro irregolare, sottodichiarazione)  vale circa 187 miliardi (l’11,5% del Pil 2011).  Basta che depositino i loro soldi nei paradisi fiscali; oppure ricorrano a pensionati e nullatenenti nostrani: oltre il 53 per cento dei contratti di locazione, spesso non registrati, delle ville di Porto Cervo, Forte dei Marmi, Porto Rotondo, Rapallo, Capri, Sabaudia, Panarea, Portofino, Taormina e Amalfi sono intestati a pensionati con la social card, prestanome di ignoti non-contribuenti. Così invece di andare dai barbari, porta la barbarie qui:   facendo mancare risorse allo Stato, pregiudica entrambe le funzioni, quella capitalistica e quella amministrativa, campando a scrocco come un “magnaccia”, che mette le mani nelle tasche degli altri cittadini, aiutato da attestazioni anche recenti di    benevolenza, del ripetersi  dei condoni, delle esenzioni, degli “scudi”,  a fronte dell’innalzamento delle imposte degli altri, di chi paga, dei redditi del ceto medio, dei pensionati, di chi è sottoposto alle trattenute all’origine.

Restano immutati i nostri inferni e inviolati i paradisi fiscali: ogni tanto l’Ue finge di svegliarsi con  qualche irresoluta risoluzione  di condanna e con altrettanto vuoti inviti alla vigilanza. E mentre si sussurra allo scandalo per Swissleacks,  si dimentica pudicamente che l’Ocse ha da tempo cancellato  dalla sua “lista nera” la maggior parte dei paradisi in cambio della promessa di aderire ai principi relativi agli scambi di informazione: insomma basta che facciano giurin giurello come i boy scout e i criminali potranno continuare indisturbati a reiterare i loro reati. Perché c’è poco da girarci intorno, gli affari cui si dedicano i ricchi, i padroni, quelli delle dinastie come i nuovi arrivati, sono della stessa pasta di quelli mafiosi:  droga, racket, rapimenti, gioco d’azzardo, sfruttamento della prostituzione, traffico di rifugiati, di oggetti d’arte, di specie protette, di organi umani, ma anche fondi, derivati, sistemi assistenziali e  pensionistici dove a perdere sono sempre i poveracci che ci credono.

E’  il riciclaggio che unisce tutti i brand come un collante: si calcola che ammonti a 600 miliardi di dollari all’anno e che il giro d’affari dei paradisi fiscali superi di 1.800 miliardi di dollari. Se le società off shore presenti  nell’off shore sono 680 mila, le banche, attraverso le loro filiali sarebbero, dichiaratamente, 10 mila. Ma  i sistemi bancari paralleli che agiscono completamente al di fuori del sistema ufficiale, sfuggendo anche agli obblighi formali e agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo delle autorità competenti sono sicuramente di più.

E non parliamo della madre di tutti i business, la guerra e in particolare quella di civiltà, del contributo della finanza, inglese e statunitense, al terrorismo grazie alle attività dell’off shore insulare, Man o Cayman o Antigua  o quelli rivelati dallo scandalo Lux Leaks, che ha costretto il Tesoro Usa a varare le norme contro la tax inversion, l’escamotage che permette alle società a stelle e strisce di spostare propria sede fiscale in un altro Paese fiscalmente più vantaggioso.

D’altra parte non ha nulla da imparare in materia lo stato che ha più a che fare con il paradiso: le operazioni dello Ior   sono identificate solo attraverso un codice, non esistono  ricevute, non esistono assegni intestati alla banca vaticana, i suoi bilanci e i suoi investimenti sono noti solo al papa, al Collegio dei cardinali e, naturalmente, alla direzione e ai revisori dell’istituto. Ogni richiesta di rogatoria allo Ior deve essere indirizzata attraverso il governo dello Stato cui appartiene il richiedente. Se non si sa se e quante siano state le rogatorie richieste, è invece sicuro   che nessuna rogatoria è stata concessa dallo Stato del Vaticano, che tra l’altro non aderisce a organismi internazionali impegnati nella lotta al riciclaggio. Si dice che i santi in paradiso del Vaticano risiedano alle Cayman, proprio come l’amico del cuore di un noto uomo politico.

E si potrebbe sospettare che siano anche questi particolari a spiegare perché  i governi non vogliano bonificare questa palude, intanto con l’eliminazione completa e rigorosamente osservata del segreto bancario.

Ma di cosa ci stupiamo? La criminalità, quella mafiosa e quella finanziaria-politica  è parte integrante e irrinunciabile della corsa illimitata e sfrenata dell’accumulazione e i governi europei, il nostro in prima linea, lanciano segnali propagandistici e demagogici, quelli per la brava gente, per le “semplici persone per bene”, con le campagne degli scontrini, le alte autorità anti corruzione, mentre si sdogana l’impunità per i condannati redenti tramite invito presidenziale,  mentre si promuove l’esposizione mondiale del malaffare, realizzata dalle stesse cordate semprevive di speculatori, inquinatori, corrotti e corruttori, mentre c’è una città condannata a morte dalla fabbrica di una famiglia che ha evaso e frodato sulla pelle e la vita di lavoratori e cittadini.

Non ci riscatterà leggere, sferruzzando, una lista di profittatori famosi, un elenco di magnaccia chic, un inventario di insospettabili sconosciuti.

 

 

 

 


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