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La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


Digiunassero davvero…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da qualche giorno seguiamo con crescente trepidazione il digiuno del già emaciato Ministro Delrio che manifesta contro il governo del quale è autorevole esponente per sollecitare l’approvazione dello ius soli, provvedimento che (ne abbiamo scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/17/ius-sola-2/ ) si colloca al disotto del minimo sindacale da pretendere in materia di diritti, ma che ha incontrato infiniti ostacoli in nome della tutela di una civiltà superiore che ogni giorno mostra i suoi limiti e di una identità culturale ogni giorno compromessa dall’indiscriminato impiego omologatore di un inglese coloniale,  da una involuzione dell’istruzione che cancella i valori fondanti della memoria, della storia, della produzione artistica, sostituiti dai capisaldi del liberismo, a cominciare da quella competitività tra esuberanti aspiranti manager di startup e mansioni precarie e servili.

Infatti fin da subito si era capito che si trattava di una forma moderata di ius culturae  stabilendo  che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e la promozione a “italiani” non  è automatica, condizionata  com’è anche da altri fattori: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia e stabilendo definitivamente quindi che la povertà è una ragione di esclusione, principio che – paradossalmente – potrebbe sancire criteri e requisiti di uguaglianza in negativo tra marginali indigeni e stranieri.  Mentre sarebbe sufficiente interrogarsi e rispondere a un quesito di fondo: cittadini si nasce o si diventa? per capire che  certe questioni, certe differenze altro non sono che odiose discriminazioni, preliminari a perpetuare e applicare disparità tra gli “altri” e noi, in attesa di adottarle per legge anche “tra noi”.

I più maligni sospettano che il Ministro sotto sotto sia stanco di provvedere personalmente all’incremento demografico italiano tramite la sua indiscussa indole procreativa. Altri liquidano sbrigativamente la trovata di Delrio assimilandola agli espedienti tardivi per conquistare un target ormai totalmente estraneo al suo partito in prossimità delle scadenze elettorali, che esalta il festoso e utile convivere sia pure schizofrenico di sindaci che tassano chi integra, di amministratori che tirano su muri, di intellettuali signorotti della piccola Atene che difendono il feudo dai barbari, con rimasugli, buonisti li definirebbe Sallusti, di quell’area “catto” che ha gettato alle ortiche la bandiera rossa, preferendo i meeting di Cl alla feste della defunta Unità e la caritatevole pietà confessionale alla civica solidarietà.

Il realtà l’aspetto più sconcertante della faccenda risiede della sfacciataggine con la quale  un ministro influente, un rappresentante della fantasiosa maggioranza che regge il governo al quale appartiene, si mobiliti in forma militante contro il suo stesso ruolo, facendo opposizione all’opposizione interna, interpretando i due attori in commedia come nell’opera die pupi, non ritenendo però di dover ricorrere al certamente molesto istituto delle dimissioni, né dall’esecutivo, fosse mai, né tantomeno dal Parlamento reo di battersi con tenace determinazione per una coerente assunzione di responsabilità politica e civile.

Chissà se la pratica si farà strada, se così fosse potremmo aspettarci lo spettacolare sciopero del conto corrente da parte della Boschi contro il Bail in e in appoggio ai correntisti truffati, Franceschini che fa il graffitaro sulle pareti del Colosseo contro l’alienazione del patrimonio artistico favorita da se medesimo, perfino Rajoy che manifesta in piazza contro l’indipendentismo e la repressione degli indipendentisti, per i referendum previsti dalla costituzione e contro chi li promuove.

Anni fa una teoria fece la fortuna degli piscoanalisti, ma soprattutto dei loro pazienti perché  indagava comportamenti contraddittori. Tanto per semplificare, la bi-logica intendeva spiegare e normalizzare la convivenza nell’inconscio e pure nell’azione consapevole di attitudini e scelte contrastanti ambedue apparentemente razionali e simmetriche anche se in aperto conflitto.

Pare che la bi-logica funzioni anche in altro contesto, alla bi-politica ha ormai fatto seguito la bi-democrazia, che dà forma legittima a istituti e pulsioni partecipative e a leggi che cancellano il diritto e la funzione del voto, alla bi- giustizia, che incoraggia diritti cancellandone altri, con risultato in tutti i casi che nella gran confusione si disperda tutto quello che c’è di buono e bello e resti solo il privilegio di pochi e la soggezione dei tanti cui è stato tolto anche la facoltà che un tempo era dei poveri: essere matti.

 


Dacci oggi la nostra paura quotidiana

pauraSono passati esattamente 36 anni dal giorno in cui venti chili di gelatinato e compound fecero saltare un’intera ala della stazione di Bologna e produssero 85 morti. Ma dopo tanto tempo i mandanti e le ragioni della strage sono ancor avvolte nel buio perché l’intreccio di depistaggi investigativi e politici, di false piste palestinesi e libiche  venute fuori successivamente dal velenoso cilindro del berlusconismo,  è stato talmente intricato che alla fine la matassa si è aggrovigliata ancora di più invece di sciogliersi. Ma ricordo bene che in quei giorni il sentimento prevalente era l’indignazione e il desiderio di mettere le mani sugli autori della strage proprio perché si sapeva bene che sarebbe stato difficile come la strage di Ustica, avvenuta due mesi prima, dimostrava e che gli autori potevano nascondersi più tra gli amici che tra i nemici. Ma non c’era traccia di quella stuporosa e smarrita paura che invece oggi attanaglia ad ogni esplosione di violenza, sia essa attribuibile a centrali terroristiche, sia chiaramente  espressione di follia individuale.

Forse è più rassicurante rischiare di essere straziati da autoctoni che non da stranieri? Per quanto possa sembrare paradossale parrebbe proprio di sì e lo si intuisce anche da ciò che si scrive anche negli ambienti dove si vorrebbe far prevalere la ragione e la consapevolezza dal livello più basso e grossolano in cui si fa la conta dei mussulmani in chiesa a quelli un po più raffinati dove si disquisisce tra islam e islamismo commettendo l’errore di attribuire alla religione e a una non ben chiarita “cultura” gli eventi davanti ai quali ci troviamo e che hanno la loro ovvia, ma inconfessabile radice nelle guerre mediorientali e di appropriazione petrolifera. Proprio in questo, nel tentativo di soffocare la cattiva coscienza, si ritrova la nostra cultura residuale più che quella altrui. Naturalmente questo effetto paura, moltiplicato ed enfatizzato dal fatto di venire da un mondo esterno e in qualche modo insondabile, è proprio quello voluto dalle elites e sintonizzato dai media per distrarre dai problemi concreti del declino, dell’impoverimento, del furto di diritti, di welfare e di speranze che per inciso rischiano di fare molti più morti dei pazzi enigmatici che girano per treni e per chiese. Il gioco è abbastanza facile anche se complesso e sostanzialmente si basa sulla creazione di dominanti di significato che poi diventano conformismo compulsivo ed emotivo da cui anche la rete è invasa.

E tuttavia la differenza con quel 2 agosto di 36 anni fa, non si può spiegare interamente alla luce di tutto questo  e offro alla discussione una tesi che potrà apparire paradossale, ma che ha il suo fondamento nella realtà concreta, nella gestione dell’immigrazione e nei concetti guida di natura sostanzialmente coloniale e xenofoba, in una parola ottocentesca, con i quali è stata affrontata. Non c’è mai stata da noi, né  nel resto dell’Europa una considerazione delle persone, ma solo dei gruppi etnici e/o religiosi, vista l’inveterata abitudine storica a pensare in termini di cuius regio eius religio: al di là delle operazioni di sfruttamento e di tensione salariale al ribasso per le quali l’immigrazione è stata sfruttata, siamo stati proprio noi a confinare in comunità chiuse i migranti, finendo per consolidare le differenze invece di stemperarle. Non abbiamo mai guardato alle persone, ai loro diritti (che non sono tout court assimilabili a quelli dell’individuo) e alle loro differenze: se vieni da un Paese musulmano sei musulmano e basta, magari più o meno integralista, ma non puoi sfuggire a questa etichetta, meno ancora che nei Paesi d’origine. Noi possiamo non essere cattolici in un Paese cattolico, ma agli altri non è data tanta complessità.

Così si sono creati  dei ghetti autogestiti, come quelli dei turchi in Germania o degli algerini in Francia, formata da gente libera in qualche modo di accettare ciò da cui probabilmente stava fuggendo: in poche parole si sono imposte dall’esterno delle identità culturali ossessive che alla fine stanno deflagrando. E la paura che prende alla gola dipende esattamente da questo: che mentre noi stiamo abbandonando la nostra identità culturale per stemperarla nel vacuo globalismo e nel pensiero unico, mentre rinunciamo a valori, tradizioni, lingua, espressione in nome del conformismo planetario di marca americana, ci troviamo di fronte a comunità dove invece questa identità è esaltata al massimo in nome di un multiculturalismo malinteso e ancor peggio praticato. Insomma ci sembra di essere dei vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, ci aggrappiamo al niente che stiamo diventando, alla nostra natura che è sempre meno quella di cittadini e di persone e sempre più un’identità di consumatori. Capiamo di essere disarmati nonostante tutte le armi di cui facciamo sfoggio e che certamente non ci inibiamo dall’usare quotidianamente. Il problema non è il terrorismo, o ciò che passa per tale siano noi che stiamo vendendo le primogeniture per un piatto di telefonini, per gadget assortiti, per illusioni e suggestioni alle quali non ci sappiamo sottrarre al punto che la strage di Nizza e gli altri eventi hanno coinciso con l’acme della ricerca di pokemon: con la guerra di civiltà non facciamo altro che reclamare quella che stiamo perdendo immaginando che essa possa essere rintracciata in negativo, nella contrapposizione., come il profilo del vaso tra due volti.


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