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Storie di declino

diar_11855834_47380.jpgCome si misura uno stato di declino? O meglio ancora quali sono i suoi sintomi? La questione è complessa perché di solito gli slittamenti si accumulano in maniera inavvertibile o vengono attribuiti a situazioni contingenti o possono essere negati in maniera persuasiva, fino a che non arriva il primo collasso di una serie che porta a un cambiamento generale del contesto e del paradigma. Ma in pratica nei grandi sistemi di potere la decadenza si manifesta con la sempre maggiore difficoltà a controllare la realtà e ad agire efficacemente su di essa  nonostante l’abbondanza di mezzi e di sforzi profusi. Il declino dell’ordine occidentale creatosi dopo il secondo conflitto mondiale sotto questo punto di vista è evidente: l’illusione di aver eliminato per sempre il nemico comunista e dunque di poter proclamare la fine della storia è durata meno di due decenni, giusto il tempo per cominciare a capire che la forza consisteva proprio nella differenza di visioni, nella dialettica del contrasto piuttosto che nell’omologazione verso il basso.

Abbiamo visto che da un decennio a questa parte molte avventure strategiche per contenere il multipolarismo incipiente i sono risolte in un nulla di fatto o in aperte sconfitte nonostante l’imponenza dei mezzi militari e finanziari utilizzati e il numero straordinario di vittime, Afganistan, Siria, Iran e Ucraina sono lì a dimostrare la capacità di organizzare guerre e stragi, ma l’impossibilità di vincere, se non proprio di concepire la pace.  Ma ci sono fatti che più difficilmente emergono  dalle cronache, che rimangono in qualche modo nascosti. Ad esempio nel 2017 gli Usa hanno dovuto registrare un deficit commerciale con Cina di 750 miliardi di dollari su uno scambio complessivo di 3300 miliardi. Poi nel 2018 Trump ha inaugurato la guerra commerciale contro Pechino, tentando di trascinarvi anche le colonie europee a suon di minacce: il risultato è stato che il deficit commerciale è salito a 930 miliardi su un interscambio complessivo di 3800 miliardi. Per pure ragioni elettorali la Casa Bianca si vanta di aver imposto alle Cina di aumentare di 200 miliardi le importazioni dagli States, soprattutto in gas liquefatto e in prodotti agricoli, ma tutto questo è solo teatro: i 120 miliardi dollari in gas erano una fantasia, intanto perché non era possibile fornire i quantitativi necessari e poi perché le aziende di fracking non fanno altro che fallire. La recente inaugurazione del gasdotto siberiano ha poi fatto calare il sipario su questa farsa. Analogamente la pretesa che i cinesi acquistassero derrate alimentari statunitensi per 50 miliardi si è arenata nel nulla perché l’export statunitense che era mediamente di circa 24 miliardi negli anni precedenti salirà nei prossimi anni al massimo di 16 miliardi, anche se questo non lo si dice perché gli stati agricoli sono anche quelli più trumpisti. Faccio notare che nel solo 2018 l’interscambio commerciale Russia Cina è cresciuto del 24,7 per cento ed è destinato ad aumentare sempre più velocemente avendo come suo simbolo la grande autostrada euroasiatica già in costruzione che da Pechino porterà a Minsk collegando tutte le città dell’Asia centrale.

Questo significa due cose: la prima è che nella realtà Washington non è in grado di imporre nulla a Pechino e che la sua “guerra” si sta avviando verso una sonora sconfitta; la seconda è che nel discorso pubblico il conflitto inaugurato dalla presidenza si sta al contrario rivelando una mossa vincente determinando un contrasto totale tra realtà e narrazione. Ora ci si dovrebbe domandare come mai in un sistema informativo così verticalizzato in cui in sostanza tutta la comunicazione dipende da quattro principali  fonti, nessuna delle quali allineata con Trump, non ci sia nessuno che metta in luce i risultati disastrosi delle guerre commerciali. Ma è semplice: anche se il blocco di potere è diviso al suo interno, esso nel suo complesso non può mostrare la sconfitta perché ne andrebbe della sua stabilità. La battaglia dello stato profondo contro Trump si nutre di altre fantasie, tutte interne, di manovre a tavolino e al computer che se del caso cercano al contempo di demonizzare i nemici esterni. Si tratta di operazioni di vertice che avranno l’unico effetto di far rieleggere Trump a furor di popolo, così come in Gran Bretagna l’ostinato tentativo di impedire la Brexit sancita da un referendum ha determinato la stravittoria di Johnson e la caduta del Labour (vedi qui) , ma gli Usa non possono perdere e le argomentazioni che potrebbero mettere davvero all’angolo la Casa Bianca dal punto di vista politico, non sono mai utilizzate, perché mostrerebbero una realtà destabilizzante per  un sistema che ancora si regge sulla leggenda della sua preminenza e della sua invincibilità.


Huawei, il piccolo diavolo

0038-0001Non si sa bene dove si nascondano Dio o il diavolo secondo le varie versioni in cui l’uno o l’altro stanno nei particolari, ma di certo se sostituiamo ai termini metafisici quelli di verità o falsità possiamo concedere ai particolari un grande spazio. Certo la mente umana non lavora come un computer, a dispetto dei modelli standard che vedono nel cervello una macchina di Turing, né è strettamente legata alla logica booleana dove gli operatori sono solo  and, not, or avendone anche altri che sono quasi, forse, qualche, come se, in parte , a dimostrazione della sua “aleatorietà” che si esprime nelle lingue naturali dove la realtà non è mai disgiunta da un’alea di possibilità. Ehm… mi stavo facendo prendere la mano fresco di letture sulle interpretazioni analitiche della dialettica hegeliana, ma torno subito al dunque: queste caratteristiche della mente permettono spesso di mischiare verità generali e menzogne particolari (e viceversa ovviamente) mettendo cartelli indicatori sbagliati sulle strade della realtà e  condizionando in tal modo i giudizi.

Ieri mi sono trovato esattamente di fronte a un particolare fuori posto che stravolge completamente il discorso: il Wall Street Journal riferisce infatti che Huawei, colpita dalla maledizione del faraone Trump oltreché dello spione planetario Google sulla vicenda 5G avrebbe deciso  produrre smartphone senza componenti statunitensi, utilizzando quelli europei. Qualcosa di vero c’è, ma sono i particolari completamente sbagliati perché si fa credere che il colosso cinese dopotutto dipenda dagli Usa o dall’Europa e dunque dall’occidente. Invece manco per niente, in parte non si tratta di componenti, ma di macchine operatrici per la produzione di processori a 7 nanometri sviluppati dalla Tsmc di Taiwan che ha battuto sul tempo Intel e Amd. L’azienda di Taipei per produrre i chip di ultima generazione  si serve di macchinari tedeschi, quindi non ricade sotto le grinfie a stelle e strisce, ma per quanto riguarda i processori collaterali alla cpu dei telefonini, con architettura Arm (nata in Inghilterra, ma oggi controllata dalla Softbank giapponese che non si sogna di mettere divieti)  Huawei è stata costretta a cambiare fornitori in tempi strettissimi e dunque ora acquista dell’olandese NXP Semiconductors, in pratica una branca della Philips di cui fa parte anche la italo francese Stm microelectronics. Da notare che in ogni caso questi chip comunque siano marchiati, americano, giapponese o europeo  vengono costruiti in Cina e dunque il problema è essenzialmente societario, non tecnologico. La verità in qualche modo è l’esatto contrario di quanto l’articolo del Wall street journal suggerisce, sia pure in modo indiretto e a livello di suggestione  perché Huawei è completamente autonoma dagli Stati Uniti, ma in definitiva lo è anche la Cina nel suo complesso mentre ad essere dipendenti . Del resto il fondatore e amministratore delegato di Huawei, Ren Zhengfei, ha detto  ai primi di novembre  che Washington potrebbe mantenere la sua azienda “per sempre” su una lista nera perché si può “sopravvivere bene senza gli Usa”.

Credo che la situazione sia stata analizzata nel suo complesso da un uomo insospettabile, ovvero David Goldmann, autore di libri sulla civilizzazione,  editorialista per l’Asia del gruppo Spengler nonché collaboratore assiduo di Tablet magazine, una pubblicazione di ispirazione sionista, insomma un concentrato di occidentalità neo capitalista: “Il guaio è che non riusciamo ad ammettere a noi stessi che la Cina ci sta battendo. Per anni ci siamo raccontati che i cinesi non inventano nulla, ma semplicemente rubano le tecnologie degli altri e che un sistema economico statalizzato non può competere con le nostre economie di mercato. La modernizzazione cinese non è un’enclave della modernità borghese, come in India, bensì un movimento che si estende fin nei capillari della società. Gli imprenditori nei villaggi cinesi si connettono al mercato mondiale tramite i loro cellulari, vendono i loro prodotti e ne acquistano altri su Alibaba, e ottengono finanziamenti dalle piattaforme di microcredito. i flussi di informazione e di capitali scendono fino alle radici dell’economia e i prodotti rifluiscono sui mercati del mondo. Nel 1987, il pil pro capite cinese era di 251 dollari, secondo la Banca mondiale. Nel 2017, era cresciuto a 8.894 dollari, ossia si era moltiplicato trentacinque volte. Niente di simile si è mai verificato in tutta la storia economica. E non sono stati soltanto i redditi individuali, a essere cresciuti. I treni superveloci cinesi, le super autostrade, i grattacieli, i trasporti di massa urbani e i porti sono mastodontici monumenti alla nuova ricchezza del paese. In confronto, gli aeroporti, le ferrovie e le strade americane sembrano dei relitti del Terzo mondo”.

La vicenda Huawei, ma soprattutto la sua rappresentazione s’informazione occidentale, si condisce di particolari che tendono a obliterare questa nuova realtà. E così rimaniamo col dubbio iniziale: cosa si nasconde nei particolari? Un diavolo da esorcizzare o è il diavolo che cerca di esorcizzare  la propria sconfitta?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 ammesso e mon conecesso allora


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